Berlusconi è un dittatore?

Le sommosse della piazza africana, scoppiate nella Tunisia di Ben Alì, hanno contagiato nelle scorse settimane anche l’Egitto di Mubarak, poi l’Iran di Ahmadinejad. Nelle ultime ore, anche la Libia di Gheddafi è stata colpita dalla virulenza della rivolta. Il numero delle vittime fra i manifestanti sfiora ad oggi le trecento unità. Frattanto, dalla striscia di terra che fa da ponte tra il continente nero e l’Europa, Berlusconi temporeggia cauto, affermando che «non vuole disturbare» il leader libico.

Come la scia segue la cometa, così alla dichiarazione son seguite le polemiche. Ci si potrebbe domandare se il silenzio del premier sia da imputare a un sentito timore o piuttosto a una simpatia reverenziale. Gheddafi è solito sventolare lo spauracchio dell’immigrazione clandestinaselvaggia, ma è lecito pensare che, seppur le ondate di esuli siano una prospettiva più che realistica, le sue “sparate” (queste, almeno, verbali) siano poco più che delle boutade. Non voglio, però, qui parlare della Libia, ma semmai dell’Italia, ed esternare una considerazione che ho fatto ieri, leggendo un articolo di Paolo Flores d’Arcais apparso sulla prima pagina del «Fatto quotidiano».
D’Arcais disquisisce di una rivolta, in questo caso italiana, che non c’è ma che dovrebbe ragionevolmente esserci. Ma sarà vero? Si sa che io, più volte, mi sono dichiarato contrario non solo all’oggetto delle ultime discese popolari in piazza, ma anche al vocabolario politico-giornalistico utilizzato; in particolare, ho criticato, spero duramente, la scelta di utilizzo della parola «golpe» da parte del leader dell’Italia dei Valori, e, seppur indirettamente, dell’uso da parte delle frange berlusconiane del termine «golpe bianco» riferito al lavoro della magistratura.
Ma la «rivolta», che poi è un modo soffice di dire “rivoluzione”, s’ha da fare se e soltanto se necessaria; ho parlato, appropriatamente, di «extrema ratio», ad indicare che se c’è un’alternativa democratica, la violenza va assolutamente evitata. Mi sono chiesto: Berlusconi è un dittatore? La mia non è una domanda retorica: la risposta è aperta.
Se non lo è, vuol dire che siamo in democrazia, e pertanto la rivolta non serve perché non ha senso alcuno. Se lo è, vale l’inverso. Si potrebbe a questo punto obiettare che la situazione italiana è ben altra da quella africana, e che se il Presidente fosse per davvero un dittatore presumibilmentesparerebbe sulla folla. Invece, manca il morto. Ma parafrasando quel che sostiene il direttore di «MicroMega», non c’è morto perché non c’è rivolta e, viceversa, non c’è rivolta perché non c’è il morto: la fase attuale è quella dello stallo.
Il rischio più grosso è che, come nella scena del domino del film V per Vendetta, basti un piccolo incidente perché si inneschi la deflagrazione della piazza, a prescindere da se il premier sia in effetti un despota o meno. L’incidente potrebbe essere costituito dal morto… o anche dalle ventilate riforme costituzionali e della giustizia.
In tale frangente, però, non ci si può comunque astenere dal garantire corretta informazione. Questa è l’ago della bilancia, può determinare la percezione della necessità o meno della violenza, e perciò dev’essere sempre precisa, certosina e ostentatamente puntigliosa. Nel suo pezzo, d’Arcais fa un errore piuttosto comune, ma non per questo meno grave (anzi). Lo fa quando scrive:
«Le opposizioni hanno fatto spallucce alla proposta di dimissioni in massa del Parlamento, avanzata dal direttore di questo giornale, con la solita scusa che sarebbe “Aventino”, mentre sarebbe l’opposto: il gesto drammatico capace di costringere Berlusconi alla resa dei conti nel paese, anziché consentirgli quotidiani nuovi acquisti nel “mercato delle vacche” cui ha ridotto Camera e Senato».
Il «direttore» è ovviamente Antonio Padellaro, che il 18 febbraio faceva sua un’idea tutt’altro che originale. Era il 27 gennaio quando, in diretta ad Annozero, Maurizio Belpietro tirò fuori dal cilindro questa velleità, unicamente finalizzata a confondere i telespettatori e a far passare Rosy Bindi e tutto il Pd per dei collusi. Già il 5 febbraio, sempre sulle pagine del «Fatto quotidiano», Furio Colombo smontava questa nascente teoria del complotto parlamentare, ma Padellaro sembra ignorarlo, al punto che ci si domanda giustamente se costui legga il giornale di cui è responsabile.
La strategia delle dimissioni in massa dell’opposizione è un’eresia logica. Se fosse possibile, si rischierebbe costantemente il blocco del sistema, perché tutte le opposizioni potrebbero cogliere ogni occasione per tenere sotto sequestro la macchina parlamentare. Ci si ritroverebbe, quasi di sicuro, ad andare alle urne in media una volta ogni due mesi. Per dimostrare ciò, non c’è bisogno di ricorrere ad argomentazioni per assurdo: basta semplicemente prendere come riferimento l’art. 89 del D.P.R. 361/1957 e le sue successive modifiche. Un po’ sibillino, ma comprensibile.
LUCIANO IZZO


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