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Addio a Carlo Azeglio Ciampi, padre dell’Italia europea

«Se devo andare a un momento in cui ho avvertito la responsabilità e l’orgoglio di rappresentare il nostro Paese, ripenso al maggio del 1993, quando da premier andai a fare una visita di Stato in Germania. Da noi le cose non andavano bene, in ogni senso: credibilità e affidabilità erano purtroppo questioni aperte. A un certo punto, stavo sul palco a fianco del cancelliere Kohl, fu issato il tricolore mentre la banda suonava l’inno di Mameli. Lo confesso, un brivido mi corse lungo la schiena e mi tremarono le gambe».

È notizia di poche ore fa il decesso del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in una clinica di Roma. Recentemente aveva subìto un intervento chirurgico e il suo morbo di Parkinson si era aggravato, scatenando dei sintomi molto simili a quelli di Papa Wojtyla dell’ultimo periodo. Subito le dichiarazioni del premier Matteo Renzi che a nome dell’esecutivo si stringe vicino alla moglie Franca e tesse le lodi di un Presidente che «ha servito con passione l’Italia». Matteo Salvini lo ha invece definito un «traditore dell’Italia e degli italiani». Ennesimo sintomo dell’inclinazione del leader leghista a creare sterili polemiche.

Ciampi nasce a Livorno nel 1920. Nel 1941 si laurea in Lettere alla normale di Pisa e nel 1946 in Giurisprudenza, sempre a Pisa. In mezzo il ruolo attivo nella Resistenza, tra le fila della Brigata Maiella, un gruppo volontario di patrioti che contribuì a liberare (insieme alle forze Alleate) buona parte del centro Italia. Da quel momento il giovane Ciampi si dedica alla carriera burocratica in Banca d’Italia; dal 1960, anno in cui viene chiamato all’amministrazione centrale, al 1978, anno in cui viene nominato Governatore. Terrà la carica fino al 1993.

Sin da questi anni Ciampi comincia a incidere fortemente sulla storia repubblicana. È infatti nel 1981 che decide di divorziare dal Ministero del Tesoro. Il potere monetario e quello politico si distanziano; l’idea di Ciampi era quello di ridurre la spesa, che stava crescendo, ma sortì l’effetto opposto. Per tutti gli anni Ottanta infatti non avrebbe fatto che crescere.

Nel 1993 Carlo Azeglio Ciampi diviene il primo presidente del Consiglio non parlamentare. Viene chiamato a ricomporre le macerie di Tangentopoli, in un periodo di terremoti politici e di transizione. L’ondata di anti-politica portata dagli scandali esigeva un intervento esterno, super partes. I partiti stavano perdendo legittimità e di lì a poco sarebbero scomparsi; e dunque l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro nominò Ciampi a capo dell’esecutivo.

Dopo questa esperienza tornò a far parte del governo in qualità di Ministro del Tesoro e del Bilancio. Nello svolgere questo ruolo non perse mai di vista l’obiettivo europeo, portando l’Italia al livello dei parametri pretesi dal trattato di Maastricht, contribuendo così in maniera cruciale all’ingresso dell’Italia nella moneta unica.

La caratteristica preponderante di Ciampi come ministro e come uomo fu senza dubbio l’europeismo più puro. Un sogno che sentono proprio quegli uomini della sua generazione che hanno patito le sofferenza di un’Europa vessata dalla guerra, divisa dai regimi totalitari; l’unica strada per evitare che queste sciagure si ripetano è, appunto, l’Unione. Tale era il sentimento europeista radicato in Ciampi che lo portò, in occasione della coniazione del primo euro, a commuoversi.

Infine, forte del suo carisma istituzionale, Ciampi fu eletto decimo Presidente della Repubblica. Era il 13 maggio 1999. Ricoprì la più alta carica dello Stato con compostezza, attenzione per le istituzioni, sobrietà. Il suo patriottismo, che lo portò a ripristinare la parata per la festa della Repubblica, non fu mai convenzionale. Nelle sue uscite pubbliche e istituzionali non cedette mai il passo a un nazionalismo deteriore o posticcio, ma degno e per questo difforme dalle abitudini nostrane. Ridiede vigore all’usanza di utilizzare i simboli della nazione, il tricolore e l’inno di Mameli; insomma, in un periodo di sfiducia e di forte recessione scelse l’opzione dell’orgoglio nazionale per ridare slancio agli italiani.

Ma Ciampi fu anche un Presidente attento agli equilibri politici. In una nazione che proprio in questi anni accentuava l’asprezza del suo dibattito politico (e la sua vocazione divisiva) si spese molto per far rispettare la «par condicio», categoria politica entrata nel nostro immaginario anche grazie al suo contributo.

Questo è forse il suo lascito più prezioso. L’Italia, si sa, è un paese di tifosi. Nell’arena politica ci si comporta come allo stadio, e né il berlusconismo né il più recente «grillismo» hanno rappresentato una soluzione a questo problema, semmai ne sono stati parte, accentuandolo. La dipartita di un personaggio come Ciampi, che pure era un tecnico e non un politico, può indicarci forse qual è la via da percorrere per il futuro politico del Paese.


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Nato a Roma nel 1992, consegue studi classici ad Anzio e attualmente frequenta un corso di laurea di secondo livello in Storia e politica internazionale, presso l'Università di Roma Tre. Scrive per Wild Italy dal 2015, la sua aspirazione più grande è lavorare scrivendo e divertendosi, con il costante obiettivo di cambiare prospettiva. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA E SEZIONE CINEMA


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