Che sia iniziata la rivoluzione partecipativa?

Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, per quanto mai effettivo e mai terminato, vide l’importante presenza di movimenti referendari (Segni) che resero protagonista un popolo ormai non più fiducioso di una classe partitocratica logora e corrotta. A quasi venti anni dalla transizione lo scenario si sta ripresentando sempre più sotto le stesse vesti. Anni di immobilismo riformista, inadeguatezza nel gestire un cambiamento senza mai approvare un cambiamento costituzionale, false forme di presidenzialismo stanno riportando alla luce un quadro di nuova sfiducia nelle istituzioni. Oggi come allora la non stima nei partiti è altissima. I protagonisti politici non sono mai cambiati. Berlusconi, Casini, Fini, Bossi e buona parte della classe dirigente del Pd risale agli arbori della Seconda Repubblica, se non addirittura alla Prima. Un tempo era la Lega Nord il partito anti-sistema. Oggi sembra che questo ruolo lo stia incarnando il nuovo Movimento 5 Stelle. E’ così che il popolo italiano cerca di scappare dalla casta. E adesso, come 20 anni fa, sembra potersi riappropriare anche dell’arma referendaria.

Da circa 15 anni il quorum per la validità di un referendum non era stato raggiunto. Il popolo si è espresso eliminando il nucleare, la privatizzazione dell’acqua e decidendo che la legge fosse uguale per tutti mandando Berlusconi e i suoi a farsi processare come qualsiasi altro cittadino.

La stagione dei referendum può riaprirsi ora. In un clima di sfiducia che porta fiducia verso se stessi, consapevole che il popolo, se vuole cambiare l’Italia, deve rimboccarsi le mani e lasciare stare i propri rappresentanti istituzionali. Parte così una nuova sfida. Stavolta sarà una corsa contro il tempo. Raccogliere 500mila firme entro settembre per presentarsi alle prossime elezioni con una nuova legge elettorale. Uccidere il Porcellum quindi. Un comitato formato da nomi importanti come Giovanni Sartori, Renzo Piano e Margherita Hack ha promosso l’avvio di questa sfida.

I quesiti riguarderanno più problematiche:

1. l’abolizione delle liste bloccate. In Italia non è possibile, dopo la riforma elettorale di Berlusconi del 2005, scegliere direttamente il proprio candidato. I parlamentari sono infatti indicati dalle segreterie di partito e gli elettori sono costretti a votare barrando un semplice simbolo partitico. Ovviamente questo meccanismo, spacciato come punto di soluzione per garantire candidati migliori, si è rilevato un bluff. Alle ultime elezioni sono stati eletti, con rappresentanza in tutti i partiti eccetto l’IdV, circa 20 condannati in via definitiva.

2. l’abolizione del premio di maggioranza. Secondo la nostra legge elettorale la coalizione prima classificata, che superi almeno il 20% dei voti, ha diritto ad un premio di maggioranza del 55%. Sostanzialmente ciò significa che un partito può essere sovrarappresentato enormemente senza alcuna corrispondenza del voto dell’elettore. E’ quello che è successo con gli ultimi due governi infatti. Nessuno dei due ha raggiunto la maggioranza dei voti validi, ma tutti e due hanno creato la propria maggioranza artificialmente. Gli effetti di stabilità che questo sistema avrebbe dovuto garantire sono risultati nulli data la debacle del Governo Prodi II e il perenne stato di quasi crisi dell’attuale governo.

3. Abolizione della soglia di sbarramento al 2% nelle coalizioni. Presentandosi in coalizione la percentuale per accedere alla Camera scende dal 4% al 2%. Ma dunque a cosa serve la soglia di sbarramento? Per creare grandi cartelli elettorali in grado di far cadere poi un governo in poco tempo come successe nel Prodi II? Ricordiamo che uno dei partiti che aprì la crisi fu quello di Mastella che, addirittura, era stato ripescato come miglior partito della coalizione vincente sotto la soglia si sbarramento del 2%. A questo punto sarebbe quasi più logico non averle le soglie di sbarramento garantendo una rappresentazione per tutti. Questo punto si configura però il compito di abolire la soglia al 2% e porla al 4% per tutti, al di fuori del presentarsi o no in una coalizione, così da garantire migliore stabilità.

4. Abolizione dell’obbligo di indicare il candidato capo della coalizione. Ci siamo dimenticati che la nostra è una Repubblica Parlamentare? Spetta al Capo dello Stato, sentiti i partiti, nominare il Capo del Governo. Eppure con lo stratagemma posto in atto già si sa ben prima chi sarà il candidato per la Presidenza del Consiglio. Basta con i sotterfugi para – presidenzialisti. Se si vuole una Repubblica Presidenziale si riformi la Costituzione. Non che ci si faccia credere che abbiamo un candidato Premier dal momento che, dall’inizio della Repubblica ad oggi, abbiamo ancora la figura del Presidente del Consiglio con gli stessi sostanziali compiti di allora. No a falsi presidenzialismi.

Dunque non resta che firmare. Il tempo è poco. Però…la crisi partitica c’è…il ricambio generazionale manca…la sfiducia nelle istituzioni è a livelli preoccupanti…i processi possono finalmente iniziare…dunque mancano solo i referendum!

FRANCESCO ANGELI


About

Originario di Campobasso, vive attualmente a Roma. Politologo, specializzato in Unione Europea, è cronista di Wild Italy sin dalla sua fondazione e da ottobre 2014 passa alla sezione blogger. Presidente Arcigay Roma. BLOGGER DI WILD ITALY


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