“W il Duce” e vaffanculo

Dicesi: Cittadino di Serie B è colui che nonostante goda dei diritti civili propri di ogni altro appartenente ad una società statale, è vittima di una condizione di libertà monca. Un focomelico della storia. Qualcuno che si ritrova mutilato di una parte del proprio passato, giudicato impuro, inaccettabile e degno di una settant’ennale damnatio memoriae. Una vittima della Grande Bugia – come definita da Giampaolo Pansa, ricercatore eretico e giornalista – che non ha diritto a vedere chiarito e riconosciuto un tratto del proprio trascorso personale.

E’ un cittadino di serie B il signor Giuseppe Manfredi, emiliano, che dopo più di sessant’anni ancora cercava le ossa di suo padre. Forse la vicenda meriterebbe approfondimenti maggiori, ma mi limito ad un breve resoconto dei fatti, di modo tale da rendere un nome in ragione della propria tragedia. La vicenda si svolge a Budrio, un comune Emiliano di circa mille abitanti. Il padre del sig. Manfredi si chiama Anno, secondo di quattro fratelli. La sua è la famiglia principale del paese, possiedono un alimentari, un tabaccaio, una trattoria e la sala da ballo, che poi diventerà la sede della Gioventù Comunista. Anno, come il fratello Nello, prende la tessera de Partito Fascista per poter proseguire la propria attività imprenditoriale. Nel ’43 Anno e Nello litigano perché il primo giudica immorale il commercio di prodotti provenienti dal mercato nero (tabacco e alcolici provenienti dall’estero) e si dedica al commercio di sughero, proveniente dalla Sardegna e perciò legalmente autarchico. Esplode la guerra civile. Anno e Nello non aderiscono alla Repubblica Sociale perché totalmente disinteressati della Guerra e perché Anno è menomato ad una mano.

Dopo il 25 Aprile, il suocero gli consiglia di lasciare il paese giacché il clima si faceva pericoloso sia per lui sia per la sua famiglia. Il suo passato era stato di tesserato al Partito, in un periodo caldo come il primissimo dopoguerra (dal 25 Aprile ’45 al 6 Gennaio ’46) quasi una condanna a morte. Difatti Nello, di carattere più duro e reattivo, girava con una rivoltella in tasca, mentre Anno, più mite e fiducioso nell’amicizia dei compaesani, girava disarmato. Era sicuro che nessuno volesse fargli del male. Era conosciuto in paese come mite e tranquillo, onesto prima di tutto, fascista per necessità. La notte del 5 Gennaio, vigilia dell’epifania, Anno esce di casa per comprare dei dolcetti da mettere nella calza del figlio Giuseppe. Gioca una partitina a carte con degli amici, ex partigiani, poi si dirige a casa in bicicletta. Purtroppo non vi arriverà mai. Presumibilmente e secondo le ricostruzioni, Anno viene seguito da due uomini, anch’essi in bicicletta e con i mitra a tracolla. È scortato in una strada di campagna, come giurato da testimoni oculari, e giustiziato. Il suo corpo viene fatto sparire, sepolto chissà dove. Nessuno in paese ha mai voluto rivelare i nomi degli assassini, nonostante fossero palesemente noti.

Questa è la storia del signor Anno e di suo figlio, Giuseppe Manfredi, un uomo che a sessant’anni dall’omicidio, ancora non può piangere le ossa del proprio padre. Non può farlo come non può disprezzare i volti degli assassini. Mani insanguinate rimaste candide e impunite. Delitti bianchi, o rossi, giudicati inesistenti e per questo tacciati di falso e spregiati come menzogne. Perché intitolare strade e piazze agli assassini e dimenticare brutalmente le vittime? La memoria non può essere a senso unico. Non deve neanche essere “condivisa“. La memoria è una e una sola. Quella dei vecchi e dei documenti, entrambi testimoni del passato. E’ usanza tipicamente italiana e distorta, quella di occuparsi principalmente di chi dice una cosa piuttosto che di ciò che ha detto. Allora ecco che se qualcuno si azzarda a spendere mezza frase per ricordare le vittime, tutte, della guerra civile, si dice “eh, ma è fascista“, come se dovesse bastare a rendere menzogna ogni parola.

