C’è chi dice no

Oh Capitano, mio capitano”.

Dove sono finite la verve e la grinta che il Presidente della Camera ha manifestato in questi mesi? Il neo-partigianesimo istituzionale di Fini pareva la nuova svolta nell’iperbole berlusconiana. Gli attacchi quotidiani e la crescente intensità delle dichiarazioni rese in prima persona o per interposta pedina, ci orientavano a sperare in una reale presa di posizione opposta alla criminalità dilagante in ambienti politici e di Governo. Pareva che Silvio fosse in balìa della ciurmaglia finiana, costretto a giochi di potere e cene riconciliatrici. Pronto finanche a riassumere a se il catto-dinamico Casini.

Galeotta fu poi l’elezione del nuovo CSM. Basta un D’Alema, che senza indugi promette la vice-presidenza per Michele Vietti (ex ministro promotore della legge sul falso in bilancio), per ringalluzzire nuovamente l’ego di Pierferdinando che un po’ la fa annusare qui, un po’ la promette là.

Fini dirigeva le danze. Un parere critico sulla Legge Bavaglio ed ecco il testo modificato in Commissione. Un’accusa di inopportunità politica per qualche sottosegretario o dirigente ed ecco lettere di dimissioni “irrevocabili”. Il Tumore finiano stava sfinendo il Presidente del Consiglio. Ma non si parla di un personaggio qualsiasi. Berlusconi ha promesso di debellare il cancro nei prossimi due anni, figurarsi se potrebbe farsi bloccare da una piccola metastasi all’alluce del piede sinistro.

Sono stati necessari mesi di chissà quali trame di potere e speculazioni politiche per arrivare, finalmente ad oggi. La terza carica dello Stato è stata messa all’angolo dalla Quarta. Come spiegare sennò l’intervista rilasciata al Foglio dell’elefantino Ferrara in cui Fini auspica di “resettare senza risentimenti” in vece dell’impegno assunto con gli italiani, le diatribe interne. Non credo sia stata la minaccia dei probiviri, ectoplasmiche figure, a spaventare il Gianfranco, piuttosto la minaccia di eventuali crisi di governo con rimpasti in linea con la tradizione ma dall’avvento decisamente sorprendente.

Non stupirebbe vedere una maggioranza che va dalla Lega, al residuo PDL, al partito di Casini. Le proporzioni in Parlamento resterebbero pressoché immutate, ma gli equilibri sarebbero stravolti. Il PD dovrebbe leccare le ferite dell’ultimo (dalemiano) “inciucio” fallito. L’UDC brinderebbe alla ristabilita coesione politica in vista di un “interesse nazionale” di dubbia attribuzione. Di Pietro continuerebbe a strillare e i vari Rutelli, Tabacci e Lanzillotta a vagare fino alle prossime elezioni.

A questo punto Fini sarebbe eliminato. Le scelte possibili sarebbero poche e negative. La costituzione di un partito personalistico (Seconda Repubblica Style) lo renderebbe tale ad uno Storace, una Santanchè o una Mussolini, eliminandolo politicamente. Se invece dovesse compiere il grande salto di un’alleanza con le forze di “opposizione”, sarebbe una vera e propria tomba ideologica. Dubito fortemente che molti dei sostenitori di Fini possano seguirlo in una deriva “sinistra”.

Naturalmente Silvio lo sa, ed ha gentilmente respinto l’offerta di tregua con un “troppo tardi per resettare tutto”.  E’ la legge fondamentale della contrattazione: Chi rifiuta un’offerta ha il coltello dalla parte del manico. Chissà che stavolta Cesare non abbia la meglio su Bruto.

MARCELLO FADDA



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