Aleppo

Aleppo, capitale della morte: le cause di una situazione insostenibile

Aleppo. La citta del Suk, della Via della seta e delle “Mille e una Notte”. Città di cultura, di poesia e di un patrimonio artistico e culturale inestimabile. Una città meravigliosa, ormai stuprata e semidistrutta a causa di una guerra sciagurata che da oltre cinque anni insanguina tutta la Siria.

Non ci sono pagine di cronaca internazionale che in questi giorni non raccontino il dramma della popolazione civile stretta in quella che potremmo definire la “sacca di Aleppo”, forse la peggiore e la più drammatica della storia contemporanea dopo quella di Stalingrado del 1943. Quello che sta diventando di enorme dolore, non solo per chi combatte in quel conflitto ma anche per tutta la comunità internazionale, sono le foto dei bimbi di Aleppo piene di lacrime, sangue e sudore che stanno facendo il giro il mondo. Perché mentre tutti ne parlano e ne discutono, ad Aleppo molti bimbi muoiono quotidianamente per mancanza di cibo o di medicinali. Per questo, forse, a nulla serve loro anche riuscire ad  evitare che qualche bomba assassina cada sulle loro teste. E le varie disparate proposte di tregua, piovute qui e lì dalle Nazioni Unite, non sono servite assolutamente a nulla.

Ma perché questa città è continuamente sotto attacco? Tutto inizia a marzo del 2011, quando sull’onda delle “primavere arabe” prendono il via le prime rivolte e proteste contro il regime del Presidente Bashar Hafiz al-Asad. La quasi totalità della città viene occupata dal cosiddetto “Esercito Libero Siriano”, composto sia da brigate di disertori dell’esercito nazionale che da gruppi e fazioni finanziate ed appoggiate da Turchia, Qatar ed Arabia Saudita (tra le quali non mancavano e non mancano quelle islamiste-radicali).

Aleppo diviene in breve tempo quella che potremmo definire la “capitale ribelle”, strategicamente importante per tutta la ribellione, da dove partono le operazioni militari contro il regime di Damasco. Regime che in tutti questi anni ha cercato, con il ferro e con il fuoco, di riconquistarla completamente. Bombardamenti di ogni genere (sia con i famigerati “barili-bomba” quanto con le armi chimiche ) ed attacchi anche supportati dall’aviazione della Russia (da sempre alleata di Assad) hanno fatto piombare nel terrore tutta la popolazione, stremata anche dai crimini commessi dalle fazioni ribelli che controllano gran parte di essa, ampiamente documentati in un rapporto della Nazioni Unite (lo stesso rapporto che accusa di crimini di guerra anche Assad e le sue truppe). Per un breve periodo di questo tetro ed oscuro scenario di morte hanno fatto anche parte una piccola fazione legata all’Isis e alla “Jabhat Al Nusra”, ex costola siriana di Al Qaeda.

Ora la partita si gioca essenzialmente tra due fronti: quello del regime di Damasco, sostenuto dai russi, e quello delle fazioni supportate dall’Arabia Saudita (che hanno l’apporto statunitense). La violenza con cui l’aviazione di Assad  si è scagliata contro la “capitale ribelle”, soprattutto nell’ultimo mese, derivava dal fatto che ormai il disimpegno della Turchia (alleata a sua volta del Qatar e dei Fratelli Musulmani) sulla questione siriana fosse determinante per la caduta delle ribellione.

Il fatto di aver salvato Erdogan dal golpe che lo avrebbe spodestato dal suo potere assoluto è stata una mossa molto abile ed astuta di Vladimir Putin, che ha saputo mostrare al nemico “yankee” di essere in grado non solo di potersi portare dalla sua parte un alleato importante come quello turco. Il gesto ha anche dimostrato il valore altissimo della sua intelligence (la stessa che ha avvisato Erdogan del tentativo di colpo di Stato in corso, dando lui modo di evitare l’arresto). Ma, al tempo stesso, ha fatto credere al duo Putin-Assad che l’uscita di scena delle ingerenze turche nella questione siriana fosse il colpo finale e decisivo per piegare la ribellione. Non è però stato affatto cosi.

Se la Turchia, forse, si portasse con se anche l’uscita di scena del Qatar (con la fine del progetto dei Fratelli Musulmani di costruire un “ nuovo Medio Oriente), chi non mollerebbe mai l’osso sulla questione siriana sarebbero i sauditi. Riuscire ad abbattere un regime che nei fatti è anche il miglior alleato del suo grande e peggiore nemico nella regione, qual è l’Iran sciita dei Pasdaran, è sempre stato il cruccio di Riad, da sempre impegnata nel frenare il processo di espansione dell’egemonia iraniana nell’area mediorientale.  

Come del resto gli Stati Uniti, dopo aver appoggiato i ribelli con fiumi di dollari e provocando tanto sangue tra le sue fila, non saranno mai disposti a far finta di nulla e ad accettare la condizione primaria posta da Mosca per far cessare questa inaudita mattanza: quella che vi sia una piena restaurazione dei poteri di Assad e che tutto torni come era esattamente prima della primavera del 2011. Per questo, ad Aleppo, si muore e si continuerà a morire. Si bombarda e si continuerà a bombardare. La follia umana l’ha ormai messa nelle condizioni di essere la capitale della morte del mondo intero.


About

Nicola Lofoco, giornalista pubblicista e blogger. La sua passione per il giornalismo è nata durante gli anni del liceo ed è proseguita durante tutti i suoi studi universitari a Bari, dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche. Ha collaborato con radio e televisioni locali della Puglia e per i quotidiani L'Unità, Il Riformista e La Rinascita, occupandosi di politica estera e di storia contemporanea. Ha pubblicato il volume “Quel velo sul tuo volto” (edizione Les Flaneurs, 2015), interamente dedicato alle primavere arabe ed ai diritti delle donne musulmane, e due volumi sul delitto Moro: “Il caso Moro, misteri e segreti svelati” (Gelsorosso 2015) e “Cronaca di un Delitto Politico” (Les Flaneus 2016). BLOGGER DI WILD ITALY


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