Così le lobby del copyright ammiccano all’Europa

Le pressioni dei gruppi aziendali per l’inasprimento della lotta alla pirateria nell’Unione Europea rischiano di non fare distinzione tra la criminalità a scopo di lucro e la libertà di condivisione dei cittadini, ammazzando i diritti digitali nel Vecchio Continente.

“Uno spettro si aggira per l’Europa”: non si tratta però di quello rivoluzionario-collettivista, rimpiazzato ormai da una nuova tendenza di direzione chiaramente opposta. Parliamo di uno spettro ben più temibile: una concezione di mercato superata eppure imperante, che considera i saperi e la cultura proprietà intellettuale di una ristretta élite di autori e (soprattutto) produttori, limitando così di fatto la libera circolazione delle idee e dei contenuti, sottoposti alla dura legge del mercato.

Parliamo, ovviamente, del copyright: esso costituisce la forma più chiusa di tutela del diritto d’autore, poiché non consente al consumatore nessuna libertà e nessun diritto sulle opere di cui paga la licenza. I suoi fautori sono lobby e cartelli dell’industria dei contenuti, produttori di software e le cosiddette “major”, ossia le principali etichette discografiche e cinematografiche. Il loro obiettivo è quello di proteggere i propri lauti guadagni combattendo la libera e gratuita circolazione dei prodotti intellettuali, comunemente chiamata “pirateria”.

Grazie alla diffusone della banda larga, della digitalizzazione e dei servizi di filesharing, Internet è diventata una rete di natura aperta e incontrollabile, il modo ideale per la condivisione di contenuti, e costituisce pertanto un grande pericolo per le major. Esse hanno dovuto adattarsi alle nuove dinamiche del mercato digitale, senza tuttavia grandi vantaggi: non è infatti bastato adattare i vecchi paradigmi (ormai non concorrenziali) al nuovo modello, con il risultato di una crescita esponenziale dei canali di diffusione alternativi.

La risposta alla pirateria non poteva essere, dunque, che cercare di distruggere il carattere aperto di internet, facendo ininterrottamente pressioni sui governi e gli organi sovranazionali per promuovere una regolamentazione ferrea del web, con il poco nobile scopo di trasformarlo in una scatola chiusa ul modello della tv; finora questo tentativo è riuscito in minima parte, poiché i risultati ottenuti dalle etichette non hanno mai minato le basi dei diritti digitali dei cittadini/utenti. Se tuttavia in passato i legislatori hanno sovente avuto la lungimiranza di contrastare le posizioni più estremiste delle major, i recenti sviluppi dell’azione politica e legiferatrice oltreoceano e nella stessa Europa non sembrano far ben sperare.

Da qualche anno procedono segretamente delle trattative fra i principali gruppi industriali pro-copyright, aziende legate al web e i governi di molti paesi nel mondo (in primis USA e UE); lo scopo è quello di giungere a un accordo multilaterale di policy laundering che, in nome della difesa del diritto d’autore, intende combattere con ogni mezzo la pirateria, anche violando le libertà dei cittadini-utenti. Il nome di questo accordo (trapelato grazie a notizie di corridoio e documenti sottratti) è ACTA: Anti Counterfeiting Trade Agreement (Accordo Commerciale Anti Contraffazione).

Gli scenari ipotizzati sono inquietanti: vigilanza costante, perquisizione delle memorie di massa, pene detentive e multe salatissime per chi condivide del materiale protetto da diritto d’autore, nonché la responsabilità dei Provider Internet di perseguire e tagliare la connessione agli indirizzi IP da cui viene scaricato il materiale. Le trattative nel Vecchio Continente sono state portate avanti dalla Commissione Europea all’insaputa dell’Europarlamento, il quale – allarmato dai risvolti di ACTA, a metà settembre ha approvato una Dichiarazione con cui si condannava l’accordo e si chiedeva maggiore trasparenza.

Le lobby del copyright non si sono date per vinte dopo questo smacco, forti anche del risultato ottenuto in Francia: qui, infatti, la maggioranza di governo ha dato il via a una repressione totale del peer-to-peer, applicando la cosiddetta “dottrina Sarkozy”, che prevede l’utilizzo degli strumenti elencati prima direttamente da parte dei Provider, su cui vigilerà un organismo apposito chiamato HADOPI. In poco tempo di applicazione, i risultati sono già nefasti: 10mila disconnessioni ogni giorno, con un incalcolabile costo che si riversa sui cittadini.

Lo scacco matto alla libertà digitale è stato avanzato proprio tramite l’HADOPI e la dottrina del presidente francese: il 21 settembre scorso, dopo un estenuante lavoro di lobbing e pressioni delle major sugli europarlamentari (non immuni all’influenza del potere politico ed economico dell’industria dell’intrattenimento), il Parlamento dell’UE ha approvato il cosiddetto Rapporto Gallo. Si tratta di un documento proposto dalla parlamentare francese Marielle Gallo, compagna di partito di Sarkozy e a lui molto vicina; il testo analizza in maniera antiscientifica la situazione della pirateria informatica, riproponendo le soluzioni prospettate da ACTA e attuate dall’HADOPI.

L’approvazione del Rapporto Gallo ha interrotto bruscamente la linea finora intrapresa dall’UE, gettando le basi per una ripresa delle trattative di ACTA e facendo temere un futuro molto meno roseo del previsto. Il rischio è quello che non si operi nessuna distinzione tra contraffazione e libero scambio, minando l’equilibrio precario che si era instaurato tra il diritto di accesso a Internet e la lotta alla pirateria.

ACTA e Rapporto Gallo rappresentano, d’altronde, solo la sintesi a livello comunitario di posizioni da tempo adottate da molti stati europei (si pensi alle legislazioni francese, irlandese e britannica in primis, al caso di The Pirate Bay in Svezia), che traggono le proprie radici dall’affermazione di schieramenti di centro-destra in gran parte del continente nelle ultime tornate elettorali. Il trend di una maggiore chiusura verso Internet nasconde, infatti, un doppio interesse dietro la cortina della lodevole difesa della proprietà intellettuale; non si pensi soltanto alla pur ovvia compra-vendita di voti che intercorre tra partiti politici conservatori e la grande industria. Al di là del mero interesse economico, un forte inasprimento delle pene per la violazione del copyright aiuterebbe anche quegli schieramenti politici che vedono in Internet una minaccia per i loro consensi elettorali e d’opinione. In un Paese come il nostro, dove già in passato si è discusso di decreti ammazza-web (cfr. il Decreto Romani o il DDL Alfano), quale migliore occasione si poteva costruire ad hoc per sottoporre completamente il web a una censura politica e giudiziaria?

Mentre sfrecciamo a tutta velocità verso il progresso tecnologico e informativo, rischiamo di dover fare i conti con una brusca e incontrollabile frenata.

DAVID DE CONCILIO



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