balla coi lupi recensione del film wild italy

#Imperdibili Balla coi lupi, il grande romanzo western di Kevin Costner

Balla coi lupi rappresenta forse l’ultima frontiera della New Hollywood, un capolavoro western da Oscar capace di consacrare la stella di Kevin Costner

 

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Balla coi lupi, esordio alla regia di Kevin Costner che interpreta anche il ruolo principale, è probabilmente l’esordio più d’impatto nella storia del cinema dai tempi di Quarto potere (1941), di Orson Welles – pellicola con cui l’allora trentacinquenne Costner, si guadagnò la nomea di regista coraggioso, capace di proporre idee rivoluzionarie – degne della più florida New Hollywood; progetti kolossali in controtendenza con il cinema d’intrattenimento dei primi anni Novanta.

Balla coi lupi infatti, si inserisce nel filone dei grandi capolavori del cinema americano kolossali, come il sopracitato Quarto potere, I cancelli del cielo (1980) di Michael Cimino, o lo stesso Reds (1981), di Warren Beatty.

Un western revisionista che parte dal presupposto che il John Dunbar di Costner è uno “sconfitto” il quale si trova suo malgrado a compiere un gesto eroico e valoroso rischiando seriamente di venire ucciso nel corso di una battaglia. In un’epica che rievoca e non poco il cinema western di John Ford, con cui voler consegnare pezzi di storia all’immortalità cinematografica.

Caso non dissimile per Balla coi lupi, con cui Costner porta in scena la Guerra di Secessione come mai s’era vista finora, che diventa strumentale per raccontare il conflitto storico tra cowboy e indiani sotto una nuova luce.

Eventi storici

Balla coi lupi si colloca nel periodo della guerra di secessione americana. È infatti sul finire di tale guerra che il governo americano inizia la conquista del West, invadendo e massacrando le grandi tribù native delle Pianure americane, quali Sioux e Cheyenne. È proprio contro queste grandi tribù che si concentra l’interesse di egemonia e supremazia dell’esercito americano.

In particolare lo scontro è incentrato sul desiderio di dominare la più bellicosa di queste tribù, i Sioux (a cui appartengono gli indiani del film). Nei quindici anni che vanno dal 1862 al 1877 gli scontri tra Sioux ed esercito americano saranno frequenti e sanguinosi.

Nel 1863, durante la guerra di secessione, il tenente John Dunbar (Kevin Costner) è un ufficiale dell’Esercito Unionista di stanza in Tennessee. L’uomo, in seguito ad una grave ferita che lo condannerebbe all’amputazione di un piede, cerca la morte davanti alla linea nemica, ma il suo gesto estremo sblocca la situazione di stallo fra i due eserciti che si fronteggiano a poche decine di metri, risolvendo la battaglia a favore dell’Esercito Unionista.

Riconosciuto il suo atto come quello di un valoroso, viene curato e gli viene concessa la possibilità di scegliere il luogo della sua futura destinazione; il tenente chiede di essere inviato in un presidio della frontiera dell’Ovest, ai margini delle praterie del Nebraska.

Una visione registica epica 

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Balla coi lupi infatti, prima che essere un western revisionista che mette sotto nuova luce gli indiani nel cinema di genere – un po’ come accaduto con Il grande sentiero (1964), di John Ford – è soprattutto una storia intima e raccolta, che utilizza il contesto storico per portare in scena il dramma di un uomo e il cammino dell’eroe della sua ricostruzione come individuo dopo aver rischiato (o addirittura tentato) di morire – e lo fa partendo da Fort Sedgewick, nella desolazione del Kansas.

John trascorre il primo mese lavorando per ripristinare l’operatività dell’avamposto e scrivendo il suo diario, nel quale annota tutto quello che gli succede; gli fanno compagnia solo il suo cavallo Cisco ed un lupo con cui giorno dopo giorno prende confidenza, a cui dà il nome di Due Calzini per via delle zampe bianche.

La regia di Costner, prima regia ricordiamo, è audace, maestosa, fatta di panoramiche e carrellate, con cui valorizzare al massimo l’ambiente narrativo della campagna americana della seconda metà dell’Ottocento e di primi piani e “Leoni“, con cui valorizzare l’espressività dei suoi protagonisti.

E lo fa attraverso una narrazione epica, dalla forte dilatazione temporale e dal ritmo compassato con cui poter ricostruire lentamente il proprio Dunbar oggetto di una totale destrutturazione nella sequenza di apertura per poi essere ricostruito pezzo per pezzo.

La fotografia di Balla coi lupi merita certamente più di una parola di riferimento; quella di Dean Semler infatti, rievoca e non poco scenari cinematografici degni de I giorni del cielo (1978) di Terrence Malick resi grandi dalla fotografia di Nestor Almendros, con cui valorizzare al massimo l’ambiente attraverso l’uso di luci naturali.

