A quarantacinque anni dalla morte di Yukio Mishima

Quello di Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitake Hiraoka, 14 gennaio 1925 – 25 novembre 1970) è un nome fondamentale nella letteratura giapponese del secolo scorso, una certezza data dal fatto che lo scrittore di Tokyo resta a tutt’oggi l’autore nipponico più letto al mondo.

Yukio_MishimaLe numerosissime opere di questo scrittore, che annoverano tra l’altro romanzi, racconti e drammi teatrali, hanno infatti da tempo conquistato l’attenzione e l’ammirazione del pubblico e della critica anche al di fuori dei confini giapponesi: in Italia la sua produzione è stata pubblicata da Feltrinelli, Bompiani e Mondadori (che ha riservato all’opera omnia dello scrittore giapponese una lussuosa edizione dei «Meridiani»), a cura di traduttori come Emanuele Ciccarella e Lydia Origlia che hanno saputo restituire la complessità narrativa e psicologica di grandi romanzi come «L’età verde».

L’autore, nato a Tokyo nel gennaio del 1925, fu testimone in prima persona della travagliata storia del Giappone del XX secolo, della quale egli stesso viene visto oggi come uno scomodo personaggio-simbolo, nel suo essere stato un artista eclettico e un fiero portabandiera della letteratura giapponese moderna. Una letteratura, quella di Mishima, figlia dei propri tempi ma che guarda anche alle tradizioni millenarie del Paese del Sol Levante: già nella raccolta di racconti con cui lo scrittore debutta nel 1941, «La foresta in fiore», emerge dalle narrazioni un lirismo sognante che riprende immagini dell’epica e della leggenda, e che ritorna in opere seguenti come «La dimora delle bambole» o il toccante romanzo di formazione «Il padiglione d’oro». Le sue opere affrontano però anche temi legati agli aspetti più negativi, problematici e oscuri della natura umana, come la consapevolezza della disillusione e della solitudine che la vita porta con sé (leit motiv della tetralogia – capolavoro «Il mare della fertilità»), il tedio esistenziale, le sofferenze dell’amore tormentato spesso collegato a una sessualità morbosa (come nel celebre romanzo d’esordio «Confessioni di una maschera» e il postumo «La scuola della carne», recentemente pubblicato in Italia da Feltrinelli), e soprattutto una immanente ossessione per il grande enigma: la morte.

Intellettuale dallo spessore sorprendente, Yukio Mishima rivela da sempre un talento letterario e una versatilità artistica e culturale non di poco conto: termina presto e brillantemente gli studi e si dedica fin da giovanissimo alla produzione di versi e racconti; studia i classici della tradizione nazionale (come il Kojiki, l’antico “poema della creazione” giapponese)  ma rivela anche una grande ricettività alle arti e alle letterature occidentali: conosce la Bibbia, il Romanticismo, ama Dostoevskij, Tolstoj e Oscar Wilde, scrittori dei quali si può notare una profonda influenza nella sua visione dell’arte e della vita, e apprezza perfino autori americani come Tennessee Williams. Il nostro Alberto Moravia, che ebbe l’onere di intervistare lo scrittore di Tokyo per «L’Espresso» alla fine degli anni Sessanta, non esitò a paragonarlo idealmente a un D’Annunzio nipponico, alla luce del fiero nazionalismo e dei narcisistici Yukio-Mishima-resize-2atteggiamenti da esteta che caratterizzavano la sua forte personalità (e non è indifferente il fatto che fu proprio Mishima a curare la traduzione giapponese dell’opera «Il martirio di San Sebastiano» del Vate).

La caratteristica che rese l’autore una figura così ostica, a sé stante e apparentemente molto contraddittoria fu proprio quella di essere stato un profondo conoscitore e assimilatore della cultura occidentale e allo stesso tempo un irriducibile nazionalista; uno stato di cose, quest’ultimo, che ha spesso portato, erroneamente, a tacciarlo di “fascismo”. Comprensibilmente scosso dalla devastante sconfitta giapponese nella Seconda guerra mondiale, dagli anni del dopoguerra Mishima prese a ostentare, ulteriormente e risolutamente, una ferrea aderenza ai principi spirituali del Giappone tradizionale; testimonianza delle visioni che caratterizzarono questo ultimo periodo della sua vita sono testi come «La spada»,«La via del samurai» e «La voce degli spiriti eroici», inquietante e dolente resoconto di un rito di evocazione dei tormentati spettri dei piloti kamikaze, al quale avrebbe assistito anche lo scrittore alla fine degli anni Sessanta.

Una visione di vita e una direttiva, quindi, consapevolmente ed eroicamente votata alla conservazione e all’esaltazione di ciò che era stato il glorioso Giappone di un tempo. Quel Giappone nel cui nome il Nostro decise programmaticamente di morire, all’inizio degli anni Settanta: infatti, quarantacinque anni sono passati da quando, il 25 novembre 1970, Yukio Mishima pose fine ai suoi giorni con un gesto ardito e plateale: il seppuku, il suicidio regale mediante la katana con cui, per tradizione, i samurai del medioevo giapponese si infliggevano una morte onorevole in circostanze estreme. Il fatto che tale atto venne perpetrato in pubblico, a conclusione di un’occupazione del Ministero della difesa giapponese che lo scrittore aveva personalmente organizzato (coadiuvato dai giovani allievi del Tate no kai, l’associazione nazionalista ovviamente fondata da lui medesimo), conferì all’evento la forma di un gesto di rivolta. Una disperata e titanica protesta alla direzione decadente che, agli occhi dello scrittore, il Giappone aveva intrapreso in seguito alla capitolazione Yukio-Mishima-giovanedavanti alla vittoria degli Alleati, portatrice di catastrofi materiali (la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki) e simboliche (la desacralizzazione della figura dell’Imperatore) e al bieco materialismo che sarebbe dilagato nel Paese con il nuovo ordine instaurato dalle forze occidentali. Una presa di posizione affermata ancora una volta nel discorso che il Nostro pronunciò dal terrazzo del Ministero, poco prima di aprirsi il ventre con la lama d’acciaio.

Proprio perché può essere visto come un ultimo abbacinante riflesso del suo egocentrismo, è da sottolineare il fatto che il suicidio dello scrittore, per sua volontà, venne ripreso in diretta televisiva: inutile sottolineare l’effetto mediatico che ebbe tale evento nel Giappone ancora confuso e ormai “secolarizzato” del 1970. Mishima pose fine alla sua vita proprio quando la sua carriera artistica era ormai all’apice della fama e del riconoscimento: mentre la rivista americana «Exquire» lo definiva «l’Hemingway giapponese», all’indomani della sua morte un altro grande nome del Novecento giapponese, Yasunari Kawabata, ricordava l’opera del suo “collega” e amico come una delle maggiori di tutta la storia della letteratura nipponica. La morte di Yukio Mishima fu quindi il tragico (o, a modo suo, eroico?) compiersi di un destino segnato già da tempo, di una direttiva di vita di cui l’opera dello scrittore fu sempre un fedele specchio. Un’opera a dir poco complessa e significativa che rimane l’eredità di una delle anime più tormentate e sensibili della letteratura giapponese.

JARI PADOAN

SE QUESTO ARTICOLO TI E’ PIACIUTO, SOSTIENI WILD ITALY CON UNA DONAZIONE!



'A quarantacinque anni dalla morte di Yukio Mishima' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares