Charlie Hebdo: il punto sul terrorismo jihadista

Con il terribile attentato del 7 gennaio  scorso, a Parigi, presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, la libertà di stampa ed espressione sono state profondamente colpite, non solo in Francia ma in tutto il mondo. Gli assalti armati dei giorni successivi, e quello di ieri, l’attacco ad un negozio kosher nella periferia di Vincennes, stanno tenendo sotto scacco l’intero Paese.

Come dichiarato dalla NSA statunitense si tratta solo dell’incipit di una strategia stragista. Penso anch’io infatti che questo attentato sia solo l’inizio di una strategia della tensione che ha già fatto alzare ad un livello di massima allerta di sicurezza i governi di Italia, Svezia, Olanda, Gran Bretagna. La situazione di pericolo si aggraverebbe se in Europa prendessero piede forze disgregatrici. Le prossime elezioni greche e lo spauracchio dell’uscita dall’euro sono un ulteriore fattore destabilizzante.

La cultura politica dell’occidente su nessun tema registra differenze così radicali di analisi, di visione, di strategie di contrasto, come sul terrorismo jihadista che, dall’11 settembre 2001, ma in realtà da molti decenni prima, colpisce soprattutto gli obiettivi occidentali.

Divergenze profonde dividono i suoi antagonisti indebolendone l’azione repressiva e aprendo spazi in cui il terrorismo penetra, tanto da causare spesso una crisi politica tra gli Stati Uniti ed alcuni paesi. Tutte queste dispute hanno origine nella credenza che il terrorismo jihadista sia inesistente. Affermazione forte, specchio di ciò che da decenni è ben oltre un fenomeno terrorista: è un radicale, popolare, esteso, scisma. Se non si analizza questo scisma non si comprendono le sue evidenze più chiare e pericolose che scaturiscono quindi dalla carica eversiva.

Analizzando il fenomeno terrorista così come si presenta nelle sue manifestazioni, non è facile comprendere il suo background e la sua storia né la strategia e la tattica per contrastarlo. Gli esperti di terrorismo internazionale forniscono al riguardo spiegazioni che sono frutto delle tesi economiciste di scuola marxista, oppure ascendenze in movimenti nazionalisti islamici. Si fa quindi riferimento alla cosiddetta “colpa dell’Occidente”, lo sfruttamento e rovina di materie prime, “l’imperialismo culturale”. Analisi popolari ma scientificamente prive di verifica concreta. I paesi che hanno ospitato cellule terroristiche, come Iran, Arabia Saudita e Algeria sono infatti nel range dei paesi più ricchi di materie prime al di là dell’Europa e degli Stati Uniti. Il paese in cui più si è radicato il terrorismo jihadista in tutte le sue patologie, provocando più di centomila morti, l’Algeria, non soffre di alcuna costrizione nazionale, è straordinariamente ricco di materie prime, è assolutamente estraneo alla sfera di influenza americana, non ha e non ha mai avuto a che fare con Israele.

In secondo luogo vi sono le teorie tecniche di analisti che si concentrano soprattutto sulla differenza tra organizzazioni “a rete”, “a piramide” o “a cerchi concentrici”. Punto di convergenza è la certezza che è un fenomeno il cui nemico strategico è l’Occidente. In realtà il terrorista che assume in sé la connotazione di scismatico non ha per nemico l’Occidente, ma la “deviazione dalla retta via” dei paesi islamici. Gli Stati Uniti e l’Europa sono solo “nemici secondari” da colpire in quanto alleati dei governi corrotti che esercitano un potere impuro.

Significativa in tal senso è la dichiarazione di uno dei primi obiettivi dei terroristi jihadisti, re Abdullah di Giordania, in una intervista al Corriere della Sera:

«L’obiettivo dei terroristi jihadisti non è la distruzione dell’Occidente, ma la distruzione dell’Islam moderato, per prendere il potere nei paesi arabi; l’Europa è un obiettivo secondario: indebolendola si vuole condizionare il futuro del mondo musulmano all’interno della comunità internazionale».

 

ANTONELLA COLONNA VILASI



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