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A Futile and Stupid Gesture, vita, morte e miracoli ironici di Douglas Kenney e la National Lampoon

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La comicità non è stata più la stessa dopo Douglas Kenney. Rivoluzione, provocazione, l’ambiguità che sfocia nel disagio umano colpendo e ferendo attraverso una satira che fa fuoco su chiunque, dovunque, toccando la qualunque. Il tutto con l’aggiunta di un paio di tette. Con l’aggiunta di molte tette. Il genio – perché è bene ricordare che di questo si tratta – della risata, il papà delle trovate più argutamente becere, rivive nel nuovo film del regista David Wain (We Hot American Summer, The Ten, They Come Together, The Second Sound Barrier) A Futile And Stupid Gesture.

Douglas Kenney e la sua National Lampoon . Una pellicola tra il biografico e la fantasia che tenta in maniera frizzante di raccontare la nascita, il successo e il declino di uno degli assoluti artisti del divertimento.

Da Harvard al mondo: la nascita della National Lampoon

Direttore della Harvard Lampoon assieme al suo caro amico Henry Beard (Domhnaal Gleeson), per Douglas Kenney (Will Forte) è il momento di diventare adulti, lasciare alle spalle la rivista umoristica del college per intraprendere una strada fatta di impegno e serietà. Oppure… Perché non continuare con la Harvard Lampoon ed estenderla a livello nazionale? Perché non rimanere il solito, incasinato, irrefrenabile Douglas? Dalle mura di un castello universitario fino alle scrivanie di una redazione di pazzoidi, Kenney e Beard fonderanno la rivista satirica Nation Lampoon, il veicolo che ha ridefinito gli stilemi classici della commedia mondiale.

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Dinamico, diretto, ironico: il ritratto della National Lampoon

Dal Sundance Film Festival 2018 alla piattaforma digitale Netflix in meno di qualche giorno. A Futile and Stupid Gesture è come la rivista e il movimento di cui il film racconta e il metodo di distribuzione di quest’ultimo. Tre le parole ricorrenti per definirlo: diretto, veloce, immediato. Accolta tiepidamente dalla critica, la pellicola di Wain tratta dall’omonimo libro di Josh Karp e sceneggiata da Michael Colton e John Aboud (Leverage – Consulenze illegali, The Bungalow, I pinguini di Madagascar) inquadra la vita, la morte e i miracoli che la comicità ha saputo spargere e seminare durante il corso degli anni Settanta.

A Futile and Stupid Gesture è la commedia che è anche biopic. Un prodotto che non si limita ad inquadrare la sola figura di Douglas Kenney ma ne circonda la carriera con personaggi indimenticabili e storie che hanno posto le basi per la comicità del futuro. Una ricostruzione della Nation Lampoon che, tra la linea sottile delle sue pagine, sempre sul pendio della salvezza della satira e il rischio dell’oscenità, inserisce l’ingegno, i guai e l’inadeguatezza di figlio di un uomo che ha fatto la storia del suo periodo e di quello che sarebbe poi venuto. Di un’icona che sapeva comunicare soltanto con le proprie battute, le stesse che hanno ispirato il lavoro di tantissimi e che hanno posto la soglia massima, quasi impossibile, da dover superare.

Douglas Kenney e quella voglia di rivedere Animal House

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Sfruttando l’irriverenza del periodo e tentando con la medesima, seppur imparagonabile, furia provocatoria di edificare un film attorno alla sfrontatezza portata in auge da Douglas e Henry Beard, l’opera targata Netflix restituisce una fotografia che con un ragionato espediente narrativo definisce i contorni e i contenuti di una stagione in cui la prima regola da seguire era quella di sfondare qualsiasi regola. Un riportare alla memoria gli enormi e fondamentali operati di un comico che riuscì a far ridere il mondo, ma che in tutto quel fracasso forse non trovò mai la ricongiunzione con un affetto familiare che gravò su di lui fin al suo ultimo giorno.

Una pellicola divertente A Futile and Stupid Gesture, che con il montaggio elaborato di Jamie Gross, David Egan e Robert Nassau rende dinamico il film di David Wain, creando continui contrappunti tra rottura della quarta parete e narrazione filmica, consapevolezza della finzione cinematografica e verità degli avvenimenti. Un prodotto originale che non ha la potenza incontenibile di Douglas Kenney, ma ne è nonostante tutto un omaggio degno. Un invito a riscoprire un punto cardine del genere. Un film che fa desiderare di rivedere ancora una volta quel gioiello goliardico e balordo di Animal House.

 

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About

Martina Barone è nata a Roma nel 1996. Appena diplomata al Liceo Classico Pilo Albertelli, è pronta a seguire all’università corsi inerenti al cinema e tutti i suoi più vari aspetti. Ama la settima arte in tutte le sue forme, la sua capacità di trasporti in luoghi lontani e diversi e di farti immergere in storie sempre nuove. Ama poterne parlare e poterne scrivere. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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