Caso Dell’Utri: la giustizia della vergogna

Ormai è cosa certa: il caso Dell’Utri è solo un’altra pagina nera scritta nel nostro bel paese. La Cassazione infatti, venerdì scorso, ha accolto il ricorso presentato dalla difesa del senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, disponendo un nuovo esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo. La V sezione penale, inoltre, ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura di Palermo che chiedeva di inasprire la condanna nei confronti di Dell’Utri.

L’11 dicembre del 2004 il fondatore di Forza Italia, era stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa proprio perché l’accordo con la mafia e in particolare con i fratelli Graviano era stato ritenuto provato anche dopo il 1993. Il 29 giugno 2010 la Corte di appello di Palermo, inaspettatamente riduce la pena a 7 anni poiché non ha ritenuto provata con certezza l’esistenza di questo patto nella fase politica dell’impegno di Dell’Utri. I rapporti tra il senatore e i vertici di Cosa Nostra sono stati però in quella fase processuale confermati. Come sono stati confermati gli incontri avvenuti a Milano nei primi anni ’70 fra Mimmo Teresi, Bontade, Dell’Utri e Berlusconi. Della sentenza di primo grado del 2004 sono quindi confermate attendibili le dichiarazioni di Francesco di Carlo che sosteneva di essere stato presente all’incontro che aveva come scopo quello di mettere in contatto i Boss di Cosa Nostra con l’imprenditoria milanese, allora impersonificata nell’Edilnord – l’incontro, da quanto riportato, avvenne proprio negli uffici dell’azienda – garantendone la protezione inviando un uomo di fiducia nella casa di Berlusconi. La persona in questione fu Vittorio Mangano, più noto come “lo stalliere di Arcore”..

Insomma alla fine nessuno è riuscito a sapere se Dell’Utri tra gli anni 70 e il ’92 abbia fatto o no da interfaccia tra Cosa Nostra e Berlusconi. Il mistero si infittisce se pensiamo che in 20 anni non si è compreso se i rapporti con i mafiosi Stefano Bontade, Mimmo Teresi e l’eroe Vittorio Mangano, valsero la «protezione» finanziaria e personale per il senatore e per il Cavaliere, secondo quanto sostenuto da molti pentiti a partire dal 1994.

Ricordo come se fosse ieri quando Massimo Ciancimino dichiarò che la figura del padre divenne in seguito irrilevante nella misura in cui, con il mutare degli equilibri politici, il ruolo di mediatore tra il mondo politico e quello mafioso divenne pertinenza del senatore Marcello Dell’Utri. Due decenni nei quali probabilmente il nostro amico, sua impunità, l’imprenditore Silvio Berlusconi, ricevendo le ricorrenti pressioni mafiose e le illecite richieste della criminalità organizzata, ha trovato nel Marcellone nazionale un alleato convincente. Infatti quest’ultimo si  propose in concreto quale soggetto dotato di capacità e soprattutto conoscenze idonee ad affrontare e risolvere quei problemi restituendo a Berlusconi la tranquillità tanto ricercata negli ultimi 20 anni. Tutto ciò ha portato questo fantastico duo, a favorire le ragioni di Cosa nostra, soddisfacendo le pressanti pretese estorsive dell’associazione mafiosa.

Eppure – si leggeva tra le righe dell’accusa – in quel lontano 2004, nel Tribunale di Palermo che: <<L’imputato ha rappresentato un, costante ed insostituibile punto di riferimento sia per Berlusconi, che lo ha consultato e coinvolto ogni volta che ha dovuto, confrontarsi con le minacce, gli attentati e le richieste di denaro, che lo hanno sistematicamente afflitto, nel corso degli anni, sia soprattutto, per l’associazione mafiosa che, sfruttando il rapporto preferenziale, ed amichevole intrattenuto con lui, da due suoi esponenti, Gaetano, Cinà e Vittorio Mangano, ha potuto, disporre in ogni momento, come i, fatti hanno confermato, di un canale, di collegamento sempre aperto e, proficuo per conseguire i propri illeciti, scopi senza il rischio di possibili, denunce ed interventi delle forze, dell’ordine, quanto piuttosto con la, garanzia di un esito sicuramente, positivo dell’azione criminale e, dell’accoglimento delle richieste estorsive. La cordialità della, frequentazione tra Dell’Utri, Mangano e Cinà esprime la, reale natura dei rapporti tra loro esistenti, delineando una, vera e propria assoluta complicità>>. Insomma, più chiaro di così.

Addirittura rimembro ormai sbigottito – e con occhi increduli per la faccia tosta che esibisce – alcuni passaggi delle dichiarazioni di Dell’Utri che giudicherei divertenti e strafottenti. Per esempio, quando sostenne di essere capitato IMBUCATO, per caso, NON INVITATO a  una delle fantastiche feste dei boss di Cosa nostra, o quando racconta di aver incontrato Tanino Cinà, mafioso ma con una lavanderia di copertura nel centro di Palermo, ad una mostra dei vichinghi a Londra (lo stesso giorno in cui si celebra il matrimonio di Jimmy Fauci, pluripregiudicato siciliano, amico dei boss) e di aver partecipato al matrimonio senza che gli fossero presentati gli sposi. Anche lì in smoking, sempre per caso.

Il bello è che nei due processi in cui è stato condannato prima a 9 e poi  a 7 anni di carcere, lo ha più volte ribadito lui stesso nel sostenere che sì, ha amici che sono capimafia, ma lui non ha mai partecipato ad alcuna iniziativa di così grave criminalità organizzata. Stupefacente l’abilità di quest’uomo, ora ho capito da chi ha imparato Silvio. Altrettanto tristemente ricordo che il “concorso esterno in associazione mafiosa” non esisterebbe, cioè se uno favorisce la mafia dall’esterno (nel senso che non è affiliato alla mafia) non commette reato. In sostanza quel reato voluto fortemente da Giovanni Falcone per far luce su quella zona grigia che unisce colletti bianchi e mafiosi viene cancellato. Forse Falcone aveva trovato il modo per fermare questa maledetta follia che abbiamo in Italia e che abbiamo esportato nel mondo. Infatti fu ucciso. Mi sembra che da quando Silvio è sceso dal trono, lui e tutti i suoi amici han avuto successi su successi contro la giustizia in pochi mesi. Dovremmo meditare su ciò.

Mi ritornano in mente le parole di Corrado Stajano nel commento, alla sentenza dell’  8 novembre 1985 del cosiddetto maxiprocesso, di Palermo: ‘‘Si legge la sentenza con angoscia, profonda, con sofferenza, con vergogna anche, se si pensa ai, distinguo intellettuali di quanti sono stati pronti in questi, anni ad assolvere i governanti ritenendoli vittime della mafia, e non, piuttosto, protettori, complici, responsabili oggettivi, e in alcuni casi soggettivi, di una situazione intollerabile».

In sostanza l’Italia è un paese irrecuperabile.

KIKO LOVE

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