Daniele Sepe e la colonna sonora di un matrimonio: quattro chiacchiere con Capitan Capitone

Torniamo a parlare di Capitan Capitone e i Parenti della Sposa; un disco poliedrico e dalle mille sfaccettature che sa conquistare l’ascoltatore che resta travolto dalla grinta e dalla miscela esplosiva che Daniele Sepe/Capitan Capitone mette in questo suo ultimo lavoro.
Sepe è uno di quegli artisti che nella sua lunghissima carriera è sempre stato “in bilico” tra più generi e più esperienze sonore; inquadrare la sua produzione musicale in un genere o in una categoria non è affatto facile e, se poi presenta al pubblico un disco come Capitan Capitone e i Parenti della Sposa, l’impresa risulta ancora più ardua, quasi come contare tutte le persone che hanno partecipato a questo disco.
Abbiamo raggiunto Daniele Sepe telefonicamente e ci siamo fatti spiegare tutto questo “manicomio” che è Capitan Capitone e i Parenti della Sposa.Capitan Capitone

Capitan Capitone e i Parenti della Sposa, come nasce questo disco? Dove vuole arrivare?

Eh, dove vuole arrivare lo deciderà il pubblico [ride], il disco nasce dal fatto che siamo semplicemente una bella crocchia di amici che fanno il mestiere dello scrivere canzoni e musica; dopo il successo del primo disco di Capitan Capitone, che è andato molto bene e non ce lo saremmo mai aspettato, abbiamo deciso di fare un concept, come si diceva una volta, e quindi abbiamo deciso di raccontare una storia, proprio come se avessimo scritto una commedia. Il disco, fondamentalmente, nasce  dalla passione per Totò e per Monicelli perché è una storia che rispecchia molto il loro stile.

Hai parlato, giustamente, di commedia perché è un disco molto teatrale.

Sì, anche il primo disco aveva una sua tendenza a voler essere rappresentato oltre la semplice questione musicale, tanto è vero che si parlava di fare un musical, addirittura. Questo secondo disco ancora di più, perché racconta e a volte anche semplicemente cantando, tutta una storia un po’ surreale ma che alla fine tanto surreale non è [ride], diciamo che c’ho un’età e di storie così ne ho viste parecchie!

Capitan Capitone, un disco tratto dalla vita reale. Quindi diciamo tratto da una storia vera?

Sì, diciamo di sì! Mi è capitato più di una volta di assistere a storie di questo genere [ride]. In realtà tutto il menabò della storia è solo un pretesto per raccontare un fatto molto semplice: la differenza fondamentale tra le persone non è quella della razza o della posizione geografica  ma è quella della posizione economica che ha molto più peso; è un pretesto per parlare in maniera leggera di cose molto serie.

Chi è Capitan Capitone? Come ti rapporti con lui?

Mah, non lo so! Dovrei essere io ma non vorrei essere schizofrenico al punto di dovermi porre il problema di rapportarmi con me stesso [ride]. Capitan Capitone è una “cap’e cazze” di cinquantasette anni e la musica per lui è ogni giorno una bellissima scoperta e pensa che fare musica sia una questione che in qualche modo riguardi anche il sociale e la possibilità di far riflettere le persone e non di ammorbarle.

Se vogliamo è anche un esploratore?

Sicuramente, ma poi per esplorare basta poco, certe volte scendi sotto casa e scopri delle cose che non hai mai visto. La cosa essenziale è avere sempre l’atteggiamento  curioso di chi sta cominciando a fare qualcosa e non sentirsi mai arrivato. Mai adulto, ecco.

Secondo te questo disco sarebbe venuto ugualmente alla luce con più “punti fermi” e meno “esplorazione”?

