crisi di governo

Perché le crisi di governo non sono crisi di sistema

di Marco Bevilacqua *

Sin dal 1946, la democrazia italiana ha visto succedersi ben sessantaquattro governi (sessantuno da quando è in vigore la Costituzione – 1948) rispetto ai quattordici che vi sarebbero dovuti essere. A confronto, nel Regno Unito appena sedici britannici hanno ricoperto la carica di primi ministri dal 1945. Negli ultimi tempi sembra essersi perduto il senso istituzionale e lo spirito di servizio, e certamente non c’è tempo per attendere che Astolfo si rechi in tutta fretta sulla Luna per recuperare il senno smarrito di Ariosto.

Con l’ennesima crisi di governo annunciata, possiamo dire che sia la stessa democrazia italiana ad essere in crisi?

Al livello terminologico, la crisi costituisce un potente fattore di mutamento politico e istituzionale. Crisi e cambiamento, del resto, sono spesso considerati termini coestensivi (G. Pitruzzella). Già nella teoria del potere di Machiavelli le crisi, che provocano discordia e contrasti distruttivi, sono il motore della storia. Allora come mai ai giorni nostri una situazione di crisi è accolta in modo assai negativo? A ciò si può rispondere con le parole di Jaques Attali: «le crisi costituiscono le manifestazioni superficiali e difficilmente prevedibili di movimenti sotterranei e perfettamente identificati, come dei sismi inaspettati provocati dall’inesorabile deriva dei continenti». Tuttavia, ancora non si è data risposta al fatto che le crisi di governo sembrerebbero rispecchiare crisi più estese.

Una quarantina d’anni addietro, M. Taylor e V. Herman esprimevano incertezza sul significato della capacità di persistenza dei ministeri, asserendo la necessità di «un ampio studio empirico prima di poter dire che la stabilità governativa è indicatore di una qualsiasi cosa». In tal modo gli autori dubitavano che la capacità di durata dell’esecutivo sia legata significativamente al rendimento del sistema politico e, più in generale, alla stabilità del regime. Inoltre, Taylor e Herman affermarono che l’instabilità del governo è causata da due fattori: dalla forza politica dei partiti anti-establishment e dal frazionamento interno ai partiti più istituzionali.

Quand’è che può dirsi “crisi di governo”?

In seguito al venir meno della maggioranza in Parlamento, che può essere determinata da tre cause: da un voto di sfiducia delle Camere, a seguito della presentazione della c.d. mozione (se ne sente parlare spesso in questi casi); dal ritiro dell’appoggio al governo da parte di uno o più gruppi parlamentari, qualora ciò comporti che il governo non possa più contare su una maggioranza; infine, dalla decisione del governo di dimettersi.

In ogni caso, la procedura da seguire nei primi due casi è la seguente: i presidenti delle Camere convocano i membri delle rispettive assemblee per procedere al voto; se si parla di “parlamentarizzazione” della crisi, il governo dovrà rassegnare le dimissioni.

In ciascuno di tali casi, prima di precedersi allo scioglimento delle Camere, il Presidente della Repubblica ha il dovere istituzionale, secondo la consolidata prassi costituzionale, di procedere alle consultazioni e verificare se un’altra maggioranza si è formata in Parlamento.

Perché, nelle precedenti legislature, raramente si è andati a votare in autunno?

Con la crisi di governo annunciata si apre una fase che verosimilmente può durare fino a dicembre inoltrato, comportando conseguenze che potrebbero rivelarsi gravi per il Paese. Anzitutto, entro fine agosto dovremmo indicare all’Unione europea il nominativo del candidato a Commissario europeo. Inoltre, entro il 27 settembre il governo deve presentare alle Commissioni bilancio la nota d’aggiornamento al DEF. Entro il 20 ottobre il governo deve presentare alle Camere il disegno di legge di bilancio che entro il 31 dicembre deve essere votato, altrimenti il governo si troverebbe nella condizione di poter agire solo per l’ordinaria amministrazione, stante l’esercizio provvisorio.

Se, poi, dovesse essere votata la riforma costituzionale per il dimezzamento dei parlamentari, certamente le elezioni politiche slitterebbero a primavera 2020 inoltrata, per far spazio al voto per il referendum costituzionale (verosimilmente entro la fine dell’anno).

Sebbene, di recente, alcuni leader “gladiatòri” abbiano affermato che il mandato elettorale venga conferito direttamente al presidente del consiglio per poter esercitare i “pieni poteri” – di cui per altro non v’è traccia nella nostra Costituzione – è bene ricordare che la nostra forma di governo è parlamentare, ovvero i cittadini eleggono direttamente i membri del Parlamento, veri ed unici detentori del potere legislativo, nonché di controllo sull’attività di governo. Confondere i due piani sarebbe un errore alquanto grave e pericoloso.

Tuttavia, non può affermarsi con certezza che le crisi di governo, per quanto gravi esse siano, costituiscano crisi del sistema Italia nella sua totalità, passando altresì per una crisi culturale e sociale. Al contrario, come affermava già Machiavelli, le crisi sono «occasion» che possono essere colte e sfruttate da chi utilizza la «virtù».

* dottorando di ricerca in Diritto contabile pubblico


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