Nel mio piccolo, non riesco a capire quale possa essere la molla che faccia scattare il meccanismo secondo il quale un’intera metà della storia non debba esistere. Sono pienamente d’accordo col fatto che si possano individuare una parte giusta ed una sbagliata. Ma bisogna per forza negare che tutti i giovani i quali, volontariamente e sicuramente senza la consapevolezza che si può avere ora della qualità della parte, siano morti per un ideale in cui credevano? Proprio come quegli altri giovani, che dall’opposta fazione, credendo nel proprio ideale, li hanno uccisi. A pensarci bene è quasi una visione surreale. La storiografia “accettata” dall’establishment resistenziale, figura come una guerra in cui vi sono degli eroi che combattono nessuno. Dei pluridecorati generali partigiani che facevano saltare in aria e massacravano “quantità” di nemici. Si hanno lapidi alte chilometri con tutti i nomi dei partigiani uccisi durante la guerra, ma non un solo sasso con incise le iniziali di un repubblichino (termine che non apprezzo) giustiziato “eroicamente“.

Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare per convenienze non ben decifrabili una sorta d’inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà” Chi l’ha detto? Un fascista o un ex repubblichino? Un revisionista? Un bastardo o una carogna? Niente di tutto questo. Il relatore di questa massima non è altri che Luciano Violante. Socialista, ora nel PD, che nel suo discorso d’insediamento come Presidente della Camera, pronunciò queste parole che subito, dai suoi stessi compagni di partito, furono definite menzogne. E’ la Grande Bugia di Pansa. Giorgio Bocca, giornalista della categoria Insabbiatori&Co. definì Violante “opportunista“, e credo sia una delle definizioni più raffinate adoperate per l’occasione.

Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni” non uno qualunque, l’ha detto Giorgio Napolitano, che la Resistenza l’ha fatta. Anche D’Alema, il grande compagno, il Lìder Massimo del centro sinistra, pose la questione.

La sua uccisione (parla di Mussolini ndr) fa parte di quegli episodi che possono accadere nella ferocia della guerra civile, ma che non possiamo considerare accettabili”. Quello scontro feroce conobbe atti di barbarie da una parte e dall’altra, e quindi anche l’esecuzione della Petacci va collocata in quel clima. Oggi, a due persone che ne parlano in poltrona, appare incomprensibile“. L’intervistatore era Vespa che comunque pose domande. Chiese a D’Alema se sarebbe stato più giusto giudicare Mussolini in un processo come quello di Norimberga. Qui il baffetto scaglia la saetta anti conformista “Sì, un processo sarebbe stato più giusto. Al di là dell’accertamento delle responsabilità individuali, un processo al Duce come quello di Norimberga avrebbe consentito anche di ricostruire un pezzo della storia italiana. Quella scelta non venne fatta perché vi fu il timore che il processo non ci sarebbe mai stato, che gli Alleati avessero intenzioni diverse.” Da qui in poi si devono solo analizzare le parti del discorso.

Prima di tutto c’è un leader della Sinistra che ammette aberrazioni da parte dei partigiani nel corso di una Guerra Civile, non una locuzione a caso. Da sempre, infatti, si è obbligati a pensare che la Resistenza non sia stata una guerra civile ma una “liberazione dall’oppressore“. Per onestà intellettuale ed alla lingua con cui mi fregio di scrivere, continuerò nel definirla guerra civile, perché nel momento in cui due fazioni di cittadini di uno stesso stato si fronteggiano apertamente in una guerra, ritengo sia la definizione più corretta. Anche se ciò porta all’inevitabile conclusione che vi sia una seconda parte del conflitto, una parte “viva” e non spettrale contro cui i partigiani combattevano. Perché se definire la Resistenza come Guerra di liberazione impone di dare risalto solamente alla fazione schierata dalla parte dei liberatori, definirla guerra civile impone di dare eguale risalto ad entrambe le parti, poiché ciascuna mossa da idee e pulsioni autonome e degne di rispetto o perlomeno di dignità storica.

Per quanto riguarda la seconda parte del discorso del Massimo, il solo accenno ad un possibile processo al Duce è già di per sé degno di scomunica da parte delle gerarchie ufficiali. Ammettere la legittimità di un giudizio imparziale nei confronti di Mussolini avrebbe, prima di tutto riabilitato l’intera fazione nera, in secondo luogo, messo in luce la realtà e i crimini realmente commessi da ambo le parti. Perciò la storia avrebbe avuto una visione equa della vicenda, avendo in mano le prove dei delitti fascisti (se mai ne dovessero servire altre) con insieme quelle dei crimini partigiani – che ho dovere di distinguere in liberali e liberticidi – finora, purtroppo, evanescenti.

