29esimo anniversario dalla morte di Enrico Berlinguer: per non dimenticare

La storia di Enrico Berlinguer, il segretario più amato del Pci, è la storia di un personaggio irripetibile. Non esiste, nelle vicende italiane recenti, un uomo che la gente si sia sentito tanto vicino, perfino al di là delle posizioni politiche del suo stesso partito. Ricordo che a quello straordinario bagno di folla che sono stati i suoi funerali c’erano moltissimi cartelli con scritto “Enrico, ti vogliamo bene”.

Molta gente piangeva per le strade, o telefonava agli amici per cercar conforto, come se fosse mancata una persona cara. Credo che una spiegazione di tutto questo vada cercata proprio nella vita di Enrico Berlinguer, nel suo modo di intendere la politica e nella convinzione che la politica non poteva essere fatta solo di grandi disegni e strategie ma di attenzione alle passioni e ai bisogni delle donne e degli uomini in carne ed ossa. Ma c’era qualcos’altro ancora… Berlinguer cedeva che al fondo di ogni scelta politica deve esserci una scelta morale e che per nessuna ragione si può rinunciare a fare quel che si berlinguerritiene giusto.

Quando era diventato segretario generale del Pci, nel ’72, Berlinguer aveva scritto a un vecchio compagno di scuola del liceo Azuni di Sassari, la sua città: “Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono”. In quel momento aveva cinquant’anni e, fuori dal Pci, non era molto popolare e conosciuto.

Soprattutto la grande stampa tendeva a rappresentarlo come un personaggio grigio e triste, tutto interno alla nomenklatura di partito, un secchione che “si era iscritto giovanissimo alla direzione del Pci”, secondo una famosa battuta di Giancarlo Pajetta. Anni dopo, interrogato da Giovanni Minoli per Mixer su quale fosse la cosa che gli dava più fastidio sentir dire di sé, Enrico aveva risposto: “Che sarei triste, perché non è vero”. E in effetti tutti quelli che l’hanno conosciuto conservano nella memoria un uomo del tutto diverso, capace di grandi emozioni e di grandi svolte. Enrico era un uomo che aveva l’arte di vivere. Spesso ha imparato la lezione dei fatti ed è ripartito dagli errori per intraprendere strade nuove.

Oggi tutti riconoscono a Berlinguer il merito dello strappo dell’Unione Sovietica. Ma pochi ricordano che da ragazzo Enrico aveva cominciato la sua militanza politica, il 18 settembre del’43, al momento della cacciata dei nazisti, issando sul palazzo del Governo di Sassari la bandiera dell’ Urss. E’ quasi scomparsa dalle celebrazioni agiografiche la storia del   giovane Berlinguer che su indicazione di Togliatti ricostruisce la Fgci, l’organizzazione giovanile, (che nei momenti migliori arriverà al mezzo milione di militanti) ancorandola al mito di Giuseppe Stalin, “il miglior amico e maestro della gioventù”, come Berlinguer l’aveva definito con sincera convinzione nei suoi discorsi.

Con il ’56 e la pubblicazione del rapporto di Kruscev Enrico entra in una crisi profonda, è meno pronto di altri alle denunce e alle autocritiche. Ma dopo un periodo tormentato in cui riesce a fare i conti fino in fondo con se stesso, la sua critica al socialismo reale diventa parte integrante della sua vita. E’ un ripensamento che lo porta a proclamare il valore universale della democrazia, a Mosca, di fronte alla platea immobile dei burocrati sovietici. E che nell’82, dopo i fatti polacchi, lo spinge fino alle estreme conseguenze dello strappo. Ma anche in altri passaggi forse meno clamorosi, della sua storia politica Berlinguer era partito da se stesso, dal proprio mondo intimo, per arrivare a conseguenze inaspettate. E’ abbastanza conosciuto il legame profondo che aveva con sua moglie Letizia, una bella ragazza della borghesia romana che non era comunista al momento del matrimonio e che non lo sarebbe diventata neanche dopo.

Dei quattro figli, (la primogenita, Bianca, è oggi giornalista del Tg 3) era particolarmente legato alla seconda, Maria, l’unica che fin da ragazzina si era iscritta al partito. Nel ’77, quando era scoppiata la contestazione degli autonomi, Berlinguer aveva reagito con durezza a quello strano movimento che parlava di strategia dei desideri e di bisogno di comunismo, e che considerava il Pci, entrato da poco nell’area di governo, fra i suoi nemici principali.

