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Crisi PD, Renzi si dimette dalla segreteria: cosa sta succedendo?

Alla fine è successo anche questo: stamattina all’Assemblea nazionale del PD Matteo Renzi si è dimesso da segretario. Si conclude così la parabola di crisi della sua leadership iniziata il 4 dicembre con il fatidico no al Referendum costituzionale e l’addio a Palazzo Chigi. Si concretizza, però, quella del partito, che in queste ore vive una tensione intensa, con lo spettro della scissione mai così vicino.

In questi giorni ed anzi in questi due mesi e mezzo si è sentito di tutto circa il PD, la formazione maggioritaria in Parlamento, con mille dichiarazioni incrociate ed anche contraddittorie tra diktat, veti e tentativi di mediazione tra maggioranza e minoranza. Molti cittadini non hanno capito e non stanno tutt’ora capendo: è necessario dunque fare chiarezza.

GLI ULTIMI DUE MESI

Due mesi fa l’ex premier Renzi aveva chiesto di fare subito il Congresso, l’assemblea alla quale spetta il massimo potere decisionale nel partito. Voleva probabilmente fare la conta dei propri sostenitori ed andare al voto delle primarie per scegliere il nuovo segretario e futuro candidato premier, avvicinando il più possibile la data delle elezioni nazionali.

La minoranza dem, il gruppo guidato dal vecchio leader Bersani e dagli aspiranti Speranza, Rossi ed Emiliano si era opposto con forza: bisognava aspettare, perché ritenevano sarebbe stato un accelerare i tempi sleale, che avrebbe riconsegnato la guida del partito al fiorentino, ma che soprattutto avrebbe impedito una profonda discussione interna sugli errori fatti.

Nel frattempo c’era stato Gentiloni e il suo governo fotocopia del precedente, una formazione che è nata zoppa fin dall’inizio vista la delegittimazione del progetto costituzionale renziano, la cosiddetta “madre di tutte le riforme” e che sembrava legato indissolubilmente alla sola approvazione di un sistema elettorale omogeneo tra le due camere.

L’IDEA DI RENZI

Renzi, allora, aveva pensato ad un cambiamento di facce ed idee nel gruppo dirigente del PD, con una campagna di ascolto dei circoli e il rinnovamento della segreteria. Poi, però, è arrivata la sentenza della consulta e sono apparse tutte le difficoltà per l’approvazione di una legge elettorale a trazione maggioritaria (che al momento non trova il 50%+1 dei voti in Parlamento). Ecco allora profilarsi lo scenario di un accordo su un sistema proporzionale che unisse Consultellum e Legalicum (le due leggi per Camera e Senato dopo l’intervento della Corte Costituzionale), con tanto di retroscena giornalistici. Inoltre il presidente del partito, Orfini, aveva ricordato che c’erano dei tempi da Statuto per il Congresso: autunno 2017.

Ecco che, quindi, i personaggi centrali della minoranza, spaventati dal possibile avvicinarsi delle elezioni non precedute da primarie, hanno organizzato raccolte di firme, petizioni, scritto lettere e rilasciato interviste in cui si richiedeva l’indizione del Congresso. Senza di esso si alludeva alla scissione, vista l’assenza di possibilità di dialogo e confronto.

LA MOSSA DI RENZI: CONGRESSO SUBITO

Il segretario dem, allora, ha sfruttato la poca chiarezza e l’apparente contraddizione tra le due richieste prima contro e poi a favore del Congresso, decidendo di indirlo il prima possibile. Il gruppo di Bersani si è difeso sostenendo di volere l’assemblea con calma, tra alcuni mesi, per avere il tempo di organizzarla e far conoscere i candidati che si vogliono opporre a Renzi alle future primarie: appunto Speranza, Rossi ed Emiliano (rispettivamente ex capogruppo PD alla Camera e governatori di Toscana e Puglia).

Questi, come ha anche sostenuto Guglielmo Epifani nel suo intervento all’Assemblea nazionale, ritengono che una competizione oggi non sarebbe equa visto il ruolo che il fiorentino ha avuto fino a due mesi fa da presidente del Consiglio, la sua fama e la sua presenza corposa su tutti i media del paese oramai da 3 anni.

Veniamo quindi alla chiamata di due giorni fa tra Renzi ed Emiliano. Dopo un duro scontro durato almeno 40 minuti in cui il governatore della Puglia ha fatto capire che la corda è tesa oramai all’estremo, lui stesso aveva annunciato ai giornali un possibile accordo di mediazione.

Queste le sue parole: “Ieri ho detto a Renzi che basterebbe fare una Conferenza programmatica a maggio e le primarie congressuali a settembre per ricomporre un clima di rispetto reciproco e salvare il Pd. Adesso che lo abbiamo convinto a sostenere Gentiloni fino alla fine della legislatura senza fargli brutti scherzi, possiamo darci il tempo di riconciliarci e trovare le ragioni per stare ancora insieme“.

Quindi sostegno al governo fino a febbraio 2018 e probabile spostamento del Congresso.

SCISSIONE O MEDIAZIONE?

