“Siddharta”

<<Chi è Siddharta? E’ uno che cerca…>>

La prefazione originale del celeberrimo libro, pubblicato per la prima volta nel 1922, presenta così la più importante opera di Herman Hesse, premio Nobel  per la Letteratura del 1946.

Siddharta è l’eroe omerico che cerca di raggiungere l’Atman (la pace interiore), che non si sofferma con nessun maestro perché allievo troppo bramoso della scoperta, che vuole vivere il tutto che si cela dietro ogni avvenimento, incapace di qualsiasi compromesso e sempre portato all’insoddisfazione dell’eccesso: è il pennello che raffigura l’Uomo, l’essere perseguitato dal demone del sapere che inquieta l’animo umano.

Nella parabola che porterà il figlio del Bramino dall’essere uno Samana, setta di errabondi stoici capaci delle forme di atarassia più profonde, a diventare un “uomo-bambino” di mondo, avvezzo ai più intensi lussi, per poi ritornare ai boschi e al Fiume, il lettore può trarre un insegnamento recondito e segreto che pochissimi altri saggi del nostro tempo hanno saputo darci. Nel libro non solo il protagonista cerca, ma sono inquieti ricercatori anche i personaggi che Hesse rende come argomento della sua penna. Chi legge Siddharta potrà osservare come un contenuto ideologico marcatamente complesso (la filosofia orientale)  si concreti agevolmente in una totalità di immagini  nitide e vive e nel ritmo prosaico imbevuto di saggia pace contemplativa. La storia più vera, la vetta poetica si trova solo nella terza fase dell’opera, quando il Cercatore giunge nel bosco e a quel grande fiume – il Gange? l’Indo? Il Brahmaputra? Il Godovari?- e dopo le fatiche terrene e la disperazione ritrova l’Atman e parla con la sua voce millenaria, incarnazione di tutte le voci che proferirono verbo nella storia. Quando, vecchio, con il barcaiolo Vesudeva, furono capaci di abbattere le barriere e vivere nella silenziosità dell’intimità dell’amicizia, riuscendo a raggiungere la saggezza attraverso una contemplazione intima e profonda. La parte centrale dell’opera, le avventure mondane e la cortigiana Kamala costituiscono la parte più vivace del racconto, con i colori e la vivida lucentezza del quid orientale; l’incipit del romanzo, la decisione di ricercare, Govinda, e il continuo errabondare sono invece utilizzate da Hesse per ricreare un background efficace e intenso che potesse essere degno prologo di un finale epico.

Della trama di questo breve libro, si possono spendere pochissime parole in più, se non il parallelismo con la storia del Buddah, il Siddharta figlio del re Suddhodana che nel 549 a.C. sarebbe diventato noto come “l’illuminato”. Queste però sarebbero un carico superfluo che ammanterebbe del “Miele delle Muse” una dottrina avente come principio la rinuncia alle distrazioni terrene.

Nella brevità delle sue 197 pagine si condensa un significato profondo che lo ha reso uno dei libri più importanti della letteratura mondiale del XX secolo: è un capolavoro che dovrebbe trovarsi nelle librerie di chiunque voglia poter assaporare più volte nella vita un opera che rifugge da ogni interpretazione, fornendone a sua volta una possibile per i diversi momenti che possono presentarsi nel nostro cammino, suggerendoci forse che la felicità è sapersi fermare in un bucolico luogo attraversato da un fiume e contemplare. Tutte le altre passioni non servono per raggiungere l’Atman.

MAX ZUMSTEIN

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