C’era una volta la Costituzione

Eppure è una così bella carta. Invidiata da tutto il mondo. Piena di principi stupefacenti e ricca di democrazia nel senso più contemporaneo del termine. È la nostra Carta Costituzionale. Scritta nel ’47 dall’Assemblea Costituente ed entrata in vigore il 1° Gennaio 1948, è la legge fonamentale e fondativa della nostra Repubblica. Nata dopo 20 anni di dittatura fascista, ha, fra i suoi ideatori, le menti più brillanti dell’epoca: da De Gasperi a Calamandrei, da Fanfani a Enaudi. C’erto, come ogni cosa ci sono pure in mezzo alcune mele marce come tal Andreotti Giulio, ma fa nulla. Resta il fatto che la carta è sorta dalle ceneri di un paese distrutto, oltre che da una dittatura, come già detto, da una guerra immonda, che ha visto le più crude nefandezze della storia dell’umanità.

Forse è per questo che proprio Calamandrei, in uno dei suoi più famosi discorsi, disse hai giovani che lo stavano ascoltando:
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”

La mia però, non vuole essere una lezione sulla Costituzione, in quanto non ritengo di essere in grado e poi, se si studia da soli, la si capisce di più; quanto più una riflessione sulla sua funzionalità e questa strana voglia di cambiarla che, in tutta onestà, non riesco a capire.
Forse però, proprio oggi, ho capito benissimo il perchè. Silvio Berlusconi, che voi conoscete come Presidente del Consiglio, ha dichiarato, in merito alla telefonata fatta in questura per far rilasciare una puttana arrestata per furto, che “sarei venuto meno ai miei doveri se non avessi chiamato quella sera in questura a Milano”. Oibò! Ora ci sono. In realtà, quello che vuole cambiare, non è l’impianto fondamentale della Carta Costituzionale, quanto più la parte che descrive i “doveri” del Premier.
L’articolo 95, infatti, dice che: Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri. Infatti qui non compare nessuna convergenza su questi “doveri” a cui sarebbe “venuto meno”. Non ci sono paragrafi o commi che dispongono il dovere di far liberare battone minorenni montando una sottospecie di parentela misitica con un capo di stato estero (e che capo di stato per di più). Non troviamo traccia di fogli mancanti forse persi nel corso degli anni, in cui si fa riferimento al dovere di imporre la propria carica politica su un prefetto al fine di non rispettare l’iter procedurale che la legge impone. Ci è impossibile scrutare in qualche nota a piè di pagina l’obbligo di alzare il telefono, chiamare una questura a caso, chiedere se qualche presunta figlia e/o nipote e/o zia e/o alter ego di un capo di Stato estero – riconoscibile dal fatto che probabilmente ha due canotti al posto delle labbra, un vestito ad altezza pelo, due bocce da boowling nel decoltè, settemila euro nel portafoglio, senza uno straccio di lavoro e, sia mai, sprovvista di documenti di identità – sia stata per caso fermata, perchè, nel qual caso, c’è sempre una consigliera comunale – riconoscibile per gli stessi connotati di cui sopra, tranne che per il lavoro e i documenti – pronta a prelevarla e consegnarla alla prima ragazza che passa che, per un puro caso fortutito, fa il lavoro più vecchio del mondo ed è quindi sua collega.

Scherzi a parte, la situazione è tragicomica e verrebbe da ridere, anche se si dovrebbe solo piangere, quando questa sottospecie di sterco ambulante parla. Ma bisogna riflettere, perchè la storia insegna. Nell’antica Roma, quando Ottaviano prese il potere come da testamento di Cesare, si mise in testa di acquisire il potere più grande mai messo nelle mani di un solo uomo. La sua tattica, dopo aver visto che con la forza non si faceva altro che farsi uccidere, fu quella di continuare a lamentarsi dei pochi poteri che lui, come Console, aveva. E piano piano tutti gli incarichi vennero accorpati alla sua persona e, nel 27 a.C., con il conferimento del nome di Augusto, diventò il primo Imperatore della storia di Roma. Poco per volta, a prendersi il potere c’era riuscito e la Repubblica, era finita per sempre.

GIAMPAOLO ROSSI
giampross@katamail.com


About

Residente a Belluno, studia all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna alla facoltà di Lettere, con indirizzo storico, per poi specializzarsi in giornalismo. giampross@katamail.com


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