Il Renzi che ha parlato oggi, però, non conferma affatto questo percorso. Innanzitutto con le sue dimissioni e non essendoci un segretario di transizione, si avvia come da Statuto del partito l’iter per il Congresso.

Dal 10 al 12 marzo, come aveva già annunciato nella sua e-news, si terrà poi al Lingotto di Torino la riproposizione della storica kermesse fondativa del partito (si tenne con Walter Veltroni 10 anni fa) per ripartire. Sembra chiaro dunque che, a meno di clamorosi rivolgimenti machiavellici dei regolamenti interni, si è destinati ad avere in pochissimi mesi una nuova assemblea generale, delle primarie ed un leader eletto. A quel punto non è dato sapere se si continuerà ad esistere la formazione governativa di Gentiloni.

LE PAROLE DI RENZI

Renzi l’ha detto più volte: superare settembre e far scattare la pensione per alcuni parlamentari sarebbe un affronto al paese, che con la bocciatura del 4 dicembre avrebbe richiesto invece un rapido cambio di passo.

“Chiedo un applauso per Gentiloni e per quello che stanno facendo i ministri– ha sostenuto l’ex segretario- E’ impensabile che si trasformi il congresso del Pd in un congresso sul governo. Sarebbe una cosa allucinante per tutti”.

Poi ha aggiunto: “Io non ho cambiato idea, altri sono passati dal sostegno caso per caso al sostegno pieno. Noi rispettiamo l’azione del governo e i poteri del presidente della Repubblica e diamo tutti una mano per chiudere le partite che l’Italia deve affrontare“.

Dunque non si è voluto sbilanciare dichiarando pieno appoggio, ma facendo intuire la volontà di chiudere senza attendere troppo.

Cosa ne è allora della dichiarazione di Emiliano? Probabilmente poco o nulla. La palla sta quindi in mano alla minoranza: accettare la sfida delle primarie ravvicinate e vedere poi cosa succederà al governo oppure scindersi ed entrare con tutta probabilità nella formazione di Campo Progressista dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Questo, tuttavia, spaccherebbe i voti e l’anima del centro-sinistra, allontanandolo dalla guida del paese.

LA SCISSIONE CHE GIA’ ESISTE

Una scissione, però, c’è già: nelle visioni completamente opposte su come dover gestire i prossimi mesi.

Per la minoranza bisogna utilizzare lo spazio del governo Gentiloni non solo per promuovere una legge elettorale che garantisca governabilità, ma anche per cambiare rotta su Jobs Act e Buona scuola, presentandosi alle future elezioni rinnovati. Per loro il referendum non ha significato la voglia di elezioni, ma solo la bocciatura del progetto renziano (c’è da dire che un referendum non c’entra con la tenuta del Parlamento e, seppur non proprio popolare, il nuovo governo non è nemmeno tra i più osteggiati degli ultimi anni).

L’ex premier, invece, vuole che con la sua uscita di scena finisca il vero operato politico della legislatura. Modificare ora le leggi promosse sotto la sua guida e lasciare il processo in mano a Gentiloni significherebbe rischio di uscirne delegittimato e di far perdere credibilità a tutto il PD. Insomma modifiche future a qualcosa si, ma in conformità allo stile precedente, senza rivoluzioni totali che non verrebbero capite da chi in questi ultimi anni si è avvicinato e ha sostenuto il partito (principalmente di classe medio-alta).

La partita è quindi aperta e dura. I tentativi di mediazione da parte di personalità a metà tra i due schieramenti come Cuperlo e Fassino, o oramai esterne come Walter Veltroni sono molteplici. Secondo quest’ultimo una scissione significherebbe tradire il progetto del partito, che invece dovrebbe essere ancora da realizzare fino in fondo.

COSA ACCADRÀ?

Poco fa, però, dopo l’assenza di controreplica di Renzi all’ultima proposta di compromesso di Emiliano (di una conferenza programmatica prima delle primarie per far sentire tutti parte del progetto e non lasciare alibi a future divisioni) è arrivata la nota congiunta del governatore, Speranza e Rossi.

“Anche oggi nei nostri interventi– scrivono- in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Con loro sembra si schierino Epifani e Bersani.

Vedremo cosa succederà dopodomani, quando dovrebbe arrivare la decisione finale. Una cosa, però, mette tutti d’accordo: fuori dal PD e dai suoi problemi interni c’è un paese che chiede risposte su lavoro, diritti e tutele. La gente che segue queste convulsioni auspica che si agisca, senza più tentennamenti, da entrambe le parti, si decida che cosa si vuol fare di Gentiloni o in merito a fazioni future e si dia la possibilità a qualcuno di affrontare a pieno i problemi dell’Italia. L’attuale governo sta lavorando sulle emergenze: migranti, terremoto e caos neve ed eventuali correzioni alla legge di stabilità. E’ necessario, ma non sufficiente.

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About

Nato a Roma nel 1995, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi Roma 3. Articolista di cronaca e politica per il litorale romano, si interessa particolarmente di Ostia e Anzio. Gestisce un blog: https://ilblogdelleidee.wordpress.com/. INTERNI ED ESTERI


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