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Ad Astra – Missione classificata, viaggio ai confini dell’universo con Brad Pitt

Diretto da James Gray, Ad Astra – Missione classificata  non è che l’epica del viaggio conradiano, in chiave fantascientifica, incarnata dal volto di Brad Pitt

 

Un regista come il classe ’69 James Gray ci ha da sempre abituati a una certa cifra stilistica, che da I padroni della notte (2007) a C’era una volta a New York (2013) sino al recente Civiltà perduta (2016), ha portato in scena narrazioni dalla forte dilatazione temporale, dal ritmo lento, e dotate di una spiccata umanità intrinseca. Non è da meno Ad Astra – Missione Classificata (2019) con protagonisti Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga e Donald Sutherland – un’epopea intimista con cui Gray sconfina nel territorio della space opera, terreno irto di pellicole del calibro di Interstellar (2014) di Christopher Nolan e Arrival (2016) di Denis Villeneuve.

Con Ad Astra, Gray riesce soprattutto a realizzare il proprio “sogno” personale, di poter lavorare con Brad Pitt – recentemente ammirato come Cliff Booth in C’era una volta a…Hollywood di Quentin Tarantino – che il regista americano ha “inseguito” negli anni, sin dai tempi di C’era una volta a New York, per poi sfiorarlo appena in Civiltà perduta, dovendo poi “ripiegare” sul capace Charlie Hunnam nei panni di Percy Fawcett.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, Ad Astra porta in scena l’epica di Roy McBride (Brad Pitt), attraverso una narrazione fantascientifica che – a detta dello stesso Gray  – richiama e non poco Cuore di tenebra (1899) di Joseph Conrad. Una sorta di  Apocalypse Now! (1978) di Francis Ford Coppola nell’immenso spazio profondo – di cui riportiamo la sinossi: “Roy McBride, ingegnere spaziale, attraversa il Sistema Solare alla ricerca del padre scomparso da vent’anni durante una missione. L’uomo, però, scopre qualcosa che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Il 2120 di James Gray

Il gran lavoro di Gray per Ad Astra sta anche nell’aver delineato un futuro distopico non indifferente. La sua visione del 2120 è quella di un’umanità arrivata sino ai confini dell’universo conosciuto che deve fare i conti con una minaccia impellente proveniente da Nettuno causante devastazioni di ogni genere.

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Un 2120 soprattutto, nel quale l’uomo va alla ricerca di nuove forme di vita aliene – grazie al Progetto Lima di Clifford McBride (Tommy Lee Jones) – ed è autore di una progressiva colonizzazione dell’Universo, con Luna e Marte già colonie terrestri, e con Nettuno come ultima spiaggia delle mire espansionistiche del genere umano.

Per aspera ad astra

Qualsiasi cosa facciamo non possiamo fuggire dal passato sembra essere il monito del cinema di Gray, e proprio come in Civiltà perduta, anche in Ad Astra abbiamo padri dissennati che trascinano i figli nei propri folli sogni, con la differenza però che il Maggiore Roy McBride è un figlio che deve affrontare una figura paterna lontana anni luce, vittima di un confronto impossibile.

Emerge così, in una narrazione volutamente conradiana che impianta il comune viaggio dell’eroe nell’immenso spazio profondo, la forte componente umana della pellicola – personaggi struggenti tipici del cinema di Gray, che riscoprono sé stessi ora nella foresta amazzonica di Civiltà perduta alla ricerca di una nuova forma di vita, ora nel mezzo di una spedizione spaziale governativa.

Un racconto introspettivo e logorante

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Chi si aspetta però una pellicola fantascientifica “action” è bene che sappia che Ad Astra è ben lontano da tutto questo. Il racconto di Gray, pur presentando alcune sequenze action suggestive, specie nella prima ora, gioca tutto sul volto sofferente di Brad Pitt, uomo tenace, duro, ma al contempo fragile – mostrandoci così un’epica introspettiva dal forte carattere intimo e riflessivo.

Il McBride di Pitt è infatti un eroe ossessionato dall’ assenza della figura paterna, assente sulla Terra, ancor di più nello spazio remoto, ma la cui figura ingombrante gli impedisce di potersi realizzare pienamente come individuo.

Arrivare dritti sino a Nettuno per ritrovare il disperso – e non più scomparso – Clifford McBride, una rilettura del Colonnello Kurtz di Marlon Brando – per affrontare il bisogno fisiologico di superare i propri limiti e i propri blocchi emotivi.

Una rielaborazione di genere, per una pellicola non adatta al grande pubblico

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Con Ad Astra ci ritroviamo dinanzi a un racconto fantascientifico ai confini dell’universo, un viaggio cosmico e della memoria a metà tra melodramma familiare e space opera in cui riscoprire le proprie radici.

James Gray riesce così a portare la sua idea di cinema nella rielaborazione del genere sci-fi, con tutti i limiti “da grande pubblico” di racconti sempre fortemente intimistici – ma ribadendo ancora una volta la sua cifra stilistica d’autore di nicchia, sottovalutato dai grandi palcoscenici.

Ad Astra si conferma così, l’ennesima gemma, magari di difficile lettura per il pubblico generico, della filmografia di un regista mai banale.

 

Ad Astra – Missione classificata sarà al cinema dal 26 settembre 2019, da una distribuzione 20th Century Fox e Walt Disney Studios

 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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