Accordo sulla Grecia: c’è qualcosa di poco chiaro

di Guido Traficante *

Dopo una lunga trattativa, l’Eurosummit ha partorito un accordo con la Grecia. Il punto principale dell’intesa è la concessione di un prestito triennale da 82-86 miliardi di euro concesso dal fondo salvastati ESM in cambio di impegni precisi del governo greco, tra i quali i più rilevanti sono la riforma dell’Iva e delle pensioni entro domani e la riforma sul sistema giudiziario entro il 22 luglio. Le condizioni ottenute da Tsipras non sono assolutamente favorevoli e, a una settimana di distanza dal referendum, continua a non essere chiara la strategia seguita dal governo greco, anche alla luce delle parole usate dall’ex ministro Varoufakis dopo l’annuncio dell’accordo.

Mettendo da parte l’analisi politica della questione e concentrandoci sul lato economico, l’accordo, vincolato al sì del parlamento greco e dei parlamenti di Estonia, Finlandia Francia, Germania, Lettonia e Slovacchia, si articola così: del totale del prestito, 25 miliardi serviranno a ricapitalizzare le banche greche, 35 miliardi per investimenti e stimolare la crescita economica, mentre i restanti 22-26 miliardi saranno utilizzati per coprire parte del debito con FMI e BCE. Nonostante le cifre evidenziate nell’accordo siano esplicite, non vi è chiarezza su una voce essenziale, ovvero quali siano gli investimenti e i progetti che si finanzieranno con 35 miliardi.

Nel testo originale si fa solo riferimento a dei programmi della UE, senza specificare se si tratti di programmi già esistenti (ad esempio il piano Juncker), o se si possano implementare nuovi programmi. È probabile che, nell’urgenza di trovare un accordo, non si sia riflettuto abbastanza su questo tema che è, a mio avviso, fondamentale per far ripartire non solo la Grecia, ma l’area euro nel suo complesso. Sarebbe necessaria una politica di investimenti pubblici finanziata dalla BCE con base monetaria, al fine di evitare l’aumento del debito pubblico e della tassazione, ma sappiamo bene che questa linea si scontra con i trattati e con l’impostazione della politica monetaria nell’area euro. Tuttavia, la crisi greca non deve far perdere di vista che è tutta la zona euro che arranca in termini di crescita e che si dovrebbero ridiscutere degli aspetti istituzionali che portino a una maggiore integrazione bancaria e fiscale.

Nonostante lo stesso Fmi avesse sottolineato la necessità di tagliare parte del debito greco, nell’accordo non si fa riferimento a ciò. Olivier Blanchard, fino a poco tempo fa capo economista al Fmi, ha dichiarato la scorsa settimana che un paese come la Grecia che nel 2010 aveva un rapporto debito/Pil del 130% e deficit/Pil del 15%, non poteva far altro che ridurre il deficit anche nell’ipotesi di cancellazione totale del debito. Pertanto, non si può che proseguire su questa scia, al di là della retorica anti austerità che spesso si ascolta. Con le riforme richieste si mira a intervenire sul medio-lungo periodo, con effetti che è difficile stimare oggi. Nello stesso tempo l’aumento delle tasse avrà un effetto recessivo sull’economia, perciò doveva essere accompagnata da un haircut del debito e da una ridefinizione delle scadenze.

Ricercatore di Politica Economica presso l’Università Europea di Roma e Docente di Teoria e Politica Monetaria presso la Luiss Guido Carli


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