Quell’anno, al festival dell’Unità di Modena, Berlinguer aveva definito gli autonomi “untorelli” e paragonati agli squadristi che nel’19 assaltavano le case del popolo. Ma a Modena, come molti militanti della Fgci, era andata anche Maria. Al ritorno Berlinguer si era sentito aggredire dalla figlia, che gli aveva rimproverato di non capire i giovani, i loro bisogni, i loro desideri. Ancor peggio era successo con Marco, l’unico figlio maschio, che addirittura aveva sfilato nel corteo di protesta degli autonomi che erano andati a fare con le mani il segno della P38 sotto le Botteghe Oscure.

Come ho ricostruito nella mia biografia di Berlinguer, è soprattutto  da questi episodi che era partito il suo ripensamento. Un anno dopo Enrico affermerà in un discorso: “Talvolta siamo scossi e sgomenti di fronte ai giovani. Ma sono figli nostri, sono figli della nostra lotta per la libertà. berlinguer-11Vogliamo essere con loro e interpretare il senso della loro ribellione, anche quando non ne condividiamo certe forme.”

Anche Berlinguer d’altra parte era stato un ribelle. La morte della madre, avvenuta quando Enrico aveva solo 14 anni, ne aveva fatto un ragazzo chiuso e incapace di applicarsi allo studio, mettendolo in forte dissidio con il padre. Le pagelle del giovane Berlinguer, che ancor oggi si possono consultare al liceo di Sassari, erano state disastrose.

Aveva ricordato Berlinguer stesso in un’intervista: “Da ragazzo c’era in me un sentimento di ribellione. Contestavo tutto. La religione, lo Stato, le frasi fatte e le usanze sociali. Avevo letto Bakunin e mi sentivo un anarchico”. Era probabilmente questo senso di ribellione che l’aveva portato a fare una scelta diversa rispetto a quella della sua famiglia, che oggi potremmo definire radical-borghese, piena di personaggi fuori dal comune, come il nonno Enrico, mazziniano convinto, o come il padre Mario, un brillante avvocato che non gli aveva perdonato facilmente la decisione di non laurearsi e di diventare comunista.

Ho sempre pensato che quel lontano passato famigliare abbia in qualche modo giocato un ruolo negli ultimi anni deI.la vita di Enrico. Dopo la delusione della solidarietà nazionale e il trauma dell’assassinio di Aldo Moro,c’era stata una fase di crisi, di ripiegamento. Ma quando ne era uscito Berlinguer aveva vissuto la fase più ricca e creativa della sua vita: come se la fine del compromesso storico, oltre che degli ultimi legami con I’Urss, lo avesse liberato da molte pastoie e il suo pensiero riuscisse a esprimersi più compiutamente.

Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, “trovare strade nuove per i vecchi ideali”, come aveva detto una volta. Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista. Dalla questione ecologica al riconoscimento della diversità femminile alla ricerca di un’eticità della politica, la sua voce si era fatta sentire molto al di fuori degli steccati del Pci.

Berlinguer si era assunto appassionatamente il problema della pace e della costruzione di un nuovo ordine ‘mondiale, in tempi in cui la Bosnia e il Ruanda con le loro stragi spaventose erano ancora molto lontani. In una delle sue interviste più felici, quella su “1984” di Orwell, aveva espresso una visione quasi avveniristica del mondo, affermando che il disarmo totale non poteva essere considerato irrealizzabile e che sulle grandi questioni era necessario lavorare con “l’utopia dei tempi lunghi”.

Il 10 ottobre ’82 ad Assisi, alla marcia della Pace, per sostenere queste idee non aveva esitato a rilanciare il messaggio di un santo, il “folle Francesco”, che aveva saputo contestare le crociate e la distinzione fra guerra giusta e ingiusta. E in una riunione della Direzione Comunista, a chi gli aveva chiesto come poteva fare l’Europa a difendersi se avesse rinunciato ai missili come chiedevano i pacifisti, aveva risposto con una franchezza che è caratteristica di quegli anni: “Forse in questo c’è una contraddizione più grande: essere comunisti e pronunciarsi a favore delle armi atomiche”.

Berlinguer non parlava mai della morte.

Pensava che fosse un fatto della vita, da affrontare semplicemente quando sarebbe venuta. Aveva un gusto quasi fisico del pericolo e a volte sembrava quasi che volesse sfidare la sorte guidando la sua barca nel mare in tempesta della Sardegna, dove tornava ogni anno per le vacanze.

Anche il suo ultimo discorso, su quel palco di Padova, portato eroicamente a termine davanti a migliaia di persone dopo essere stato colpito da un ictus, e’ sembrata un’ ultima sfida. Vinta nonostante tutto.

STEFANO CARLUCCIO



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