bonus bebè

Bonus bebè: quando il welfare si fa a colpi di 80 euro

Fonte: BlogFinanza.com

Il supporto di un Paese alla nascita rientra nei propri obiettivi: è corretto infatti che tra gli obiettivi di una Società vi sia quello del sostegno ai neo genitori e ai loro figli, nuovi membri della stessa società. È giusto inoltre che, attraverso tale supporto, lo Stato provi a garantire ai suoi nuovi cittadini condizioni dignitose e attenui le differenze rispetto a chi è più fortunato. È invece discutibile che questi nobili obiettivi possano essere piegati a interessi diversi.

L’Italia si distingue oggi per avere il livello di natalità più basso di tutta Europa: sono tanti i motivi e non è qua che si vuole discuterli. Né si vuole entrare nel merito della polemica sul fantomatico fertility day e sulle modalità utilizzate per le campagne di comunicazione dal Ministero della Salute, guidato anche dopo la staffetta Renzi-Gentiloni da Beatrice Lorenzin. Si vuole piuttosto indagare come uno Stato che ponga la famiglia al centro del proprio welfare sostenga la genitorialità.

Cambiano i governi…

Negli ultimi 20 anni il bonus bebè è sempre stato presente nelle politiche dei diversi Governi. Berlusconi nel 2006 ha offerto 1000 euro per ogni nuovo figlio alle famiglie con un reddito inferiore a 50 mila euro: poche sono state le famiglie che ne hanno beneficiato, e ad alcune è stato richiesto di restituire la somma, in quanto il requisito del reddito familiare non era molto chiaro. La Fornero (sì, quella delle pensioni e degli esodati) nel 2012 ha offerto 300 euro per sei mesi sotto forma di voucher, da spendere per asili nido e baby sitter convenzionati. Solo 4mila famiglie ne hanno beneficiato: il risultato è stato limitato dalla scarsità di strutture aderenti e dal dedalo burocratico imbastito per l’occasione.

Fonte: Welfare Network

…Ma il bonus bebè no.

Enrico Letta aveva inserito nel proprio programma degli interventi di supporto alla natalità, ma non ha fatto in tempo a metterli in pratica. Renzi, invece, ha puntato forte sul suo provvedimento: 80 euro per ogni figlio per ogni nucleo con Isee inferiore a 25mila euro, che diventano 160 in caso di Isee inferiore a 7000 euro. L’assegno, erogato dall’Inps, ha una durata di tre anni, e viene rilasciato su richiesta di uno dei due genitori (non c’è quindi un meccanismo automatico di assegnazione). La previsione di spese per lo stato è monstre: 3,7 miliardi di euro per i prossimi sei anni; tuttavia, per il 2015 sono stati stanziati solo 20 milioni di euro. La misura è stata sfruttata dalle famiglie di 330mila neonati, come riportato dalla discussione in Parlamento in sede di analisi della nuova manovra, prima del referendum.

La Legge di Bilancio 2016 (cioè la “vecchia manovra”) licenziata pochi giorni fa dal Senato come ultimo atto ufficiale del Governo Renzi riporta diverse misure, non tutte meramente finanziarie. Innanzitutto, un bonus di 800 euro per nascituro, da richiedere ancora prima della nascita del figlio. Poi, il bonus già previsto dalla manovra precedente (si era discusso di aumentarlo ma non è stato poi toccato) e l’estensione del congedo parentale obbligatorio riservato ai padri da uno a due giorni.

Il bonus bebè serve davvero?

Quale può essere l’impatto di 80 euro al mese su una famiglia con un bebè? Le ultime ricerche (Federconsumatori, 2015) stimano che per il primo anno di vita una famiglia spenda dai 7 ai 15mila euro (più tante notti insonni, ma Federconsumatori non lo dice). Sulla base di questo dato appare palese che 960 euro in più non siano in grado di avere un ruolo determinante (ancora meno sull’eventuale scelta di avere o non avere un figlio, come alcuni commenti hanno cercato di sostenere). Si potrà ribattere che 80 euro al mese sono meglio di niente, ma così facendo si riduce l’obiettivo sociale sottostante a questa scelta a un mero regalo e contentino (in cambio di cosa?).

Fonte: StraNotizie.it

Le alternative.

