Angelino, il Ministro barzelletta.

Un fulmine a ciel sereno. O un pugno allo stomaco, ancora meglio. Questo è stato l’effetto che mi hanno provocato le parole del ministro Alfano, pronunciate oggi alla Camera prima delle dichiarazioni di voto sulla mozione di sfiducia al suo sottosegretario Giacomo Caliendo. Un discorso se vogliamo in linea con l’abituale levatura del suddetto ministro, ma il cui significato ha assunto a mio giudizio un’ulteriore gravità dato il contesto e il momento nel quale sono state pronunciate. Ma andiamo con ordine. Parto dall’unico punto sensato dell’Angelino-pensiero, quello relativo all’astensione del gruppo di finiani, oltre a udc, mpa e l’api di Rutelli; chiarito come non sia compito di un ministro quello di sindacare sulle scelte di voto dei vari gruppi parlamentari, l’idea che però su temi cosi cruciali come quello di oggi, relativi alla decisione di dare fiducia o meno ad un funzionario dello stato indagato per gravi reati, l’astensione sia una fuga dalle responsabilità mi trova profondamente d’accordo. Certo è che il richiamo di Alfano non ha alcun intento morale o volontà di evitare vilipendi ai principi della repubblica: è solamente il solito attacco strumentale a chi osa non attenersi alle direttive del grande capo, colui che due anni fa lo ha messo al ministero a fare il firmatario delle leggi di Ghedini. Alfano, visibilmente preoccupato per il rischio di una crisi di governo, si scaglia a più riprese contro l’opposizione e si rivolge ancora al gruppo di Fini, vero ago della bilancia per il futuro della maggioranza e quindi suo: “Il voto di oggi resterà nel curriculum di ognuno di voi. E ciascuno, prima o poi, dovrà fare i conti con questa mozione e con il voto che ha dato”. Traduzione? Attenti, amici miei, se oggi succede la frittata siete finiti. Minacce belle e buone, pronunciate, lo ricordo ancora, dal ministro dalla giustizia. L’impressione che suscita, ancora una volta come tanti altri seguaci del premier, è quella di un uomo impaurito che si arrocca dietro al suo potere per non perderlo; e il pretesto è sempre lo stesso: garantismo, presunzione di innocenza. “Un alto e nobile principio”: le solite balle della casta di centro-destra, ormai immune persino ai mandati di cattura (Cosentino farà scuola, ne sono certo).

Poi lo show del ministro arriva al suo punto più comico e assurdo: “Sono il ministro della Giustizia e quindi non posso occuparmi del merito di questa indagine. Ma credo che anche questa vicenda della P3 sia soltanto il frutto di un’elaborazione dei pm”- Angelino dixit. Ma si, P3, P4, P5, le solite invenzioni dei giudici rossi per screditare il governo del fare. Affermazioni comunque gravi, dato il ruolo ricoperto dal relatore: ma quando mai un ministro si arroga il diritto di liquidare un’importante inchiesta in corso, supportata per altro da inequivocabili intercettazioni? Ah, eccola li la parolina magica: i n t e r c e t t a z i o n i. Che fastidio che danno, cosi utili a quei bolscevichi dei magistrati per incastrare i potenti; non a caso Alfano e i suoi da tempo hanno in serbo il rimedio. Ma questa è un’altra storia. O no?

TOMMASO BUZZELLI



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