Alphonse Mucha

Alphonse Mucha, come l’Art Noveau arriva al Vittoriano

Arthemisia Group porta al Complesso del Vittoriano di Roma – fino all’11 settembre – una suggestiva esposizione di 230 capolavori del grande artista ceco Alphonse Mucha-RomaMucha, provenienti dalla Mucha Trust Collection, simbolo e incarnazione stessa dello spirito dell’Art Nouveau. La mostra, curata da Tomoko Sato, porta per la prima volta in Italia manifesti, panneaux decoratifs, litografie, dipinti e fotografie di uno dei più celebri personaggi del panorama figurativo europeo a cavallo tra 800-900.

Attraversando sei diversi aspetti della personalità di Alphonse Mucha (un boemo a Parigi, un creatore di immagini per il grande pubblico, un cosmopolita, il modico, il patriota e l’artista filosofo), Sato offre il ritratto di una personalità eclettica e sfaccettata che sintetizza pienamente la varietà inafferrabile dell’epoca.

Un artista poliedrico

Non troppo si sa di Mucha, che pure è stato uno dei più grandi artisti cechi mai esistiti, celebrato persino nei primi del ‘900 come il più grande artista decorativo al mondo.

Alphonse Mucha nasce nel 1860 nella città morava di Ivancice, intraprende la carriera di pittore e fotografo anche grazie al contatto con Gauguin ed esordisce nel gennaio 1895 con il grande manifesto di Gismonda che ne sancisce il successo indiscusso nella Parigi di fine secolo. Ruolo importante in questa scalata alla celebrità riveste la collaborazione con l’attrice teatrale Sarah Bernhardt, la divina di Parigi, per cui eseguirà anche altre opere tra cui Lorenzaccio in cui l’attrice rivestiva panni maschili o la Dame aux Camelias (1896), primo atto di una radicale modernizzazione del costume teatrale francese con la rappresentazione della tragica eroina di Dumas nelle raffinate vesti di una parigina alla moda.

ridimensionaGrazie al successo ottenuto, Mucha vedrà commissionarsi innumerevoli manifesti pubblicitari fino a stringere un contratto in esclusiva con F. Champenois che gli garantì una paga fissa mensile e attraverso il quale definì il celebre “stile Mucha”, icona della novità travolgente del secolo.

La geniale intuizione di Mucha si coglie nell’elaborazione di uno stile originale e autentico che indiscutibilmente lo caratterizza e che è divenuto negli anni sinonimo stesso della rivoluzionaria portata innovatrice dell’Art Noveau. Il tratto è elegante e minimale, dalle forme armoniche e sinuose, dai dettagli stilizzati e dalla raffinata tessitura d’insieme. È nelle parole stesse di Mucha che possiamo afferrare l’essenza labile e segreta della sua arte. È proprio l’artista a definirla come “un bisogno spirituale”, una necessità interiore che si nutre dei sentimenti più celati: un’arte intimistica la sua ed inaspettatamente profonda che rifugge da ogni possibile semplificazione estetica.

Eppure, un’arte così fortemente carica di valenze esteriori, fruibile persino in una dimensione puramente formale, è al contempo metafora di una grande complessità di significato. Mucha infatti non fu soltanto un artista ma, come chiaramente si può evincere dal ciclo dell’Epopea slava (1911-1928), presentata in occasione dei dieci anni di indipendenza della Cecoslovacchia, fu un utopista e un sognatore politico che combatté tutta la vita per l’unità indipendente dei paesi slavi nella ferma convinzione che la bellezza dell’arte risieda nel saper “esprimere i valori estetici di ogni nazione seguendo la bellezza della sua anima”, mentre la missione dell’artista è “insegnare ad amare questa bellezza”. Un filosofo, in sostanza, è un attivista militante, che fonde in un’unica anima la pura bellezza dei valori estetici con la pervasiva difficoltà del contenuto.

“L’obiettivo della mia arte non è mai stato distruggere, ma creare collegamenti. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci.” Così Mucha giudica la sua arte e così si delinea il profilo di un artista mai scontato che non esaurisce nel disegno l’elaborata eterogeneità del significato, anzi. Il suo lavoro trasforma il fascino un po’ vezzoso dell’arte liberty parigina nell’affermazione risoluta di valori patriottici ed umanitari, facendone lo strumento evocativo ma concreto di una presa di coscienza politica e sociale.

2I limiti della mostra

Al di là dell’indiscutibile genialità di Mucha e dell’efficace strutturazione della mostra in sei sezioni differenti che consentono una razionalizzazione dell’itinerario, sono evidenti alcune scelte poco riuscite nell’organizzazione complessiva dell’esposizione. In primis la volontà di creare uno spazio interattivo di conciliazione tra creature “morte” nelle opere e persone vive presenti in sala che si traduce in un estremo caos di modelle in piedi nel tentativo di emulare le corrispettive figure dei quadri senza alcuna coerenza apparente.

In secondo luogo, il tentativo di integrare visitatori e contesto d’insieme con delle mascherate collettive al fine di riprodurre “in praesentia” le scene raffigurate nei quadri. La ricerca di novità e l’obiettivo di intrattenimento è sicuramente molto apprezzabile, soprattutto nel consentire un godimento più immediato e divertito della mostra e un’accessibilità più ampia anche per un pubblico di non esperti. Il problema è che buona parte di questo tentativo originale si disperde in una grande confusione complessiva e in un disorientamento generale che va a scapito della comprensione e della valutazione entusiasta degli spettatori.

 

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About

Nata a Roma nel 1995, ma napoletana d'origine, studia Lettere moderne presso l'Università di Roma Tre. Interessata e poliedrica, appassionata d'arte, cinema e teatro, ama la letteratura fin da bambina e ha fatto della scrittura il mezzo per conoscere se stessa e il mondo. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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