Che cos’è il TTIP? Favorisce gli Stati o le multinazionali?

“Il TTIP, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori” 

ttip66Così si è espresso il filosofo ed economista francese Serge Latouche in una recente intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica. Il TTIP come ultima degenerazione del capitalismo contemporaneo.

Al contrario a novembre dello scorso anno il Presidente Matteo Renzi affermava: “Non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’Ue”.

Il TTIP come opportunità per l’Europa.

Ma di cosa si sta parlando? Quale trattato può generare due visioni così radicalmente opposte?

COME NASCE IL TRATTATO. 

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) è un accordo commerciale per l’eliminazione dei dazi e il livellamento giuridico tra Stati Uniti ed Europa. In pratica un trattato di libero scambio che elimini le barriere burocratiche tra noi e l’America. A detta dei suoi proponenti si tratterebbe di un passaggio epocale, un rafforzamento reciproco di entrambe le economie che significherebbe più occupazione e benessere. Ma, come dice il detto, non è tutto oro quel che luccica.

Oramai se ne discute da due anni e, mentre negli Stati Uniti, nonostante le proteste, la risposta sembra positiva, in Europa la partita è ancora aperta.

Le prime basi per questo accordo furono poste nel 1995 quando i governi di entrambi i continenti crearono un gruppo di consulenza composto da rappresentanti di una serie di colossi imprenditoriali chiamato ttip-bandiereTransatlantic Business Dialogue (T.B.D). L’obiettivo era creare un contatto diretto tra multinazionali ed esecutivi occidentali. Nel 1997, poi, fu istituito l’European-American Business Council (E.A.B.C), un altro gruppo di business man coordinato dai governi con il quale si cominciò a parlare di soluzioni concrete per creare un ampio spazio commerciale libero.

Il 1° gennaio 2013 i due organismi sono stati fusi nel Transatlantic Business Council (T.B.C), un “gruppo di interesse” (denominato da alcuni lobby) composto da 70 imprese multinazionali e un trio di politici-negoziatori al vertice: Direttore generale (Tim Bennet) e membri del Consiglio di Amministrazione (Hugo Paemen e Stuart Eizenstat). Accanto ad essa è stata istituita la Transatlantic Policy Network (T.P.N) a cui hanno aderito altre imprese ed un numero massiccio di politici (come l’americano Robert S. Strauss, l’irlandese Peter Sutherland e i tedeschi Elmar Brok e Jo Leinen).

Cercando tra i nomi delle imprese che sostengono i due organismi si scoprono veri e proprio colossi internazionali dell’informatica, farmaceutica, industria chimica, settore agroalimentare e rinomate banche (Nestle, Microsoft, Facebook, Deutsche Bank, Sygenta, BASF ecc…). Per quanto riguarda l’Italia si trovano Eni, Telecom e la sezione italiana del “The Aspen Institute” (organizzazione no-profit di cui per il nostro paese fanno parte i politici Giulio Tremonti, Enrico Letta, Romano Prodi e Giuliano Amato e gli imprenditori Emma Marcegaglia e John Elkann).

A giugno dello stesso 2013, poi, l’Unione europea ha dato la finale investitura politica all’operazione affidando alla Commissione europea il compito della negoziazione ufficiale con gli Stati Uniti.

Il TTIP, dunque, si struttura su questo duplice binario: contrattazione tra la Commissione europea e il Governo americano in superficie e azione di T.B.C e T.P.N sullo sfondo.

bruxellesCOMMISSIONE-EUROPEADal 2013 fino a pochi mesi fa la negoziazione formale era completamente segreta. A partire da ottobre 2014, però, l’Europa ha fornito il testo del mandato di missione della Commissione e quelli di negoziazione, contenenti le posizioni dei 28 paesi membri sui temi più scottanti.

COSA PREVEDE.

Chiarita la genesi del trattato veniamo al suo contenuto. Essendo un accordo commerciale di libero scambio esso investe quasi tutti i settori produttivi occidentali. Il punto fondamentale è proprio l’eliminazione dei dazi per l’esportazione reciproca dei prodotti. Per l’Italia il costo di questi ultimi nelle varie aree di prodotti (in media) è notevole: bevande non alcoliche (17%), calzature (10%), tessile (5%), agroalimentare (4%), macchinari (1,2%). Ma nello specifico per  prodotti come le scarpe con suola di gomma, le camicie di cotone e i pomodori arriviamo a pagare rispettivamente il 20%, 14% e 12%.

Eliminare i dazi, quindi, significa favorire entrambi i mercati transatlantici e tutte le aziende coinvolte. Per il Centro di ricerca politico-economica dell’UE (CEPR) l’accordo significherà un guadagno per l’economie di Stati Uniti e Europa pari a 100.000 miliardi di euro. Una cifra enorme che potrebbe tradursi in un grande sviluppo di tutti i paesi occidentali senza aumentare i vari spese e debiti pubblici.

Sopratutto, però, sarebbe uno sviluppo che porta occupazione. Secondo Stefano Venturi (presidente di “American Chamber of Commerce in Italy”) solo nel Belpaese arriverebbero 140.000 nuovi posti di lavoro. In un momento in cui si fatica ancora ad uscire dalla Crisi sarebbe una vera benedizione.   

