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Angel Face e l’incapacità materna e narrativa di un film senza ali

Ci sono donne che non sono brave a fare da madri e figlie che non possono comportarsi come semplici bambine. È il caso di Angel Face, film presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard e opera prima della cineasta Vanessa Filho, in arrivo nel mondo del cinema dopo il suo primo passaggio per la videoarte, la musica, il cortometraggio e il documentario.angel face

È partendo dalla relazione tra madre e figlia che la regista, nonché sceneggiatrice del film, si addentra nell’universo cinematografico, mostrando quel rapporto simbiotico che si instaura tra le due figure femminili. Eppure non riuscendo ad approfondirne il riscontro sul fronte di problematiche persistenti e inguaribili.

Marlène (Marion Cotillard) ha sprecato un’altra chance. Non la seconda, non la terza, ma l’ennesima possibilità di dare stabilità alla sua vita e a sua figlia, buttandola nella più miserabile delle maniere. È così che insieme al suo piccolo angelo Elli (Ayline Aksoy-Etaix) si fionderà nuovamente nei suoi precedenti vizi, abbandonando se stessa e, soprattutto, la sua bambina.

Gli elementi scontati e prevedibili del drama indipendente

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Vanessa Filho avrebbe potuto raccontare una storia straziante. Uno spaccato disastroso dell’esistenza di una donna problematica, depressa, che riversa il suo passato – e il suo attuale presente – nel futuro della figlia. Ne vede i primi accenni, ne sente le spinte di autodistruzione. Ma rimane immobile nella sua incapacità di redimersi, nel suo essere recidiva e scegliendo per sé e la sua piccola l’indole più autolesionista.

Gli elementi per un film drama indipendente c’erano tutti.  Dalle inquadrature tinte al neon ai brillantini che risaltano sulla carnagione d’avorio delle due protagoniste. Dalle decisioni registiche al modo di rappresentarle, basate su di uno script dove il disagio sembra non poter essere superato da nessun altro sentimento, buono o cattivo che sia, dannoso o vantaggioso per la familiarità dei suoi personaggi femminili. E, proprio per queste marche, proprio per il loro essere totalmente scontate, Angel Face non riesce mai a raggiungere se non la superficie dello spettatore. La sensazione che si ha sin dall’inizio è di un cinema posto a suscitare involontariamente costanti déja vu.

La doppia, inutile doppia narrazione di Angel Face

Anche il punto di massimo interesse del film va, con il proseguire dell’opera, scemando. La psicologia intrinseca nelle azioni e proiezioni del personaggio di Marion Cotillard, il suo cogliere il percorso di alcolismo e deterioramento dell’innocenza della figlia, viene oltrepassato per aprire un’aggiuntiva narrazione, dai connotati per nulla intriganti quanto quelli che avevano composto la prima parte. È così che le parole e i gesti dei personaggi risultano d’un tratto falsi, frasi e conseguenze che forzano il film a proseguire quando hanno oramai perso la benché minima attrattiva.angel face

L’emulazione e il contrasto di una figlia nei confronti della propria madre perde perciò quel minimo di valore che, nonostante il territorio già aperto e ampiamente esplorato e il linguaggio visivo a cui siamo abituati, avrebbe avuto, come la protagonista adulta, un’opportunità per riscattarsi. Una forza sperimentale che viene annullata nel momento del suo attuarsi, con un tentativo di psicanalisi abbandonata in favore di un’ulteriore dose massiccia di – incomprensibile per la storia nell’intero – dramma.

Un film che, come i suoi due angeli – uno definitivamente precipitato e l’altro pronto a buttarsi nel medesimo vuoto – non riesce a intraprendere un percorso che risulti completo, sensato e con uno scopo in cui immergersi totalmente, preferendo buttare protagoniste e potenziali analisi iniziali giù, nel blu, tra gli sporgenti scogli.

Angel face è al cinema dal 25 ottobre, distribuito da Sun Film Group

 

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About

Martina Barone è nata a Roma nel 1996. Appena diplomata al Liceo Classico Pilo Albertelli, è pronta a seguire all’università corsi inerenti al cinema e tutti i suoi più vari aspetti. Ama la settima arte in tutte le sue forme, la sua capacità di trasporti in luoghi lontani e diversi e di farti immergere in storie sempre nuove. Ama poterne parlare e poterne scrivere. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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