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Bufale, i mezzi di informazione ai tempi delle fake news

Fonte: Web Experiments

E’ stato recentemente pubblicato dal The Reuters Institute For The Study Of Journalism un report circa lo stato dell’informazione e dei mezzi con cui essa viene fruita o cercata dagli utenti in 26 Paesi, dai più industrializzati ad altri più arretrati; in particolare, il Report edizione 2016 indaga anche un tema oggi in evidenza, che si collega alle fake news e al vortice virale con cui una notizia inventata diventa come percepita per vera sul web: la fiducia degli utenti nei mezzi di informazione.

I risultati della ricerca evidenziano come nel Nord Europa e in Germania vi siano i livelli di fiducia più alti, mentre in Usa la percentuale scenda al 33%.

I dati si possono incrociare con una ricerca effettuata da Demos & Pi circa lo stato dell’informazione in Italia. Nel Belpaese è ancora la tv il mezzo più utilizzato per tenersi informati, seppure come una percentuale in leggera diminuzione a favore di internet a partire dal 2007; tuttavia, sempre secondo la stessa ricerca, è su internet che gli italiani ritengono si trovi l’informazione più libera e indipendente. Quindi, cambiando il punto di vista dell’assioma, anche se si utilizza tanta televisione si ritiene che le informazioni recepite tramite questo strumento non siano così affidabili come quelle liberamente cercate su internet.

Media tradizionali: un settore per tutti guidato da pochi.

Il settore televisivo italiano è ancora sostanzialmente un duopolio. Negli ultimi anni sono entrati attori importanti come Sky e la nuova La7, e l’avvento del digitale terrestre ha portato nuovi canali. Ma in sostanza la maggior parte degli introiti e degli ascolti sono ancora concentrati nei due gruppi che gestiscono i sei principali canali generalisti. Il tema si riflette nei programmi di informazione; i più fruiti sono i tg Rai e Mediaset, seguiti a grande distanza da SkyTg24 e il TgLa7.

Il settore della carta stampata è meno concentrato rispetto a quello televisivo. Anche se i due gruppi principali (Rcs e il Gruppo Espresso) raccolgono circa il 40% dei ricavi totali del settore. Il canale online delle diverse testate giornalistiche vede percentuali di crescita sia come audience sia come introiti. Il livello, però, rimane comunque marginale. Alcune recenti operazioni, inoltre, hanno fatto sì che il settore si concentrasse ulteriormente; ad esempio Cairo, editore de LA7, ha acquisto la maggioranza del gruppo RCS, editore di Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, due tra i quotidiani più letti in Italia.

Fonte: Blog – Prima Posizione Srl

Poca fiducia.

C’è fiducia verso questi mezzi? No. In Italia c’è una percezione bassa di fiducia e imparzialità verso il mondo dell’informazione. Poiché il settore è in mano a pochi, e dal momento che tali pochi hanno grandi interessi politici ed economici, il pubblico ritiene le notizie riportate dai principali canali televisivi e dai principali organi di stampa come poco affidabili. In termini di indipendenza e terzietà, ovviamente.

In più, a differenza di altri paesi, c’è una maggiore tendenza da parte dei più popolari giornalisti a rendere pubbliche le proprie idee. C’è molto più spazio per l’editoriale che per l’articolo, per l’opinione che per il fatto. Non che necessariamente sia una cosa negativa, ma è un punto che influisce sulla fiducia degli utenti nei confronti delle informazioni. Solo il 23% degli italiani, infatti, ritiene che l’informazione sia libera dall’influenza della politica e da ragioni di business e lobbying.

La percentuale è bassa anche in altre economie come quella tedesca (35%), Francia (24%), Regno Unito (30%), USA (20%). È invece più alta nei paesi scandinavi (si va dal 43% di Norvegia e Finlandia a una punta più bassa pari al 30% della Svezia). Fa strano che la medesima ricerca evidenzi come la percentuale di fiducia in Turchia sia pari al 28%; un paese dove la libertà di stampa viene continuamente soffocata a suon di leggi e dove, dal fallito fantomatico golpe, la repressione si fa sempre più dura.

Poca internet ma grande fiducia.

Il primo dato riguardante il Belpaese è relativo alla penetrazione di internet, che raggiunge una misera percentuale del 62%. Un livello pari a quello greco, turco, e brasiliano. Ben lontano sia da paesi industrializzati come Usa, Germania e Francia (87%, 92%, 84%). Ma anche da paesi meno “ricchi”, come la Repubblica Ceca. Primo indice che Internet non è ancora uno strumento davvero “di massa”, come ci si può aspettare dalla settima economia mondiale.

Curioso è anche come, su internet, l’italiano cerca le proprie fonti di informazione; la percentuale più alta tra tutti i paesi coinvolti dall’indagine è quella relativa ai social media (40%). Significa che una volta aperto un browser web, 40 italiani su 100 si informano tramite Facebook piuttosto che altri social. A discapito di siti e di strumenti più “ufficiali”.

Quindi, in sostanza, in Italia l’informazione viene fruita con tanta televisione e poco Internet. Su internet ci si informa perlopiù tramite i social, dove molte news sono inventate. Le informazioni che si cercano su internet sono però ritenute quelle più affidabili e indipendenti; quindi le fake news trovate su internet sono percepite come vere (e quindi condivise e destinate ad alimentare il vortice che di passaggio in passaggio, di numero in numero, contribuisce ad aumentarne la veridicità secondo l’equazione “tante condivisioni/like= verità”).

Futuro: tra infrastrutture e app.

Dalla ricerca emerge un quadro non del tutto roseo per l’Italia. Da un lato un’infrastruttura arretrata, con internet poco diffuso, e la maggior parte dei canali di informazione tradizionali in mano a pochi gruppi con grandi interessi economici e politici.

Dall’altro abbiamo un’utenza ancora poco avvezza all’approfondimento, poco incline alla ricerca e poco orientata all’indagine. Spesso si ferma alla prima news trovata su Facebook e la fa vera. Il quadro, seppure con sfumature diverse, è visibile anche in altri paesi (vedi USA, Germania, Francia solo per citarne alcuni).

È quindi, a quanto sostengono anche gli esperti del settore, urgente arrivare a due risultati. Da una parte, in Italia, far sì che la diffusione di internet raggiunga la quasi totalità delle persone e del territorio; dall’altra, dotarsi di strumenti di decodifica, di indagine, di “vidimazione” delle news trovate sulla Rete. E’ su questa traccia che stanno nascendo siti e app di debunker; ovvero strumenti in grado di smascherare la falsità di una news trovata in internet.

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About

Nato nel 1985, maturità scientifica e laurea in Economia Aziendale. Svolge per un anno attività di ricerca presso l’Università LIUC di Castellanza, pubblicando un paper relativo all’impatto di Expo sul commercio internazionale italiano. Si interessa di economia e cibo. Cerca di coniugare i due temi, e se non ci riesce si concentra sul secondo. Lavora in banca. Scarso runner, discreto sciatore e ottimo papà. COLLABORATORE SEZIONE ECONOMIA


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