Antonio, Vito e Rocco. Sono morti per la stessa ragione!

Antonio Montinaro

Li chiamano gli uomini della scorta. Sempre in silenzio, sempre seri, sempre attenti. Mai esposti all’obiettivo della telecamera, se non per sbaglio. Impegnati giorno per giorno, a proteggere la vita di un personaggio importante. Li chiamano anche angeli custodi. Ed erano angeli anche quelli di Giovanni Falcone. Troppo spesso il loro nome viene tralasciato, viene quasi omesso. Per fretta o forse per semplificazione, chi lo sa. I loro nomi però non sono meno importanti di altri: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Morti esattamente per la stessa ragione.

Erano uomini che credevano fortemente in quello che facevano. Consapevoli di rischiare la propria vita, giorno dopo giorno, per proteggerne un’altra. E poi quel giorno arriva. Insieme, come sempre, a scortare l’amato giudice – simbolo indiscusso della lotta alla mafia – e la moglie Francesca Morvillo. Questo compito li fa sentire orgogliosi. Percorrono l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Alcuni non vedono l’ora di arrivare per poi tornare a casa dalla famiglia. Non ci arriveranno mai. La mafia, nascosta in cima a una collina, li sta aspettando. E quando le macchine raggiungono il punto predefinito, nei pressi dello svincolo di Capaci, quei vigliacchi azionano l’innesco. Cinquecento chili di tritolo spazzano via ogni futuro. Fermano il tempo a quel 23 maggio 1992. Distruggono cinque vite.

Vito Schifani

Antonio Montinaro aveva 30 anni. Quel giorno era a capo della Quarto Savona Quindici, nome in codice della squadra cui era assegnata la tutela di Giovanni Falcone. Quel dannato pomeriggio non doveva neanche esserci lui in quell’auto. Ma per un cambio turno, sostituì un collega e si trovò in mezzo a quell’inferno. Montinaro era sposato con Tina e avevano già due figli: uno di 4 anni e uno di 18 mesi. Per sdrammatizzare il suo certo destino, racconta la moglie, Antonio le diceva sempre di stare tranquilla, che tanto quando sarebbe successo non se ne sarebbero

Rocco Di Cillo

nemmeno accorti, e a lei spettava solo il compito di andarlo a raccogliere con il cucchiaino.

Nella stessa auto, con lui, c’era Vito Schifani. 27 anni. Sedeva al posto di guida della Fiat Croma marrone che precedeva quella del giudice. A casa, ad aspettarlo, c’era la moglie Rosaria Costa di 22 anni, e il figlioletto di appena 4 mesi. Fu Rosaria che volle prendere la parola durante i funerali per concedere il suo perdono, ma pretendendo giustizia e pentimento.

Seduto nel sedile posteriore, c’era Rocco Di Cillo. Originario di Bari. 30 anni compiuti da un mese esatto.

La loro auto è la prima ad essere colpita dalla deflagrazione. Muoiono tutti e tre sul colpo. La potenza dell’esplosione è talmente forte che la loro auto verrà trovata in un oliveto a una decina di metri dall’autostrada, di loro, non rimangono che frammenti di carne.

Antonio, Vito, Rocco. Erano loro gli angeli custodi di Giovanni Falcone. Con lui sempre, con lui fino alla fine.

GIAMPAOLO ROSSI

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About

Residente a Belluno, studia all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna alla facoltà di Lettere, con indirizzo storico, per poi specializzarsi in giornalismo.
giampross@katamail.com


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