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Coronavirus e Smart Working: l’iniezione di futuro nella scuola (e non solo)

Tempi strani questi ultimi col Coronavirus. Si torna all’antico, a dover ripensare alla nostra vita. Non ci possiamo più muovere liberamente, andare dove vogliamo, fare cosa desideriamo. Nell’era del tutto veloce, tutto digitale, tutto “smart”. Smart come “Smart Working“, ennesimo acronimo inglese per indicare “lavoro telematico“, a distanza, casalingo.

L’Italia delle tante contraddizioni, delle mille velocità, dei mille slanci (e cadute) scopre una cosa elementare: si può essere produttivi anche nelle nostre quattro mura di casa, se vi è una necessità o una incombenza irredimibile. Con lo smart working.

Ne sanno qualcosa docenti e studenti, quelli con sempre in mano lo smartphone, dal quale chattano, scambiano foto, consumano video, leggono, giocano. Sono tutti piombati in un futuro che doveva essere scontato, ovvero che si può fare lezione, recuperare gli appunti o le registrazioni delle lezioni, avere chiarimenti col docente in tempo reale grazie alla tecnologia, quella che già ci permette di pagare in tutto il mondo, farci spedire la merce da altri continenti, prenotare un biglietto aereo o un ristorante, bloccare un’auto in car sharing.

Perché pare davvero tanto incredibile tutto questo dibattito televisivo, sui siti, sui social e sui giornali cartacei sullo shock per il lavoro e la didattica a distanza: nell’era dell’abominio del revenge porn, di Amazon che sta distruggendo il commercio tradizionale, dello streaming selvaggio, suscita notevole clamore che in questo momento difficile di coprifuoco collettivo per l’emergenza Coronavirus si debba ricorrere ad internet per lavorare o per non interrompere le didattica scolastica e universitaria.
Anche il Papa si è dovuto adeguare con l’Angelus trasmesso in streaming e dal suo studio privato, ma per le nostre scuole e università risulta ancora tutto inconsueto.

È vero che la nostra Istruzione è giurassica, arcaica, stantia, ma non si può nel 2020 pensare che un ragazzo debba perdere una giornata di scuola se malato o impegnato in famiglia perché la struttura dove dovrebbe apprendere non gli fornisce degli strumenti per recuperare, come le video-lezioni dalla classe, le registrazioni audio (podcast) e il materiale digitale di quanto spiegato. E che ci sia voluto il Coronavirus per indurre il Ministero ad aprire una sezione dedicata sul suo sito, di supporto agli operatori per fare lezione “da remoto”.

Chi ha varcato il confine nazionale per andare a fare l’Erasmus sa che tutto questo è una realtà già parecchio rodata. In tantissime nazioni europee il docente è reperibile facilmente via mail (dove risponde poco dopo) e via Skype ad orari stabiliti. Non si acquistano i libri firmati dallo stesso insegnante, ma è lui a caricare su una piattaforma apposita il materiale sul quale studiare (se pago una retta universitaria, ad esempio, lo stipendio è già compreso in essa, non devo acquistarti anche il tuo libro, che mi obblighi a comprare per passare l’esame).

Si interromperebbe anche quella catena ansiogenia (e ai nostri tempi anacronistica), di recupero degli appunti e delle registrazioni delle lezioni fra coloro che si recano sempre al corso e non hanno mai un imprevisto. Se ho un’incombenza, vado e scarico da internet. Sarà un mio problema poi in sede d’esame o di verifica scolastica.

LE REAZIONI E LE (OGGETTIVE) DIFFICOLTÀ

Non sono promettenti sul fronte della digitalizzazione le dichiarazioni della ministra all’Istruzione Lucia Azzolina, la quale ha ribadito che “la scuola è in classe“. E allora, il cinema è solo in sala? Oppure anche sul pc o in televisione, sulle reti tradizionali?
Anche quelle del professor Bardini, commissario alla digitalizzazione: “Una cosa è certa la didattica a distanza non può e non potrà mai sostituire quella tradizionale. Può però essere un’alternativa in una situazione straordinaria come questa, e un formidabile strumento di integrazione in condizioni normali“.
Bah, sarà, ma ad oggi solo il 47% dei ragazzi può accedere – tramite il farraginoso “Registro Elettronico” – al materiale caricato dal docente, di cui il 36% sono di natura interattiva e in video-conferenza. Ne può fruire un solo studente su tre del Nord, mentre al Sud molto ma molto meno. Il 50% degli insegnanti fa lezione ancora nel modo tradizionale, ovvero frontale e con la lavagna e in pochi hanno una formazione digitale adeguata.

Forse si dovrebbe investire proprio in questo: perché è vero che il Coronavirus è una emergenza, ma può esserci da lezione per imparare che le nostre scuole e università sono così lontane dall’essere “smart” nel 2020. Che credono ancora che la didattica sia solo quella frontale e che non si può recuperare col pc. E’ vero che il rapporto umano coi compagni è fondamentale, ma non si può ancora ragionare come se la scuola – intesa in senso lato – sia quella delle serie tv americane e dei film tipo “Il tempo delle mele”.

Non è tollerabile che il 3% delle scuole non abbia nessun accesso ad internet, non si formino i docenti a nuove forme di insegnamento e che non si pensi a una nuova modalità di comunicazione fra studente e docente.

Come non è più sostenibile un’Italia connessa solo nel 75% dei casi. Il futuro passa da qui. E adesso.

 

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About

Studia Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tre e ha scritto, fin dall’età di 17 anni, in vari giornali locali. Da qualche anno è rimasto folgorato dall’ambiente radiofonico e non se ne è più andato. Conduce ogni settimana un programma di attualità ed interviste su RadioLiberaTutti.it . REDATTORE SEZIONE POLITICA.


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