Una struttura narrativa kolossale, per uno degli ultimi grandi western revisionisti

Tutto il primo atto incede infatti nella resistenza al forte, con cui Costner pone il focus principalmente sulla solitudine del soldato e dell’individuo, nel frammento narrativo certamente più introspettivo alla base del racconto di Balla coi lupi. Il primo atto diventa anche l’opportunità di introdurre in scena la tribù di indiani Sioux Lakota, con Uccello Scalciante (interpretato da Graham Greene) e Vento nei capelli (interpretato da Rodney A.Grant) presentati in scena come antagonisti in linea di principio, per poi divenire aiutanti dello stesso Dunbar che i primi tempi li chiama rispettivamente il “tranquillo” e il “feroce”.

L’azione di soccorso verso Alzata con pugno (interpretata da Mary McDonnell) permetterà a Dunbar di entrare nel mondo straordinario, con cui guadagnare la fiducia dei Sioux Lakota, ottenendo così un nuovo ruolo sociale nel corso del racconto. Inizia così un lento incedere nell’evoluzione del rapporto tra Sioux e Dunbar, dove le barriere comunicative e i pregiudizi reciproci vengono meno – in cui Dunbar non reputa più gli indiani come straccioni e ladri, ma persone nobili, di grandi valori.

Ne consegue ovviamente che anche tra i Sioux c’è meno diffidenza verso Dunbar, ritenendolo lentamente come parte della loro comunità.

John Dunbar e Balla coi lupi, un nuovo ruolo sociale 

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Dunbar accetta pienamente il valore “superiore” dei Sioux, quando dei cacciatori bianchi danno fuoco e squarciano dei bufali – accettando per la prima volta che i bianchi siano soltanto una massa di ipocriti incivili. Il rapporto tra Dunbar e i Sioux migliora anche grazie alle piccole innovazioni tecnologiche che Dunbar propone loro, come il macina caffè o il cannocchiale.

In ogni caso comunque, l’incontro con la vicina tribù di indiani Sioux Lakota, in lotta con la confinante tribù dei Pawnee (spie dei bianchi), porterà un senso nuovo alla sua vita.

La crescente stima e il rispetto verso questo popolo nomade e, non ultimo, l’amore e il matrimonio con Alzata Con Pugno lo porterà a imparare la lingua sioux, a condividere problemi e sentimenti di quel popolo, a integrarsi nella vita, nelle tradizioni, negli usi e nella cultura indiane, riconoscendoli molto migliori di quelli dei bianchi invasori. Alzata Con Pugno diventa così l’anello di congiunzione, il ponte, tra i due mondi.

Tutto il secondo atto verte infatti verso la cementificazione del rapporto e susseguente accettazione di Dunbar nella comunità – reso epico dalla maestosa scena della caccia al bisonte co-diretta da Kevin Reynolds che rievoca i mandriani di Howard Hawks de Il fiume rosso (1948) – sino ad arrivare al sopracitato matrimonio con Alzata Col Pugno. Un secondo atto in cui Costner arriva alla totale definizione dei Sioux come un popolo armonico, attaccato a sacri valori e strenuo difensore della famiglia, anche per via del suo nuovo nome di Balla Coi Lupi. Un nuovo nome implicante così l’abbandono del suo vecchio modo di vivere e dell’identità di John Dunbar – e che troverà nel terzo atto l’effettiva rinuncia.

Un film imperdibile, un capolavoro che è già nostalgia

Non esistono apposizioni diverse da queste, per definire un film immenso come è l’opera prima di Kevin Costner. Con Balla coi lupi infatti, Costner raggiunge immediatamente l’olimpo dei grandi del cinema, alzando però – al contempo – le aspettative nei suoi confronti; un qualcosa che il regista americano non è mai riuscito a riproporre nel corso della sua carriera.

Da Wyatt Earp (1994) di Lawrence Kasdan, a Waterworld (1995) di Kevin Reynolds, passando per L’uomo del giorno dopo (1997) – tutte opere in cui Costner ha prodotto e diretto o co-diretto e interpretato, la fiducia degli studios nei confronti della propria visione registica è andata lentamente a scemare, riducendo di molto la portata di un autore che avrebbe certamente potuto dare molto di più alla storia del cinema.

Ci resta tuttavia la sua prima grande opera, quel Balla coi lupi vincitore di 7 Oscar nel 1991 tra cui Miglior film, manifesto di una rediviva New Hollywood che fu, a cui guardiamo tutti con fare romantico e nostalgico.

 

 

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Fonte immagini: imdb.com.


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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