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Smart Working e Coronavirus: i lettori si raccontano

Nei giorni scorsi, dalle pagine di questo giornale, abbiamo raccontato e spiegato il grande scossone che il Coronavirus ha portato nelle vite di milioni di persone: l’avvento improvviso dello “Smart Working“. Il “lavoro da casa” su cui in tanti sono piombati per mantenere in piedi – non si sa per quanto – il nostro Paese.

I VANTAGGI

Come ha spiegato Milena Gabanelli sul Corriere e Il Fatto Quotidiano del 15 marzo scorso, lo Smart Working aumenta la produttività del 15%. Ne sono soddisfatti la stragrande maggioranza degli interessati, sia perché uno può organizzarsi il lavoro come crede, ma anche perché non deve perdere tempo nel prepararsi e spostarsi per recarsi a lavoro.
Nel 2019 erano appena il 2% i lavoratori italiani (ovvero 570 mila soggetti) che usavano lo Smart Working, contro il 31% di Svezia e Olanda, il 20% della Gran Bretagna, il 16,6% della Francia e l’8,6% della Germania.

LE VOSTRE TESTIMONIANZE

In tanti ci avete scritto per raccontare la vostra esperienza durante questi primi giorni di “esperimento” con lo Smart Working.
Abbiamo selezionato cinque storie che offrono uno spaccato di questa situazione e ci siamo focalizzati su come lo stanno vivendo, i suoi pro e i contro.

ILARIA, STUDENTESSA UNIVERSITARIA

Ilaria, studentessa all’Università Internazionale degli Studi di Roma, alla magistrale di Traduzione si è ritrovata dall’oggi al domani dalle sole lezioni frontali ad avere tutto nel pc. “Devo dire che non mi trovo male, ma non dovevamo arrivarci cosi, ma pianificarlo piano piano, non in piena emergenza“, ci confida.

Ma sottolinea che il sistema, nonostante tutto, regge. “Certo, i primi giorni c’è stato un po’ di panico – ci dice – ma piano piano i docenti si stanno abituando a questa organizzazione e poi l’Università ce la sta mettendo tutta per risolvere i problemi“.
I Pro di questa esperienza sono che “non devo perder tempo ad andare all’Università, posso sfruttarlo tutto per studiare e quindi concentrarmi maggiormente“, tuttavia, “i contro sono la mancanza di socialità fra noi colleghi, i caffè, gli aperitivi dal vivo, poter condividere assieme uno spazio comune“.

GABRIELE, GIORNALISTA FREELANCE

Gabriele è un giornalista romano di 25 anni, collabora con vari siti e magazine online. Ha lavorato e si è specializzato in Giornalismo in Olanda. “In realtà, devo confessare, ho sempre lavorato in Smart Working e in Olanda è un fenomeno normale, nessuno mi ha fatto problemi, anzi“. “Il problema culturale dell’Italia – rimarca Gabriele – è che si è considerati lavoratori solo se si va in ufficio, mentre è solo controproducente nel 70% dei casi“. E rincara: “Non andare materialmente nel posto di lavoro, salvo quando strettamente necessario, fa bene al lavoratore, perché può organizzarsi la giornata lavorativa a seconda delle sue esigenze; per il datore, che non ha necessità di affittare locali grandi; fa bene alla collettività, perché non aumento il traffico, inquinando, così, anche di meno“.

I Contro sono tutti legati al problema culturale: “Far capire ai propri familiari che lavorare da casa non vuol dire essere un perditempo, ma un lavoratore a tutti gli effetti. Che non deve essere disturbato per incombenze inutili, come ricerche internet o andare alla Posta“.

GIULIA, IMPIEGATA AMMINISTRATIVA

Giulia, 29 anni, lavora nel settore amministrativo per una grande impresa. E’ stata assunta ai primi di marzo e pochi giorni dopo si è ritrovata a lavorare da casa. “Il mio esordio è stato particolare per questo motivo – scherza – ma quello che mi manca di più è il lavoro di squadra, in carne ed ossa, il poter ‘rubare con gli occhi’ il mestiere da chi ne sa più di me“. “Per mia indole, ho necessità di avere un training fisico che mi segua – racconta – ma la mia azienda sta facendo di tutto per metterci a nostro agio: ci ha messo a disposizione un cellulare, un pc e un portale per lavorare agilmente da remoto“.

Anche se, precisa Giulia: “Lavoro per un settore particolare: essere preparata su tutte le procedure da seguire, per me, è fondamentale“. Un ultimo aspetto che tiene a sottolineare però è che “non sto perdendo tempo in queste settimane, perché al posto di fare formazione in ufficio, la sto facendo da casa, ma certo, come detto, mi manca il rapporto quotidiano coi miei colleghi“.

ANTONIO, INFORMATORE FARMACEUTICO

Antonio, 60 anni, è un informatore farmaceutico per una multinazionale. Per lui, il contatto con i clienti, ovvero i medici e gli operatori sanitari, è fondamentale: “Dopo tanti anni di esperienza so che i medici vogliono proprio incontrarti, parlarti di persona. Parlare da dietro un pc è riduttivo“, tiene a precisare.

In questi giorni, – continua Antonio – l’azienda ci sta facendo fare i corsi di aggiornamento e di training che solitamente seguivamo oltre l’orario di lavoro. Almeno questo è un pro“. L’altro pro riguarda il rapporto con i colleghi che, ci spiega ancora Antonio, è diventato più proficuo: “Prima non c’era quasi per nulla mentre adesso ci confrontiamo costantemente e ciò non è manco male“.

I contro, però, per lui sono maggiori rispetto ai vantaggi: “Per la mia professione, lo Smart Working è praticamente impossibile. Si può passare a fare i corsi di aggiornamento solamente ‘a distanza’, come stiamo facendo adesso, ma tutto il resto no“.

GIACOMO, PERSONAL TRAINER

Giacomo, 33 anni, è un personal trainer. Per lui il contatto con gli altri, anche molti assieme, è il cuore del suo lavoro. “Dopo anni di esperienza ho capito che allenare le persone – ci spiega – vuol dire soprattutto entrare in empatia con il loro trascorso, il loro vissuto e l’obiettivo che vogliono raggiungere“. “Certo, il Coronavirus ci ha bloccati (le gare di fitness sono state tutte rinviate, ndr), ma chi ha interesse ‘a non rimanere fermo’ mi sta contattando e sto dando dei circuiti da fare in casa“. Ci spiega però che l’impiego di questi giorni è soprattutto quello di motivare i suoi allievi, cosi da non farsi travolgere dagli eventi. “Sono inondato da videochiamate, messaggi e chiamate di coloro che mi chiedono se tutto l’allenamento svolto ultimamente andrà perduto e ribadisco loro di no, anzi“. “Ma bisogna – prosegue – mantenere la testa salda e non deprimersi. Sennò sarà tutto più difficile“.

Giacomo non vede i Pro dello Smart Working ma solo i Contro. “Non posso avere con loro un rapporto quotidiano, guardare i loro progressi sportivi. Come può andare avanti il mio lavoro, così?“.

 

Avete altre esperienze da raccontare? Scriveteci!

 

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About

Studia Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tre e ha scritto, fin dall’età di 17 anni, in vari giornali locali. Da qualche anno è rimasto folgorato dall’ambiente radiofonico e non se ne è più andato. Conduce ogni settimana un programma di attualità ed interviste su RadioLiberaTutti.it . REDATTORE SEZIONE POLITICA.


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