Crisi greca e Sovranità europea: il punto

di Giovanni Scarano

La crisi greca è un effetto collaterale della crisi dei debiti sovrani, in gran parte generata dai salvataggi delle banche seguiti alla crisi finanziaria del 2007-2009. Ma essa ha poi finito per diventare il banco di prova della tenuta dell’euro e della lunga partita diplomatica che dovrà essere giocata per arrivare all’unione fiscale europea, preludio inevitabile per giungere a un vero Stato federale europeo.

Come è noto, essa è stata scatenata, nell’autunno del 2009, dall’annuncio del neoeletto Primo Ministro Papandreou che i bilanci economici del paese, inviati dai precedenti governi all’Unione europea, erano stati falsificati al fine di rientrare nei parametri imposti dal Trattato di Maastricht e che in realtà il deficit pubblico greco per quell’anno ammontava al 12,7% del Pil.

La notizia evidenziava un elevato rischio di default dello Stato greco o di sua uscita dall’eurozona. Tutto ciò comportò sui mercati finanziari un forte rialzo dei premi di rischio (spread) su questo tipo di investimento, con crescenti difficoltà per il governo greco di rifinanziare il proprio debito.

Tutto ciò impose, nei primi mesi del 2010, la necessità di negoziare un prestito straordinario di 110 miliardi di euro su tre anni con gli altri paesi dell’eurozona. La “Troika” (Commissione Europea, BCE e FMI), che ha gestito i prestiti, ha imposto alla Grecia, come garanzia, drastiche operazioni di ristrutturazione del bilancio pubblico, che sono passate alla cronaca come “politiche di austerità” a causa dei drastici tagli richiesti alla spesa sociale. Questi tagli hanno, però, prodotto un crollo del gettito fiscale che ha finito per peggiorare lo stato dei conti greci, innescando una perversa spirale recessiva che ha creato la necessità di nuovi aiuti finanziari.

In questo già perverso processo economico si sono poi innestate considerazioni di carattere politico e diplomatico, che hanno trasformato la Grecia in un esempio da fornire a tutti i paesi che presentano debolezze finanziarie. La Grecia è così diventata il banco di prova della disciplina del rigore fiscale, voluta a propria garanzia dai paesi “virtuosi” del Nord Europa. Sul caso greco si gioca la partita delle regole di redistribuzione del reddito all’interno dell’Europa, essenziali per giungere a una sempre più urgente Unione fiscale. La Germania sa che si dovrà arrivare a meccanismi di redistribuzione fiscale all’interno dell’Europa, ma vuole evitare che si creino flussi di trasferimento strutturali dalle aree ricche verso quelle povere, sul modello di quanto è storicamente accaduto in Italia nei rapporti tra Nord e Sud del paese.

In definitiva, la crisi greca è il risultato della convivenza conflittuale di vecchie prassi di spesa pubblica con la nuova esigenza di reperire fondi sui mercati finanziari globali. Se va cercato un colpevole eccellente, questo è l’essersi aperti alle logiche della globalizzazione piuttosto che aver aderito all’euro.

La moneta unica è condizione essenziale per il libero movimento di capitali e per l’esistenza di un mercato finanziario continentale integrato, che sono stati gli obiettivi principali di costituzione dell’Unione Europea. Ma è anche il primo passo per la costruzione di uno Stato Europeo, di dimensioni continentali, che sia in grado di trattare alla pari con gli altri Stati continentali che sono oggi i protagonisti del mercato mondiale. La capacità delle imprese europee di posizionarsi sui grandi mercati in espansione delle potenze emergenti non può prescindere dai trattati stipulati da un efficiente Stato di questo tipo e dalla sua capacità di supporto e protezione.

Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, alla vigilia del negoziato di luglio per il nuovo prestito alla Grecia lo aveva definito “il momento più critico nella storia dell’UE”. Il raggiungimento di un accordo, per quanto carico di prospettive negative per i Greci, va quindi registrato come una nuova vittoria del processo di unificazione europeo.

* Presidente della Scuola di Economia e Studi Aziendali dell’Università di Roma Tre


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