I PUNTI DOLENTI E LE OPINIONI PRO E CONTRO.

Ma, forse, la situazione economica dell’Europa è proprio uno dei punti dolenti del TTIP.

Conosco molti di questi lobbysti, li ho sentiti dire: è fantastico che la crisi picchi duro i paesi europei, sono disperati. Hanno un tale bisogno di crescita che accettano condizioni che non avrebbero mai accettato 12313_650_320_dy_Trattato_Usa-Ue_sul_commercio_Lallarme_parte_dalla_Sardegna_Una_sciagura_per_il_cibo_localeprima”, ha dichiarato qualche mese fa – ai microfoni della trasmissione televisiva Report, Lori Wallach (direttrice del Public Citizen’s Global Trade Watch), in riferimento ai membri di T.B.C e T.P.N.

Quali potrebbero essere queste condizioni? Su che campo si insinuano?

Per Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo Economico, il TTIP è in grado di uniformare le regolamentazioni creando un principio di equivalenza per cui un prodotto che va bene in America va bene anche in Europa. Nell’intervista andata in onda nella stessa puntata di Report, Calenda ha fatto l’esempio delle automobili. Su questo tema, però, tra i due continenti le divergenze sono molte, tanto che negli USA, nei fatti, è molto difficile vendere una macchina italiana.

Uniformare le normative di Stati con prassi molto diverse. Qui sta il primo grande problema. E il vero campo critico in cui si situa non sono le automobili, ma il settore agroalimentare.

In questo ambito le differenze sono scottanti e riguardano principalmente la qualità del cibo. In Europa vale il “principio di precauzione”: se i dati scientifici non assicurano al 100% la salubrità dei prodotti, si impedisce la distribuzione di quest’ultimi. In America, invece, è tutto il contrario. Se non ci sono numerosi e palesi casi scientifici che dimostrino la cattiva influenza sulla salute i prodotti sono commerciabili. Ecco che, lì, i prodotti OGM vanno per la maggiore e sono diffuse pratiche come il lavaggio dei prodotti con la clorina (simile alla varechina), l’inserimento di antibiotici o l’ingrassamento degli stessi tramite ormoni (sopratutto per quanto riguarda il pollame). Al contrario tutto ciò nella UE è vietato.

Ma non è tutto. Negli Stati Uniti, infatti, non è nemmeno obbligatorio porre etichette informative. Anzi, al contrario, se non c’è scritto espressamente che i cibi non sono OGM o non contengono antibiotici/clorina/ormoni vuol dire che, quasi sicuramente, rientrano in uno di questi casi. La spiegazione di tutto ciò è fornita in modo esplicito da uno studio della Colorado State University: l’esperienza dell’etichettatura, obbligatoria per i prodotti esportati in Giappone e Europa, non ha garantito la scelta libera del consumatore. In pratica se c’è scritto che agroalimentarecontiene OGM o antibiotici il prodotto non viene comprato e questa sarebbe una discriminazione basata su un pregiudizio.

Pregiudizio o no l’Europa sostiene la tracciabilità e l’etichettatura dei cibi. Ma non solo, dal 2006 l’Unione possiede il RICH, un regolamento molto restrittivo che riguarda le sostanze chimiche. Infine, da noi, anche grazie ad una corposa battaglia italiana, si difendono le denominazioni di origine protetta (DOP) e controllata (DOC) e le indicazioni geografiche protette (IGP).

Anche su quest’ultimo punto l’America ha una prassi opposta. Lì esistono, ad esempio, una serie infinita di imitazioni di prodotti tipicamente italiani. E qualche azienda del nostro paese, negli anni, non si è risparmiata nel procedere con cause e contenziosi (ad esempio il Parmigiano Reggiano) i cui risultati positivi hanno spesso danneggiato le compagnie di prodotti “fasulli”.

Tutto questo ha portato 50 senatori statunitensi a scrivere una lettera al loro ministro dell’Agricoltura (il 4 Aprile 2014) in cui si chiede di combattere le denominazioni promosse dall’UE.

Dunque, nel campo agroalimentare, gran parte dell’Industria e della Politica degli States vorrebbero uniformare la regolamentazione europea alla loro. L’unico vantaggio per il nostro continente riguarderebbe i prezzi: i prodotti OGM, quelli trattati chimicamente e le imitazioni costerebbero molto meno. Ma ciò comporterebbe: riduzione della qualità dei cibi e maggior pericolo di infestazioni alimentari (non più limitate dalla tracciabilità).

Gli americani, dal canto loro, possono giustificarsi quanto vogliono, ma i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie parlano chiaro: ogni anno 1 cittadino statunitense su 6 si intossica per il cibo, 128.000 di loro vanno all’ospedale e in 3.000 muoiono. Il dubbio sulla qualità dei cibi è quantomeno legittimo.

