1950-2011: i rapporti Italia-Libia, una storia tragicomica.

Ormai sembra solo una questione di ore, macchè di ore, di minuti. Dopo ventimila morti e mesi di guerra civile la Libia sta aspettando di catturare, dead or alive, il colonnello Gheddafi che sembra essere l’ultimo baluardo da far cadere, come fosse un quartiere esso stesso: non appena i ribelli conquisteranno questo particolare avamposto lealista, il supremo avamposto lealista, la vittoria sarà loro, ma la guerra non sarà finita. Un dittatore non sparisce in un minuto e il paese è da rimettere in piedi, ma chi ci pensa? Siamo tutti con il fiato sospeso e gli occhi puntati alla Libia, noi certo, ma anche le potenti nazioni del mondo con le loro economie pronte a muovere verso una miniera d’oro. E’ questione di attimi dicevo, potrei essere talmente sfortunato che mentre sto scrivendo Gheddafi sia già caduto e l’articolo diventi storia prima d’essere messo on-line. La partenza della mia analisi è una figura che non si direbbe paladino della giustizia e della pace, il ministro Maroni e, in particolare, la sua preoccupazione che forze straniere cerchino nel territorio libico un nuovo un paese da sfruttare economicamente, l’Italia ha rifiutato il colonialismo molto tempo fa, dice il ministro.

Innanzitutto è bene notare che le relazioni internazionali ormai sono sempre di natura economica, addirittura cosa ci fa escludere che le rivoluzioni in sè non siano di natura economica? Come sostiene Giulietto Chiesa sul blog de L’Espresso i giovani libici ma anche Tunisini o Egiziani hanno le televisioni ora, vedono cosa potrebbero avere e cosa promette l’occidente e non possono avere, quindi si ribellano. Non sono completamente d’accordo ma il punto è che la natura economica di ogni movimento politico, soprattutto internazionale, purtroppo è inevitabile. La Francia e l’Inghilterra hanno già messo le mani sulla nuova Libia, hanno mandato un’ipoteca inviando forze speciali in aiuto dei ribelli. Francia ed Inghilterra? Sì perchè gli Stati Uniti sono troppo impegnati a combattere in Iraq, nel Medio Oriente e a trovare un equilibrio internazionale con Pechino. Ne approfittano le “piccole”, inglesi e francesi in una corsa all’oro contro paesi in espansione come la Thailandia e la Turchia.

Torniamo a Maroni, torniamo a noi, e l’Italia? L’Italia sta facendo la stessa cosa, solo che noi abbiamo un passato tragicomico di relazioni con la Libia. Guardiamoci un attimo indietro. Innanzitutto, dopo l’invasione Italiana in Libia fummo costretti a pagare i danni dell’occupazione con un trattato del 1956 che prevedeva inoltre il passaggio di tutte le strutture italiane costuite in territorio libico, al governo di Tripoli. Ma la nostra “occupazione” era avvenuta, l’Italia si era in qualche modo radicata formando uno stretto legame con il governo libico tanto che all’insediamento di Gheddafi quando tutto il mondo occidentale era contro il colonnello soltanto Craxi cercò di mantenere un profilo amico. Arriviamo a Berlusconi, c’erano troppi interessi italiani in Libia, ed erano il motore di ogni nostra azione. Nel 2001 si pensò di dovere distendere dei rapporti quasi compromessi, ma come? Con un grande gesto di amicizia, un’ospedale o un’autostrada lungo la costa libica. Strani tutti questi favori, la guerra è finita da tempo, ma l’Italia non ha interessi coloniali economici in Libia dice Maroni, o quasi. Infine, il trattato di Bengasi, l’Italia che deve ancora una volta pagare alla Libia una gran somma di denaro in cambio di una qualche forma di blocco delle migrazioni verso il Belpaese. Una grandissima serie di favori quindi, ed ho elencato solo i più grandi, non dimentichiamo che Berlusconi aveva difeso Gheddafi all’inizio della rivoluzione libica e non dimentichiamo le meravigliose visite del colonnello in Italia. Qualcosa sotto c’è? Petrolio? Soldi? Si, petrolio e soldi. L’ENI aveva firmato con Gheddafi un accordo per l’estrazione del petrolio fino al 2042 poi prorogato al 2047 e noi sappiamo quanto sia essenziale per l’economia del nostro paese quel petrolio. Gheddafi ha, o aveva, parte dell’Unicredit, della Juventus, l’1% di ENI e tanto altro ancora, in cambio l’Italia ha avuto la possibilità di ricevere appalti per le grandi opere in Libia. Insomma, siamo sempre stati grandi amici, partner commerciali. Ed ora che è tutto aperto? Ora che quel governo non c’è più? Non siamo rimasti con le mani in mano. Era una terra allettante con Gheddafi, lo è ancor di più senza: Berlusconi offre 350 milioni per la nuova Libia, l’ENI ha già un accordo con l'”Arabian gulf oil company”, la nuova società degli insorti, “saremo in un anno più forti di prima” dice l’ad di ENI Paolo Scaroni. Inoltre ci sono già centinaia di aziende pronte ad approfittare di uno spazio libero, una terra di nessuno in cui Italia, Thailandia, Turchia, Francia, Inghilterra e molti altri paesi promettono ai “nuovi libici” un futuro fiorente. Non è colonialismo? Non è occupazione militare ma un succhiare risorse ad un paese in nome dell’avanzata della democrazia, come hanno sempre fatto gli Stati Uniti. Piccola postilla, ancora una volta l’Italia non ne esce facendo una grande figura, definivo i rapporti con la Libia tragicomici, pensate a due emblematici dati di fatto: abbiamo fatto un accordo perchè Gheddafi fermasse chi voleva scappare dal suo impero, fermasse ad ogni costo aggiungerei dire, abbiamo pagato miliardi di euro ad un dittatore ed ora, ora, siamo pronti a dimenticare tutto e trovare nuovi accordi con un eventuale nuovo governo, ci sono ragioni morali in tutto questo? No, l’unica logica, al di là del bene e del male è quella economica. Non c’è altro, non ci sono altre ragioni, con buona pace di Maroni ed Alfano, pensate che dal 2005 al 2009 l’Italia ha venduto armi alla Libia per 276 milioni di euro, il primo paese europeo. Ed ora, dopo che con quelle armi Gheddafi ha ucciso migliaia di ribelli, stiamo facendo accordi con quei ribelli che prima condannavamo a morte; trovate una qualche logica in tutto questo? Io una sì, ma c’è chi ha il coraggio di negarla.

ANDREA NALE



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