Io credo che i punti fermi,  in genere, siano la rovina dell’umanità perché la capacità di adeguare il proprio punto di vista a quello degli altri è una cosa importante. Io ho cinquantasette anni e nella ciurma ci sono ragazzi di venti, quindi se non avessimo la capacità di vedere oltre le apparenze e le esperienze, probabilmente, non sarebbe mai partita la storia di Capitan Capitone perché è un confronto tra storie musicalmente diverse e generazioni diverse, quindi senza punti fermi e con la bussola dell’umanità si va avanti.

Quindi ti trovi sul palco anche con artisti giovanissimi che muovono i primi passi nel mondo della musica?
Certo, poi c’è gente con molta più esperienza e si forma questo bel coagulo di esperienze diverse che sta proprio alla base dell’esplorazione di Capitan Capitone.

Che cosa non può mancare nella colonna sonora di questo matrimonio?

Ovviamente il disco di Capitan Capitone [ride]. Sicuramente non può mancare il buonumore; la vita è ‘na tragedia e proprio per questo dobbiamo ridere sempre.

Un disco con molte contaminazioni e molte sonorità, da dove attingi in fase compositiva?

Mah io credo che quando metti insieme settanta persone per forza di cose hai una varietà sonora così estesa. È come se ha un foglio bianco e un pennarello nero, è chiaro che farai un disegno in bianco e nero; allo stesso modo con settanta pennarelli diversi è chiaro che avrai più sfumature di colore e riesci a fare un qualcosa in più.intervista a daniele sepe capitan capitoe

Io sono una persona convinta che la vita è molto breve per interessarsi solo di una cosa: ad esempio solo di musica e solo di un genere musicale; io so fare un po’ di tutto e tutto male [ride], suono jazz con Bollani e lui lo suona bene e io male; suono con i cantautore e loro lo fanno bene e io lo faccio male, ecco mi piace tutta la musica e io ascolto un po’ di tutto dai Beatles fino ai Sepoltura e così via; sono un po’ confuso e voglio rimanere confuso [ride].

Diciamo che vivo nella convinzione che bisogna fare quello che ci piace, io penso che se mi diverto io si diverte anche qualcun altro, non concepisco il lavoro di costruire un disco con lo scopo di fare successo, non me ne frega niente, tanto per come va il mercato del disco io mi posso permettere il lusso di fare cose assurde.

Un disco poliedrico e dalle mille sfumature sonore. Come è partito il concept dietro Capitan Capitone? Cosa ti ha portato a scrivere una storia?

Mah come ti ho detto il primo disco è andato inaspettatamente bene e diversi pezzi sono stati molto apprezzati anche oltre la loro concezione, diciamo, regionale e dialettale, per cui era anche complesso fare un secondo disco su quella direzione e quindi abbiamo voluto differenziarlo con questa cosa del concept che lo rende diverso dall’altro, anche se poi noi siamo sempre gli stessi. Comunque in questo disco che, al contrario del precedente, è forse più difficile estrapolare un singolo brano perché va sentito tutto dall’inizio dalla fine e per questo abbiamo cercato di farlo più breve proprio per agevolare questo ascolto.

Nella tua produzione musicale, quanto conta la tua terra? Perché?

Guarda questa è una domanda difficile perché se uno risponde “sì è vero, Napoli” e via dicendo si rischia di diventare un leghista al contrario [ride], di fare il Neoborbonico ed è una cosa che io non sopporto. Diciamo che io sono molto interessato a quella che è la cultura di tutto il mondo, però ho la fortuna di avvicinarmi a queste arti venendo da un posto che ha un suo carattere molto forte, cose se fossi cubano e avrei una certa influenza sulla musica mondiale piuttosto che a uno che viene da Oslo, per esempio.
A Napoli il dialetto si parla ancora correntemente, al contrario di altri posti e questo ci lega insieme molto più rispetto ad altri dialetti.Capitan Capitone

Però io ho notato che più si scende verso sud e più la musica ha contaminazioni e sonorità diverse, perché?

