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Alberi infiniti: il bosco torna in città

Il bosco torna in città. E’ una notizia. Ne siamo sicuri? E soprattutto è un bene? Prendiamo le mosse da alcuni interessanti spunti. Ogni città ha una sua storia ed evoluzione. Spesso complessa, non sempre paragonabile. Ci sono città che si sono stratificate nel tempo, conoscendo periodi di splendore e parentesi di declino (è il caso di molte capitali europee), e città sorte in pochissimi anni, magari in mezzo al nulla (il “nuovo” che avanza sulle sabbie del deserto, nei paesi arabi).

Fonte: www.country-dog.it

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La città è stata spesso paragonata ad un organismo: con le sue arterie, i gangli e gli organi vitali. E con le sue metastasi. E’ il luogo di aggregazione, il luogo del lavoro e della vita quotidiana, specie nel XXI secolo. I grandi centri sono i poli intorno ai quali ruotano tempo e denaro. La città è soprattutto trasformazione. Che dovrebbe essere pianificata anche se, alcune volte, è il caos a rendere affascinante il tessuto urbano di molte metropoli.

In questo contesto, il bosco non ha uno spazio. Anzi, per secoli è stato considerato in antitesi con la città. Il bosco veniva tagliato e trasformato in abitazioni o in fonte energetica. Il bosco era il luogo selvaggio che doveva essere ricacciato altrove: luogo oscuro, popolato da fiere. Luogo pericoloso, ma anche luogo di culto (almeno fino all’ epoca romana) per le sue valenze magiche e legate al mito. Le mura delle città hanno tagliato per molto tempo il contatto con il bosco, poiché “fuori” vi erano eserciti, malattie  e fame. In Italia, però, si è affermata nei secoli una tradizione estetica che considera il “giardino” (non il bosco) luogo di delizie per i nobili. Architetti e costruttori si sono ingegnati  a creare, in ville e castelli, meraviglie verdi per principi e regnanti, costruendo opere di irrigazione, disegnando spazi e ordinando l’apparente disordine della natura in forme più congeniali allo spirito dei tempi.

E’ con l’Ottocento che il rapporto tra verde e ambiti urbani ha conosciuto un differente sviluppo. Si sono abbattute le antiche mura, sono stati rasi al suolo interi quartieri e sono state tracciati le grandi vie alberate e gli spazi verdi dedicati al tempo libero ed all’intrattenimento. Parchi e ville diverranno nel giro di pochi decenni non più ad esclusiva fruizione di una stretta élite, ma “verde pubblico” (non bosco).

Poi, irrompe la modernità a motore. L’uomo della città, pragmatico e calcolatore, imprime una nuova modifica all’ambiente che lo circonda, dando campo libero al trasporto su gomma. La città viene trasformata in luogo da attraversare (e collegare ad altre città) e sterminato parcheggio. Monumenti come spartitraffico, alberi come ostacolo da abbattere (o contro cui sfracellarsi per imperizia). Il depauperamento culturale si consuma in pochi decenni, grosso modo dall’inizio degli anni ’60 del secolo scorso. E’ quella rivoluzione antropologica, ben descritta da Pasolini, da cui non siamo riusciti ad affrancarci.

Dov’è il bosco adesso? Con i suoi tempi, le sue stagioni, le sue necessità? Prati stenti di periferia, ai bordi dei casermoni, aree pubbliche attrezzate con giochi da vandalizzare, sistemi di aree “protette” (riserve) dove scaricare rifiuti, ville urbane in lento decadimento, beghe tra condomini sul destino da riservare a questo o quell’albero che ha le radici, ha le foglie e toglie luce o rompe i muri o rischia di cadere sulla testa di qualcuno. Su tutto l’ignavia delle amministrazioni comunali incapaci di gestire il verde, poiché i tempi amministrativi non seguono

Fonte: www.sentres.com

Fonte: www.sentres.com

quelli naturali e la formazione delle maestranze impiegate nella manutenzione è una cosa sconosciuta e negletta. Il cittadino si accorge delle prime fioriture primaverili o commenta la loro precocità (in parte preoccupato degli andamenti climatici squilibrati ed insicuri), ma raramente si lascia commuovere da questi doni. I bordi dei marciapiedi sono una distesa di ceppaie morte: le file di alberi piantati registrano negli anni continui decessi (è difficile vivere in città). Accrescendo il senso di smarrimento e di brutto. Quello che non si vede nel bosco, la morte, la trasformazione e la rinascita, sul cemento rimane cristallizzato per anni.

Il bosco ha necessità diverse dalla città: ha bisogno di spazio, di equilibrio e di assenza dell’elemento umano. In una situazione di generale degrado, alcuni paesaggisti stanno provando, con fatica, ad immaginare il recupero degli spazi e ad invertire una tendenza.  Sono nate  nuove categorie di pensiero: arredo stradale; verde attrezzato di quartiere; verde storico archeologico; grandi parchi urbani; verde speciale; boschi destinati al disinquinamento ed all’assorbimento della Co2. Nuovi esperimenti sono in corso in numerose città italiane, a partire da Milano. Alcuni sembrano esercizi di stile, ancora troppo legati a concetti di quartiere alveare. Atri stanno diventando dei modelli esportabili a cominciare dal “bosco verticale” (che, in forma moderna, richiama uno degli archetipi urbanistici di più longeva memoria: i giardini pensili babilonesi). Il compito di architetti ed amministratori è una missione improba (per costi e visione) che potrebbe dare nei prossimi anni, però, quella svolta che finora è mancata. Non interventi spot, spesso condotti in malo modo, ma una lettura storica e ragionata del territorio che liberi spazi fisici e mentali. Se già nell’Ottocento, nel mondo anglosassone, sono state concepite le città giardino come antidoto alle brutture della città industriale, nel contesto attuale è necessario ricostruire un rapporto interrotto da secoli. Occorre riabituare l’uomo al contatto con la sua prima casa: quella da cui siamo scesi migliaia di anni fa per non farvi più ritorno.

Sul “ritorno del bosco” si ragionerà il 18 e 19 febbraio, presso la Fondazione Benetton a Treviso


About

Nato nel 1967 a Roma, dove risiede attualmente, dopo aver conseguito la laurea in Economia e Commercio presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (LUISS), intraprende la carriera di Funzionario presso il Corpo forestale dello Stato a partire dal 1994. Nello svolgere la propria attività si dedica in particolare agli aspetti amministrativi, ma non rinuncia ad accrescere il proprio bagaglio culturale attraverso l’attività lavorativa e lo studio. Consegue una laura breve in scienze forestali presso l’Università degli Studi della Tuscia – Facoltà di Agraria, e, nel 2006, un master sulle problematiche ambientali a livello internazionale. Ha seguito l’iter legislativo della legge sugli alberi monumentali, nonché la raccolta e conservazione dei documenti storici del Corpo forestale dello Stato, dalla fondazione ai giorni nostri. Ha all’attivo due monografie: “Il Corpo forestale dello Stato – origini, evoluzioni storiche ed uniformi” e “La Milizia Nazionale Forestale 1926 – 1945”, edite rispettivamente nel 2002 e nel 2006. Appassionato di storia e cultura forestale, ha dedicato vari articoli alla ricostruzione di vicende di personaggi in servizio presso il Corpo. Scrive sotto pseudonimo, in omaggio a Joaquín Salvador Lavado, e se ne assume tutta la responsabilità. BLOGGER DI WILD ITALY


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