Aspettando l’11 giugno…

Aspettando con ansia l’11 giugno prossimo, data in cui si decideranno (o, per meglio dire, si delineeranno meglio) le sorti di Marcello Dell’Utri, converrà ripercorrere la sua biografia.

Marcello Dell’Utri nasce a Palermo nel 1941; conseguita la maturità classica, si laurea in giurisprudenza a Milano, dove conosce Silvio Berlusconi: inizia a lavorare per lui, prima come segretario, poi, ottenendo un posto di lavoro all’Edilnord. Lavorerà anche per la Fininvest e per Publitalia (società anch’esse fondate da Berlusconi). Degna di nota la sua vicinanza all’ambiente mafioso: lavorerà anche per la “Inim” di Rapisarda, società legata a Ciancimino e ai Cuntrera-Caruana, personalità di spicco della mafia palermitana.

Siamo nel 1994 quando, una volta scoperte le sue conoscenze mafiose, iniziano le indagini sul suo conto, ed in particolare sul suo ruolo all’interno di Cosa nostra. Non trovando altro appiglio, deciderà di darsi alla politica, l’isola della speranza contro l’azione della giustizia italiana. Infatti, come lui stesso affermerà: <<Io sono politico per legittima difesa. A me delle politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto […] Mi difendo anche fuori [dal Parlamento], ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano>>…(per la serie “ecco come usare la politica per raggirare la legge!”).

E’ il 2 gennaio 1996, quando viene messo sotto accusa: a distanza di otto anni, viene condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Pena da scontare: 9 anni di reclusione.

Ecco di seguito il testo che motiva la condanna: <<La pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici. Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era viepiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale>>.

A questo punto, vi chiederete: perché mai dovremo aspettare con ansia l’11 giugno prossimo?

Bene.. è stato comunicato il 16 aprile scorso che in quella data i giudici entreranno in Camera di Consiglio per emettere la sentenza di secondo grado. La richiesta del pg Antonino Gatto è di allungare a 11 anni la condanna perché, come spiega, “nel frattempo il quadro accusatorio si è aggravato”. Si fa riferimento, con questa affermazione, alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che ha raccontato dei presunti rapporti tra Dell’Utri e i capimafia di Brancaccio, oltre che delle confidenze ricevute dal boss Giuseppe Graviano che, al settimo cielo, gli avrebbe rivelato che grazie al senatore e a Silvio Berlusconi “finalmente la mafia aveva il Paese nelle mani”.

Inoltre si aggiungerebbero intercettazioni nuove che dimostrerebbero il piano ordito da Dell’Utri per screditare i tre pentiti che avevano fatto il suo nome: insomma, per Gatto ci sono abbastanza prove per parlare di “attitudine dell’imputato a inquinare le prove”, quindi, secondo il pg, undici anni per “un politico che per una vita ha avuto rapporti con Cosa nostra” sarebbero “una condanna giusta”.

Segue il commento di Dell’Utri: <<La Procura generale ci ha aggiunto gli interessi: due anni, visto quanto è durato il processo.(…) Ma questa è soltanto la richiesta di una parte. Vedremo come deciderà la corte”. Poi, sui nuovi elementi di accusa, dice: “veramente non li ho nemmeno sentiti>>

Per concludere in bellezza, riportiamo i pronostici che fa per il suo futuro: <<se esco da questa cosa, posso pure lasciare l’incarico. Tanto l’ho già detto: ho scelto la politica solo per difendermi dai processi>>.. beh, che dire? oltre ad esprimere un minimo di lode per la sincerità e la faccia tosta di affermare una cosa tanto grave, sposterei l’attenzione su chi vota candidati del genere: chissà se gli elettori di pseudo-politici come Dell’Utri credono ancora negli slogan e negli ideali ipocritamente pubblicizzati dai candidati, oppure sono coscienti di sprecare i propri voti per fare un favore a chi ha guai con la giustizia!

DOMENICO FILIPPELLO



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