Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi e il suo tempo: il trionfo della femminilità

artemisia gentileschiDal 30 novembre al 7 maggio, nella suggestiva cornice di Palazzo Braschi, Roma ospiterà la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo, da un’idea di Nicola Spinosa. L’esibizione, che accoglie oltre 100 opere della celebre autrice seicentesca e dei suoi contemporanei, affianca a lavori noti e provenienti da grandi musei (soprattutto fiorentini e napoletani), sconosciuti tesori di collezionisti privati che aprono uno squarcio inedito sulla personalità complessa e sul genio creativo di questa autrice straordinaria.

La mostra segue efficacemente un andamento cronologico progressivo, percorrendo le principali fasi della pittura di Artemisia, coincidenti con i soggiorni  a Firenze, Roma, Venezia, Napoli e Londra, ma completandole con capolavori della pittura di quegli anni (dall’ Allegoria di Vouet al Compianto su Cristo morto di Ribera) che consentono di offrire un’esaustiva visione d’insieme e di ricostruire, al contempo, il retroterra storico-culturale in cui si muove la pittrice e la temperie artistica di Roma in un secolo di grande fermento.

IL NESSO INSCINDIBILE TRA PITTURA E VITA

Artemisia è una ventata di aria fresca nel Seicento. Non tanto per i soggetti delle sue opere, tutti alquanto stereotipati (Giuditta e Oloferne e Cleopatra sono presenti in numerose versioni che attraversano la sua intera carriera artistica), quanto piuttosto per il significato, di dirompente fervore, che questi rivestono.

artemisia gentileschiLa parabola esistenziale di Artemisia Gentileschi è tra le più dolorose della storia dell’arte italiana. Nata Roma nel 1593 e figlia d’arte (il padre è il celebre Orazio Gentileschi, di cui la mostra raccoglie diverse opere tra cui un David con la testa di Golia), si avvicina, ancora bambina, alla pittura e viene accolta come prima donna nell’Accademia del Disegno di Firenze, dove comincerà a definire, attraverso il contatto con i grandi artisti dell’epoca, i tratti caratteristici del suo innovativo modo di dipingere.

La pittura di Artemisia, infatti, è una riuscita commistione tra il classicistico rigore dell’arte paterna, nella limpidezza delle forme e nell’equilibrio delle parti (oltre che nella pervasiva presenza del mito come fonte reiterata d’ispirazione), e l’influsso del caravaggismo – approfondito in particolare nel soggiorno napoletano – con i suoi accenti drammatici, le tonalità cupe e tenebrose, i gesti teatrali ed enfaticamente esasperati.

Il realismo straziante, le azioni crude quasi macabre, i toni scuri e intensi che predominano nelle sue opere non sono casuali. Ogni scelta creativa, si carica, nell’arte della Gentileschi, di una paradigmaticità radicale divenendo testimonianza della sua tragica vicenda personale che la condannò a subire, a soli 18 anni, una violenza sessuale da parte dell’amico del padre Agostino Tassi.

Le protagoniste della sua pittura, Cleopatra, Lucrezia, Giuditta, Maria Maddalena, sono dunque donne d’azione, volitive e decise nei loro propositi brutali, dalla personalità marcata e aggressiva e dal carattere ruggente. Ma sono anche donne sofferenti, sfiorite, inquiete, che celano dietro un’esteriore risolutezza quella lacerazione emotiva e quel turbamento interiore che afflissero crudelmente Artemisia per tutta la vita. Sono tutti quadri in cui alle sottili sfumature di erotismo si combina una fermezza incrollabile e, al tempo stesso, un’agitazione sottesa come se le figure fossero sospese in attesa di una deflagrazione: è in questa mescolanza ibrida che risiede il fascino della Gentileschi e la potenza incommensurabile della sua arte.artemisia gentileschi

LA RIVENDICAZIONE FEMMINILE NEL SEICENTO

Longhi definisce Artemisia Gentileschi “ l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura” e, sebbene  risulti denigratoria nei confronti di altre pittrici poco celebrate dalla storia, tale considerazione aiuta a comprendere il ruolo essenziale che l’autrice ha rivestito nell’ arte italiana non soltanto per la sua indubbia capacità nel dipingere meravigliosamente e nell’assimilare e combinare in maniera effervescente spunti eterogenei, ma soprattutto per il contributo dato alla lotta femminista per la rivendicazione del riconoscimento  artistico.

Con Artemisia, per la prima volta, una donna entra prepotentemente nel quadro di un’arte che ostenta quasi esclusivamente volti maschili e porta con sé un bagaglio di esperienze tormentate e sofferte e un percorso travagliato di affermazione personale, di cui le opere si fanno struggente emblema figurativo.