La domanda da porre in realtà è: quale politica sociale di supporto alle genitorialità sarebbe migliore? Quali scelte si possono prendere con 3,7 miliardi di euro?

Prendendo esempio dalla Francia, il paese europeo con il tasso di natalità più alto, si possono proporre diverse ipotesi. Innanzitutto gli asili nido: il costo e l’accesso ad un asilo nido pubblico è in Italia alto e difficile; il mercato è per lo più in mano a privati, con rette che oscillano tra i 400 e gli 800 euro mensili. Parte delle risorse potrebbe essere quindi destinata a diminuire gli ostacoli di accesso alle strutture pubbliche, con un meccanismo differente rispetto a quello dei voucher a suo tempo previsti dalla Fornero, o a rendere le strutture più fruibili e preferibili rispetto ad altre soluzioni (in Francia le cosiddette crèches collectives sono aperte 11 mesi l’anno, per 11 ore al giorno).

Vi è poi da considerare il congedo parentale. Ad oggi previsto in Italia in via quasi esclusiva alla madre, esso copre obbligatoriamente 5 mesi più altri sei facoltativi, ma pagati al 30% dello stipendio. Al rientro la madre può godere dei permessi per allattamento, pari a circa due ore al giorno, fino all’anno di vita del figlio. Istituzionalizzare la possibilità di rientrare a part-time, permettere a padre e madre di condividere e alternare permessi, controllare eventuali demansionamenti a cui la madre lavoratrice ancora va incontro, incentivare le grandi aziende alla creazione di nidi aziendali, sono tutti strumenti che agiscono in via indiretta, permettendo ad entrambi i genitori di poter vivere più serenamente e la vita familiare, e di avere un aiuto concreto.

La scelta di una politica a lungo termine.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Infine una nota: il bonus bebè introdotto dal governo Renzi e riconfermato dalla legge di bilancio 2016 non è ad oggi un provvedimento strutturale, così come non lo erano i precedenti bonus introdotti dagli ultimi governi. E’ previsto per i prossimi tre anni, e copre i primi tre anni dei bimbi nati nel 2015, 16 e 17. E’ quindi una scelta politica a brevissimo termine, che in quanto tale appare non certo come una vera e propria politica di welfare dello Stato (ma forse più come una scelta elettorale).

Sempre prendendo a riferimento la Francia, i genitori francesi possono godere sia di un assegno per la nascita, sia di assegni per la crescita e lo sviluppo dei figli, ovviamente in ragione del reddito familiare: questo è però un provvedimento che vale oggi così come varrà tra anni. Inoltre, i genitori hanno congedi parentali lunghi, obbligatori e per entrambi (i padri hanno diritto a 11 giorni): le politiche mirano a un corretto riequilibrio dei carichi famigliari, alla salvaguardia dell’occupazione femminile e al sostegno del padre, ad oggi forse trascurato in tutta Europa nel momento della formazione familiare.

Ampliare orizzonte politico.

Manca, ad oggi, una visione globale e futura della politica di welfare: interventi profondi e destinati a diventare strutturali destano minore sensazionalità, e, anche se potenzialmente possono essere a favore di un numero maggiore di cittadini nel corso del tempo, nel breve periodo rischiano quasi di passare inosservati e utilizzati da pochi. Elargire 80 euro mensili (o 1000 euro, o 300 euro, cambia l’importo ma non cambia la sostanza), invece, seppure non ha effetti diretti e apprezzabili sul portafoglio di una famiglia, garantisce una cassa di risonanza più alta e forte; ma da un punto di vista economico e politico è un costo e non un investimento, è guardare al presente e non al futuro. Finché l’orizzonte politico rimane quello delle prossime elezioni, tuttavia, l’Italia, indipendentemente dal Governo che la guida, non avrà mai politiche efficaci e certe.

 

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About

Nato nel 1985, maturità scientifica e laurea in Economia Aziendale. Svolge per un anno attività di ricerca presso l’Università LIUC di Castellanza, pubblicando un paper relativo all’impatto di Expo sul commercio internazionale italiano. Si interessa di economia e cibo. Cerca di coniugare i due temi, e se non ci riesce si concentra sul secondo. Lavora in banca. Scarso runner, discreto sciatore e ottimo papà. COLLABORATORE SEZIONE ECONOMIA


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