Ti spiego subito perché: città come Roma o Milano hanno una situazione produttiva, per tutto quello che gira intorno alla musica, molto più efficiente e quindi certi musicisti che vivono in queste città sanno approfittare del momento e “adeguarsi” a quel sound che va in quel momento. Qui non abbiamo un cazzo di niente e, proprio come per il fatto che dicevamo prima della crisi del mercato musicale, questa è una tragedia ma anche una grande libertà perché se uno si poneva il problema che deve fare un disco per vendere un sacco di copie adesso non è più così e, in questo momento, anche vendere poche migliaia di copie è un traguardo e quindi alla fine uno fa quello che gli gira per la testa e suona quello che vuole.

La povertà, a volte, è anche libertà. Napoli come altre città de sud, offre pochissimo come mezzi di supporto a artisti ecc ecc, se io voglio fare un’intervista a Roma o Milano mi tocca mettermi in macchina e andare, nessuno viene qui.

Capitan Capitone e i Parenti della Sposa può vantare di molti ospiti. In che rapporti sei con loro? Come ti trovi nella scena musicale italiana?

Sinceramente, alla fine, la cosa che mi interessa di più nella mia vita è stare sopra la barca al sole [ride] e quindi qualunque cosa mi succede è sempre un regalo del Padre Eterno. Io per questo progetto ho scelto le persone che sono mie amiche, sono persone con le quali mi piace mangiare insieme, bere insieme, stare insieme e via dicendo. Diciamo che in questo disco ci trovi un super eroe della musica come Stefano Bollani e altri miei amici che, casomai, non sanno nemmeno suonare [ride].

La cosa importante di una ciurma è essere ben assortita. Nella scena italiana io non te lo so dire; per esempio poco fa abbiamo fatto un concerto con Vinicio Capossela che è capitato a Napoli e abbiamo organizzato questa cosa perché ci piaceva farla, perché abbiamo passato un sacco di tempo insieme e l’abbiamo fatta . Mi piace suonare con gli amici. Conosco molto bene il mondo delle collaborazioni e della scena italiana, alla fin fine non me ne frega niente, mi piace fare quello che faccio e se mi trovo bene suono con le persone. Fare un disco e suonare è tipo organizzare un torneo di calcetto, se c’è uno che è forte ma rompe sempre, alla fine, non ti ci trovi ed è meglio giocare con uno più scarso ma più amico, basta che mi diverto.

Capitan Capitone, da musicista a pirata. Che cosa hai in mente per la parte live? Come comunichi con il tuo pubblico?

Abbiamo già iniziato la parte live da un po’, di solito abbiamo un rapporto vario col pubblico perché dipende molto dal contesto: a volte è il locale fighetto, a volte il centro sociale e a volte la piazza; diciamo che c’è un pubblico diverso per ogni contesto. Di sicuro quello che mi fa piacere con Capitan Capitone è che io, alla veneranda età di 57 anni, mi sono ritrovato con un pubblico anche di bambini che si presentano vestiti da pirati che vengono ai concerti coi genitori emi chiedono di fare le foto e di fare le dediche perché per loro sono diventato Capitan Capitone, come un Capitan Uncino, una sorta di figura mitica; ed è una cosa bellissima. È pure una specie di assicurazione sulla pensione, perché spero che quando diventano più grandi vengono ai concerti e comprano i dischi [ride].

Ti senti più musicista o più marinaio? Perché?

Mah essenzialmente una cosa non esclude l’altra, sulle navi dei pirati tra quelli che stavano a bordo c’era il nostromo, il carpentiere, il cerusico e c’era il musicista perché in mare uno deve stare allegro. Diciamo che sono un po’ tutte e due e l’importante è mantenere il buonumore.

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About

La musica è la mia passione: sul palco dietro una batteria e sotto al palco in un mare sterminato di dischi. Laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo e in Editoria e Scrittura a La Sapienza di Roma, passo il mio tempo tra fogli bianchi, gatti e bacchette spezzate. CAPOSERVIZIO MUSICA


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