Roland Barthes ci dice che la forza dei quadri della Gentileschi è nel capovolgimento irruento dei ruoli, nell’imposizione di un’ideologia nuova e consapevolmente rivoluzionaria che per noi moderni è il segno della “rivendicazione femminile”. Quella di Artemisia è una voce impetuosa e spesso isolata che urla la necessità di cambiamento, è un silenzioso grido di libertà tacitamente trasmesso dall’arte, è un monito e un’esortazione alle donne di ogni tempo affinché non si arrendano agli ostacoli della vita, è un insegnamento di coraggio e fiducia trasmesso a ciascuno di noi, che è sostanziale e non dovrebbe mai essere dimenticato.

UNA MOSTRA ELITARIA

artemisia gentileschiPer concludere, è necessario ricordare che l’esibizione accoglie alcune opere firmate dalla pittrice, di notevolissimo spessore (basti citare Susanna e i vecchioni del 1610 o La Maddalena Penitente del 1615), che contengono in sé stesse l’essenza della loro bellezza e non necessitano di alcuna chiarificazione. Riuscita è anche la scelta di accostare i quadri di Artemisia ad opere contemporanee o affini per contenuto (Giuditta che decapita Oloferne del ’20 accanto all’opera di Allori omologa nel contenuto; Cleopatra in confronto con Santa Cecilia al cembalo di Guarini; il Trionfo di Galatea vicino a Il trionfo di Anfitrite di Cavallino) al fine di consentire all’osservatore di unificare le diverse diramazioni della produzione artistica coeva e di costruire autonomamente un parallelo significativo tra esse.

Tuttavia il limite della mostra risiede proprio in questo eccessivo spazio assegnato all’arbitrio individuale. Al di là di brevi cenni biografici, non vi sono indicazioni di alcun genere (notazioni stilistiche o di contenuto) sulle opere o informazioni anche basilari che possano aiutare gli utenti ad orientarsi in una realtà artistica così multiforme. Ne risulta un prodotto estremamente raffinato, ma elitario, danneggiato dal suo rivolgersi ad un pubblico di soliti esperti, che non fa che confermare una deludente tendenza esclusivista dell’arte italiana, ancora spesso chiusa in una torre d’avorio e poco interessata al grande pubblico.

 

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About

Nata a Roma nel 1995, ma napoletana d'origine, studia Lettere moderne presso l'Università di Roma Tre. Interessata e poliedrica, appassionata d'arte, cinema e teatro, ama la letteratura fin da bambina e ha fatto della scrittura il mezzo per conoscere se stessa e il mondo. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


'Artemisia Gentileschi e il suo tempo: il trionfo della femminilità' have 1 comment

  1. 13 Dicembre 2016 @ 11:25 pm leonardo leonardi

    E’ soprattutto il dipinto di Giuditta e Oloferne che mi ha più attratto, non solo per la bellezza pittorica del l’intero impianto compositivo ed in particolare quella perfetta sintonia che “la Pittora” ha saputo infondere nell’espressione del viso della protagonista al fine di renderlo così “in sintonia” con l’esecuzione della sua azione violenta, ma moltissimo per la sua capacità tecnica mediante la quale ha saputo risolvere la verosimiglianza del sangue spillante dal taglio della testa e quindi illustrarne il suo spargersi sul cuscino sotto la testa della vittima e il gocciolio sulla lama della spada.
    Ritengo che quest’esecuzione tecnica d’un così impegnativo problema di stesura disegnativa e raffigurazione tridimensionale dell’elemento più caratterizzante del racconto biblico sia, nel gesto artistico dell’Artemisia Gentileschi, ben superiore in valentìa a quello corrispondente del Merisi nel quadro col medesimo soggetto oggi in mostra permanente a Palazzo Barberini.
    Chiudo con un’ osservazione veloce sull’autoritratto realizzato dalla Pittrice “a matita su carta” e che è in visione nella primissima stanza della Mostra molto ben realizzata tra l’altro, e che data 1613.
    Ebbene se Artemisia è nata a Roma nel 1593 a quella data avrebbe avuto l’età di 20 anni: però nel quadro definito autoritratto vedo raffigurato un viso da ragazzina, ch’eppoi quattro anni più tardi (1617) dovrebbe apparire come nell’autoritratto che è posto nella stessa sala sulla parete dirimpetto, come una suonatrice di liuto. Chissà qual è il motivo.
    Ultimissima annotazione con lepida intenzione: c’è un dipinto in esibizione sul soggetto di Apollo &Marsia il cui autore non è Bartolomeo Manfredi ma è un altro Bartolomeo il cui cognome non riesco a proprio ricordarlo (inizia con la S) che se potessi mi piacerebbe farne uno scopo ricerca per scoprire a quale fonti l’artista si è ispirato per raffigurare un Marsia, nella sua versione pittorica dell’episodio dello scorticamento, non come un satiro ma come un licantropo!
    Grazie dell’attenzione. Le.Le.


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