8 marzo femminismo

8 Marzo: tutte le donne da festeggiare

La storia vuole che il 25 Marzo 1911, 129 donne abbiano perso la vita nell’incendio di una fabbrica a New York; in realtà sappiamo che è successo qualcosa di più complesso, e non nel 1911. Precisamente l’8 Marzo 1917 un gruppo di donne di San Pietroburgo guidò una grande manifestazione per la fine della guerra, dando così inizio ad una serie di dimostrazioni che portarono, in Russia, al crollo dello zarismo. Per questo, il 14 Giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenutasi a Mosca in occasione del III congresso dell’Internazionale Comunista, fissò l’8 Marzo come “Giornata internazionale dell’operaia”.

8 marzo: significati italiani.

Anche in Italia fu il Partito Comunista Italiano a fissare una data, inizialmente il 12 Marzo, per la festa della donna. Storicamente poi il comunismo divenne sinonimo di terrore in tutto il mondo occidentale e così anche in Italia, tracciando nello stivale un continuum tra fascismo e Democrazia Cristiana. Un’origine troppo scomoda di questa festa portò a ingegnose ricostruzioni, come quella della fabbrica a New York. Pensate all’ordine liberale, quale scandalo concepire una rivoluzione di “donne comuniste”.

Dite che è solo storia? L’8 Marzo 1972 a Campo de’ Fiori a Roma si tenne un’importante manifestazione con pesanti cariche della polizia contro le manifestanti, sapete cosa dicevano i cartelli di queste donne? Chiedevano la legalizzazione dell’aborto e la liberazione omosessuale. Meglio pensare alla lavoratrici di New York no?

Che ne è delle donne di oggi quindi? Certo la parola “comunista” è stata eliminata dalla politica, almeno in Italia. La storia è altro. La storia recente ci racconta del movimento: “Se non ora, quando?”. La piega che sta prendendo la lotta per l’emancipazione femminile è pericolosa e potrebbe essere così riassunta: “Sei libera di piacermi, sei libera di avere il mio posto di lavoro a patto che tu abbia le mie qualità, sei libera di diventare come me”. Ovviamente chi parla è un uomo, molte donne sono felici di questa situazione, sembra che la strada sia quella giusta.

La questione viva dei diritti umani.

Su Repubblica tempo fa c’era un intervista a Tina Brown, la prima direttrice di Newsweek. Una frase è significativa della situazione: “smetterla di sbandierare la questione femminile come fosse un affare di donne: e ricordare, soprattutto ai maschietti, che è una questione di diritti umani”. Qui sta l’essenza dell’errore di un certo femminismo; non è una questione di diritti umani. È questione di diritti femminili da inventare.

Parlare di diritti umani significa uguagliare uomo e donna, ma uomo e donna non sono uguali e dare loro gli stessi diritti come riferimenti in cui muoversi nella società significa appiattire una differenza fondamentale. I diritti dell’uomo come li conosciamo noi sono diritti fatti da maschi bianchi occidentali, direi una categoria abbastanza definita all’interno delle possibilità di pensiero. E in questi diritti si vorrebbe che la donna andasse a prendere quei posti sociali che sono stati in passato riservati solo ai maschi, che i maschi hanno creato. Una gentile concessione di qualche luminare.

Prendere posizione.

Questo è un mondo creato dagli uomini e le donne chiedono lottando di entrarne a far parte, prendere posizione. Una posizione acquisita nel momento in cui ci si comporta come un uomo: performativi ed efficienti. Tempo fa vidi il film “The iron lady”, che non mi è piaciuto. Trovo che tutte le donne dovrebbero prenderne le distanze: Margaret Tatcher è una donna di ferro (cosa è più machista?). Pugno duro e impegno. Lei non voleva stare zitta, voleva diventare come un uomo. Vecchi conservatori che fanno filmetti per altri vecchi conservatori.

Se ora mi mettessi a parlare di mercificazione del corpo vi annoierei, la vedete tutti i giorni, dappertutto. Ma la prima cosa da fare sarebbe riprendere possesso del proprio corpo martoriato. Un corpo usato come mezzo, commerciale ed ideologico.

È sul corpo femminile che la Chiesa mette le mani quando parla di negare l’aborto e di limitare la libertà sessuale. Questa è violenza sessuale al pari della pedofilia. Le donne sono schiave del loro corpo in questa situazione, schiave della bellezza – meglio, dell’appetito sessuale represso dei maschi – e del loro apparato riproduttore. È una battaglia di sesso e di sessualità. La figura del maschio bianco eterosessuale dominante è passata; e c’è chi ci rimane attaccato con i denti.

di Andrea Nale

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