Commento alla puntata di Ballarò del 15 febbraio 2011

Sono reduce da una intensa puntata di Ballarò. Come spettatore televisivo, s’intende. La mia telecronaca in differita si apre con le battutine di Crozza interrotte da uno scalpitante Fabrizio Cicchitto, il quale critica la «satira faziosa» del comico. Per il ciclo “contraddittorio a tutti i costi”, sulla falsariga di una bestemmia durante l’angelus di Benedetto XVI. Ma sorvoliamo, ché di carne al fuoco ce n’è già troppa.

E’ di oggi la notizia del rinvio a giudizio con rito immediato a capo del premier Silvio Berlusconi, per entrambi i reati di cui è accusato. L’udienza d’apertura del dibattimento è in programma per il 6 aprile prossimo. La puntata di stasera non poteva che essere focosa, come confermato anche dalle reazioni di stizza del capogruppo del Popolo della Libertà e dal brusio costante emesso dall’onorevole Anna Maria Bernini. Non sono mancate, as usual, cadute di stile e bugie (ma queste ultime, si sa, sono coperte dal dolus bonus).

Andiamo con ordine. Nel corso della serata, al netto delle classiche boutade dei fedelissimi berlusconiani (restauro dell’art. 68 della Costituzione, competenza del Tribunale dei Ministri e via dicendo), si è parlato di violazione del segreto istruttorio. In realtà, il segreto istruttorio è stato abolito nel 1989. Al suo posto, vige da allora il cosiddetto segreto investigativo, a maglie decisamente più larghe. Il pool milanese ha violato il segreto investigativo, e se sì, quando e come? La risposta è no. E’ infatti accaduto che, dinanzi ai pm che volevano perquisire gli uffici di Giuseppe Spinelli si sia parato nientemeno che l’avvocato Niccolò Ghedini, già noto col soprannomen omen Ghedini-Mi-Rovini: «Gli uffici di Spinelli sono pertinenze della segreteria politica del partito dell’onorevole Berlusconi, per cui è necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza!»; «Molto bene, si invii alla Camera il faldone coi documenti relativi all’indagine, come previsto dalla legge». Autogol.

Si è parlato, anche, di intercettazioni telefoniche. Siamo tutti spiati, mannaggia al Grande Fratello (di Ruby). Centosessantamila (160.000) intercettazioni, secondo la Bernini. La quale non specifica, ovviamente, se si parli di apparecchi intercettati ovvero di persone intercettate. Ve lo dico io allora: la risposta esatta è la numero uno; il numero di persone intercettate è verosimilmente inferiore. Non si è detto neanche perché in Italia, rispetto ad altri Paesi, si facciano molte più intercettazioni. Ve lo dico ancora io: come mi spiegò qualche anno fa il pm perugino Sergio Sottari, la ragione è il clima imperante di omertà che si respira sul nostro territorio più che in ogni altro luogo d’Europa. Maggiore omertà implica minore collaborazione di vittime e testimoni di reati, e pertanto giustifica il ricorso a strumenti più invasivi, altrimenti non necessari.

Altri due appunti su Cicchitto e sulla Bernini. Il primo si serve a più riprese del termine «evidente» e della sua forma avverbiale «evidentemente», riferendosi alla totale infondatezza delle accuse mosse a Berlusconi. Suona appropriato tenere a mente qui quanto detto da Beppe Severgnini sulla parola «risibile», utilizzata nello stesso contesto e atta a screditare un’accusa, un fatto o un’opinione senza entrare nel merito della stessa. Uno “strategismo sentimentale” insomma.

La seconda, la Bernini, tira fuori la paroletta magica: «processo mediatico». Ora, mi rendo conto della sottile sofisticatezza in cui si esplica quest’altro “labirinto femminile”, ma parlare di processi mediatici ha senso nel momento in cui si va a trattare di un sistema informativo che si identifica con la ormai abusata macchina del fango: TV e giornali gettano fango sul malcapitato, che non può difendere in questo modo la propria immagine, che finisce col perdere progressivamente credito. Eppure, qualcosa in questo ragionamento stride, e non parlo tanto del fatto che molti media siano in concreto nelle mani di Berlusconi o dei suoi limitrofi, quanto piuttosto del fatto che, sino ad oggi, Pdl e affini hanno attaccato le sinistre accusandole di essere radical-chic che, odiando il popolo, additavano gli italiani come «coglioni» incapaci di sfuggire alla morsa ipnotica delle reti Mediaset, della Rai asservita e della stampa di famiglia. Adesso, invece, l’altalena pende dal lato opposto, e gli italiani come per magia non sono più in grado di discernere i processi mediatici dalla realtà storica. Ma gli italiani non erano intelligenti fino a pochi giorni fa?

Passiamo alla sinistra, perché, ovviamente, ce n’è anche per loro. Il politologo Edward Luttwak è impietoso, ma ha ragione praticamente su tutto (fatto salvo, a mio parere, il discorso sulle dimissioni): l’opposizione, che dovrebbe premurarsi di costruire un governo ombra, è in realtà l’ombra di se stessa. Di fatto, essa è in grado soltanto di invocare le dimissioni di Berlusconi e di cavalcare maldestramente le piazze. Rosy Bindi abbassa lo sguardo: il suo linguaggio del corpo, credo, parla abbastanza chiaro. Il colpo di grazia arriva da Mario Sechi, direttore del «Tempo», il quale ammonisce le sinistre affermando che la piazza non è l’espressione di una volontà generale condivisa, bensì di una minoranza ben organizzata. In effetti, un milione di mobilitati sono un po’ pochi, senza contare che le mobilitazioni efficaci di solito sono quelle che convergono alle urne, non altrove. La piazza è al più un termometro sociale, neanche troppo preciso, e perennemente a rischio strumentalizzazioni.

Gli unici a salvarsi la faccia, insomma, sembrano essere stati l’onorevole Italo Bocchino e il conduttore della trasmissione, Giovanni Floris, sempre arguto e tagliente, pur nel rispetto certosino del contraddittorio. Se la destra e la sinistra italiana fossero loro due, saremmo a cavallo. Peccato che non sia così, e che a tutt’oggi, nel pieno di una malcelata campagna elettorale, si abbia a che fare con una ideologia di destra contraffatta da un partito di maggioranza che per stessa ammissione dei suoi membri è all’unanimità supina all’adorazione personalistica del leader («il Pdl non può esistere senza Berlusconi») e con una sinistra che per peso politico può esser paragonata all’unicorno rosa invisibile (che la precede di pochissimo nei sondaggi).

LUCIANO IZZO

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