Come ultima parte, a mio parere rilevante, del discorso di D’Alema, riflettiamo un attimo su “ci fu il timore(..)che gli Alleati avessero intenzioni diverse“. Perché mai il movimento di Liberazione temeva eventuali intenzioni divergenti degli Alleati? Divergenti da cosa? Dal liberare l’Italia dalla dominazione Nazista? Non credo potesse essere questo il terreno di scontro. Magari da ciò che sarebbe stato il dopo guerra, cioè sul tipo di Stato che ne sarebbe dovuto emergere. Ma se gli Alleati erano, e sono tuttora, gli stati più all’avanguardia in fatto di democrazia e si presume, come poi hanno fatto, volessero permettere anche a noi italiani di scoprire questo strano meccanismo, i partigiani volevano forse altro rispetto alla democrazia?

Qua si devono forzatamente sciorinare un po’ di numeri, giusto per dare un alone di autorevolezza. Il primo è quello degli italiani cui è stata riconosciuta la qualifica di partigiano, circa 336.000. Secondo le stesse fonti resistenziali la cifra va disaggregata in questo modo: 223.000 partigiani e 112.000 patrioti, per un totale di 335.000. Già le cifre non collidono. Ma un dato ancora più preciso è dato dal resoconto del quadro della resistenza, di fonte antifascista, secondo il quale nel ’44-’45 le forze partigiane erano ridotte a 20-30.000 unità. Marzo ’45 già siamo a 80.000, il 160% in più nel giro di pochi mesi. In Aprile 130.000, 400% in più. E al giorno della Liberazione si ha il gioco di prestigio massimo: 250.000, oltre il 1000%, o giù di li, nel giro di nemmeno cinque mesi. Diciamo che le cifre ballano. Per entrare più nel dettaglio, ricollegandoci al ragionamento precedente, citiamo un altro esempio, quello della cosiddetta Sesta Zona partigiana della Liguria, la più importante.

Il predominio del PCI è soffocante. Su 9 membri del Comando di zona, 7 sono comunisti. Nel comando della III Divisione (“Cichero”) 7 comunisti su 8 membri. Nel SIP (Servizio informazioni e polizia) 50 su 50. Intendenza, 6 su 7. Sanità, 9 su 10. Stampa e propaganda, 5 su 5
Non è difficile immaginare che con una situazione di disparità tale i pareri rappresentati e predominanti dei comunisti, abbiano influito negativamente nei confronti del patto con gli Alleati. Il PCI era un partito di chiaro stampo sovietico ed all’URSS, e quindi a Stalin, ha sempre guardato, sia durante la Resistenza, sia in seguito con la reggenza della segreteria da parte di Togliatti. Nel momento in cui il più grande nemico della Democrazia, Hitler, era capitolato, si aprivano gli scenari su altri colpevoli e attentatori del diritto che fino a quel momento erano stati militarmente necessari. Dopo pochi anni di assestamento mondiale, in cui da noi si combatteva la partita fondamentale che, a mio parere, è stata il motore occulto di tutte le vicende taciute nella storiografia resistenziale fra Partito Comunista Italiano e Democrazia Cristiana, la politica mondiale si stabiliva su due distinti blocchi.

In Italia i due grandi partiti di massa rappresentavano rispettivamente l’Unione Sovietica, quindi un’autocrazia socialista, ed il Patto Atlantico, l’unione dei paesi democratici, liberali e capitalistici. Le elezioni del ’48 segnano la vittoria della democrazia in Italia e l’occidentalizzazione dello Stato. Pertanto, se ne può stabilire che le possibili divergenze fra gli Alleati e il fronte Resistenziale – che, come visto, si trovava sottoposto alla pressoché totale egemonia comunista – fossero fra l’instaurazione di una reale democrazia o del passaggio ad un diverso tipo di dittatura basata su ideali marxisti-stalinsti.

Il discorso sulla Resistenza è un campo minato troppo pericoloso da attraversare. E’, nei giorni nostri, impossibile accertare delle verità. Ci dicono di accontentarci della Grande Bugia, tanto “ormai è storia vecchia”. Per quanto mi riguarda, voglio stare dalla parte della giustizia, del rispetto e della libertà intellettuale. E se questo significasse passare per fascista, allora ”w il duce” e vaffanculo.

MARCELLO FADDA

Segui Wilditaly.net anche su:

Facebook

Twitter

Youtube

Google+

Friendfeed



'“W il Duce” e vaffanculo' have 2 comments

  1. 30 gennaio 2011 @ 6:33 pm wendy

    non capisco cosa c’entri questo articolo nella sezione “libri”. off topic e di scarso interesse.

  2. 31 gennaio 2011 @ 12:23 pm Marcello

    C’entra il fatto che il topic ruota intorno ad un libro. Giampaolo Pansa, La Grande Bugia. Lo scarso interesse emerge nella necessità di lasciare un commento. Comunque sia: Commento inutile, dato dalla mancata comprensione e di scarso interesse.


Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Shares