American Sniper : una sviolinata pellicola filo-americana

Il 2015, almeno a livello cinematografico, si apre in grande stile con la pellicola dello straordinario Clint Eastwood che torna di nuovo dietro la macchina di presa per firmare American Sniper.

Il film racconta una storia vera: un americano del Texas, Chris Kyle, divenuto famoso da tutti, negli Stati Uniti, per essere stato il cecchino dei Navy Seals che ha ucciso più uomini in guerra. Fonti del Pentagono dicono che quelli accertati siano 186, ma si parla addirittura di 250. Per questo fu ribattezzato dai compagni, “La Leggenda” .

Il campo di battaglia è l’Iraq, dove gli Usa, come poi si è scoperto, hanno solo perso inutilmente forze e uomini, andando a cercare delle fantomatiche “armi di distruzione di massa” che nella realtà non sono mai state trovate. Fomentando così i nazionalisti e fanatismi mediorientali, che tanti problemi stanno creando al mondo anche in queste ultime settimane, nel silenzio generale dei media.

La narrazione è sicuramente appassionata e ricca di dettagli, nel pieno stile di Eastwood: gli ambienti sono sempre vissuti, sembra che ci si abiti da sempre e hanno una impronta innegabile del celebre Sergio Leone, con cui il premio Oscar ha esordito. Particolare attenzione viene data al luogo nativo del personaggio, il Texas, immaginato come una terra di confine, desertica, con case rade, dove vive un forte maschilismo e l’individualismo americano più sfrenato. Con tanto di esegesi alla musica country e a quella cultura.

Sicuramente è da oscar l’ambientazione e la scenografia: non sappiamo se fosse stata ricreata digitalmente come si fa oggi per risparmiare e abbattere i costi sugli effetti speciali, ma sembra di stare davvero in un campo di battaglia. Eastwood, in oltre due ore di film, riesce a far immergere lo spettatore nel campo di guerra, con tutte le sue follie, le sue liturgie fra commilitoni e la finta quotidianità che si respira in quei luoghi. Vengono riproposti più volte i “momenti di odio”, con cui vengono fomentati i soldati al grido della lotta contro il terrorismo (tutto) e in difesa dell’America e della sua libertà (alias imperialismo).

Peccato però che tutta la sceneggiatura sia basata e caratterizzata da una attenzione mirata solamente verso i crimini commessi dai mediorientali: viene espressa al massimo la barbarie di quei criminali (come al punto in cui “il Macellaio” trapana le gambe e la testa del bambino figlio dell’iracheno che ha deciso di collaborare con gli americani), ma si omettono completamente tutti gli errori fatali e gli orrori in campo di guerra e in strategia bellico-tattica, compiuti dai compatrioti di Eastwood. Viene saltato completamente il dettaglio, non marginale, dove gli americani ad un certo punto non riescono più a conquistare nulla e quindi si inalberano in una guerra a strascico, a saccheggio, che li porterà solo a perdere vite umane. Tutte le operazioni di guerra vengono dipinte come necessarie, come un panorama obbligatorio in momenti bellici. In un passaggio, l’unico, si fa vedere un soldato che ha dei dubbi sull’operazione condotta dal governo di Washington e il fratello del protagonista che impreca contro quel Paese dove ha combattuto.

L’opera si può tranquillamente dividere in due parti: la prima, una inutile liturgia patriottica americana, in cui si vuole far trasparire il senso di Nazione e di difesa del mondo che gli Usa hanno da sempre con il loro atteggiamento imperialista; e la seconda parte, la più interessante, nella quale (va dato atto) il regista descrive perfettamente i traumi e i deliri di onnipotenza e angoscia che i soldati hanno al loro ritorno, come fa con il protagonista Kyle, interpretato molto bene da Bradley Cooper. Un uomo che anche al ritorno a casa, non stacca mai la mente da quel campo ma ha continuamente sete di vendetta e di difendere il proprio stato. Attimi di vita quotidiana in cui ha le allucinazioni visive ed uditive che non riesce a scacciare.

Interessante è anche il ruolo che Eastwood raffigura della donna, soprattutto quello della protagonista femminile Sienna Miller (Taya Renae Kyle, la moglie del soldato). Il regista ce la mostra come sola, un soprammobile da tenere in casa e dedita solo a “regalare” dei bambini al marito. Lui sembra completamente disinteressato alle sue richieste di attenzione verso di lei e la famiglia e alle minacce di andarsene di casa con i figli se non si decide a lasciare la sua vita militare.

Sapevamo che il pupillo di Sergio Leone fosse un fervente repubblicano (celebre fu la polemica con Obama, durante una convention americana, dove dipinse l’attuale presidente come “inesistente“), ma le sviolinate patriottiche da un genio come lui non ce le aspettavamo. Un attore e regista cosi attento ai dettagli perché si è spinto così tanto nelle pieghe maniache americane? Il coronamento di tutto, una scena (quasi) finale al funerale dell’amico di Cooper, dove si esalta la patria americana, la bandiera e l’inno. Nonché i titoli di coda, saltati dalle immagini del bagno di folla dedicato al vero Kyle con immagini autentiche. Vincerà l’Oscar? Lo scopriremo solo a Marzo.


About

Studia Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tre e ha scritto, fin dall’età di 17 anni, in vari giornali locali. Da qualche anno è rimasto folgorato dall’ambiente radiofonico e non se ne è più andato. Conduce ogni settimana un programma di attualità ed interviste su RadioLiberaTutti.it . REDATTORE SEZIONE POLITICA.


'American Sniper : una sviolinata pellicola filo-americana' have 1 comment

  1. 18 Gennaio 2015 @ 9:29 pm Lino

    Critica agli americani ma vi piace vivere come loro.


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