E pensare che, almeno a detta di Jeff Moyer (ex direttore del National Organic Standard Board), la maggior parte degli americani non sa nemmeno come sono trattati i prodotti che acquista, mentre per le aziende che vendono pesticidi, da quando negli USA si è imposta l’agricoltura OGM, i profitti sono aumentati a dismisura.SmartMarketing-Agroalimentare2

Ecco che nel campo agroalimentare gli interessi delle varie multinazionali, nell’ignoranza generale, sono forti. E i guadagni da un eventuale omologazione normativa grazie al TTIP contro il modello europeo sono evidenti. In questo senso, forse, si può capire la frase di Lori Wallach.

Dalle fonti ufficiali della UE, però, si continua a leggere che la nostra struttura giuridica nel settore agroalimentare non verrà modificata. Dall’altra parte dell’oceano il rappresentante del Commercio degli USA, Michael Froman, si è detto rammaricato per le posizioni restrittive di parte dell’Europa sugli OGM. La Commissione dell’Unione ha anche proposto la nazionalizzazione degli stessi prodotti geneticamente modificati (secondo cui ogni stato avrebbe libertà di scelta di materia). Ma il negoziatore statunitense Dan Mullaney ha dichiarato: “È difficile inquadrare questa proposta con gli obblighi interni dell’Ue e le sue aspirazioni a un mercato interno uniforme”.

La convergenza, dunque, è lontana. Tutto starà alla capacità dell’Europa di mantenere la sua “rigidità etica”.

Ma non è solo il campo agroalimentare a creare problemi, insinuando il dubbio del favoreggiamento delle multinazionali.

L’ISDS.

Esiste, infatti, una seconda questione: l’ISDS. L’Investor State Dispute Settlement è un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato inserito nei negoziati del TTIP. In pratica ci sarebbe la possibilità per le aziende di rivolgersi ad arbitrati internazionali per richiedere rimborsi contro le Nazioni colpevoli di aver legiferato fuori dai termini del trattato. Quindi gli investitori che vedrebbero minacciati i loro investimenti dalle normative potrebbero accedere ad un Tribunale di risoluzione privato.

Secondo Giorgio Sacerdoti, docente di Diritto Internazionale all’Università Bocconi di Milano, “i membri del tribunale vengono nominati così: uno un investitore, uno lo stato e il presidente, o di comune accordo o da parte di istituzioni internazionali che gestiscono questo arbitrato”. Per Lori Wallch, poi, i tribunali ISDS presenti nel mondo “spesso si riuniscono negli alberghi, nella sala conferenze…dove fa comodo a loro e alle aziende e convocano lì i rappresentanti degli Stati”. I loro giudici, inoltre, non risponderebbero “ad alcun regolamento in materia di conflitto di interessi”.

web-ttip-1-getty-v2Non è sicuramente una violazione certa delle sovranità nazionali a favore delle multinazionali, ma la clausola ISDS ha scatenato l’insurrezione pubblica della società civile occidentale informata. Per questo 13 giorni fa (6 maggio) la Commissaria europea per il Commercio, Cecilia Malmström, ha proposto una bozza di riforma in cui si parla di obbligo per gli investitori di scegliere tra le corti nazionali e l’arbitrato, di istituire un secondo grado per i ricorsi e tutelare di più il “diritto a legiferare”.

L’idea, però, non ha convinto il movimento principe della lotta al trattato transatlantico: l’organizzazione STOP TTIP, creata nel 2014. Rimarrebbe, infatti, la possibilità di aggirare la giurisdizione nazionale e la natura di un arbitrato in cui lo Stato può solo difendersi.

Contro il trattato si pone anche il Premio Nobel per l’economia Joseph Stigliz secondo cui “I costi per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sono enormi e i benefici vanno alle multinazionali” . Ma anche in ambito politico molti si oppongono al TTIP, o almeno ne chiedono la revisione: il Movimento 5 stelle, Sel e la Sinistra Dem (per l’Italia); i social-democratici (per la Germania); metà del Partito Democratico di Obama (per gli Stati Uniti).

Lo stesso presidente americano, dal canto suo, sembra spingere per la firma finale dell’accordo transatlantico. Anche il nostro premier invita alla conclusione del negoziato. Altrimenti, per Renzi, l’Europa si farebbe un “gigantesco autogol”.

E mentre c’è chi dice che il TTIP non garantirebbe nemmeno uno sviluppo, ma anzi un peggioramento socio-economico, la questione rimane più che mai aperta. Il nostro continente, probabilmente, ha bisogno del trattato, ma i problemi sono: come si risolveranno le contrattazioni? Chi sarà favorito? Gli Stati (e quindi i cittadini), le multinazionali o nessuno dei due?

Per ora non lo sappiamo. L’unica garanzia di democraticità è che l’accordo finale, per diventare ufficialmente trattato, dovrà essere accettato dal Parlamento europeo e da tutti i governi dei 28 stati membri.

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Nato a Roma nel 1995, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi Roma 3. Articolista di cronaca e politica per il litorale romano, si interessa particolarmente di Ostia e Anzio. Gestisce un blog: https://ilblogdelleidee.wordpress.com/. INTERNI ED ESTERI


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