Crocifisso e ignoranza

La quasi totalità dei politici italiani ha rivolto – in maniera più o meno decisa – attacchi contro la Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha stabilito l’illiceità della norma che impone la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane.

Si è passati dalla definizione in pieno stile feltriniano comparsa sul Giornale secondo cui i giudici della Corte sono “ubriachi bevitori di birra” al tiepido commento del neo segretario del PD Bersani che ha sottolineato come il crocifisso sia “un’antica tradizione inoffensiva”. C’è stato l’agguerrito commento del ministro La Russa in diretta tv (“Via il crocifisso? Potete morire”) e ovviamente l’immancabile battuta del premier Berlusconi.

Diversi giornalisti, presentatori tv, subrette e baciapile hanno espresso la loro – legittima – opinione attaccando la Corte e la sua decisione.

Nessuno – o quasi – si è preso la briga di andarsi a leggere il testo integrale della sentenza e di approfondire i termini giuridici in questione; ovvero su che base la Corte è stata chiamata a giudicare. Ebbene, sarebbe bastato uno sforzo davvero minimo per scoprire che la CEDU ha basato la sua decisione sulla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, un trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa, firmato a Roma il 4 novembre 1950 ed entrato in vigore tre anni dopo. L’Italia, insieme agli altri 46 Stati membri del Consiglio ha firmato e ratificato questo trattato ed è quindi tenuta a rispettarlo in tutte le sue parti.

Uno dei punti presenti in questa Convenzione stabilisce l’equidistanza di ogni Stato rispetto ad ogni religione, ed il diritto di ogni genitore di vedere i propri figli istruiti nel rispetto di questo principio. La presenza del crocifisso nelle aule viola palesemente la Convenzione, in quando associa lo Stato italiano alla religione cristiana. Non c’è molto da contestare. Carta canta.

Se avete tempo di leggere la sentenza potrete trovare almeno due interessanti spunti di riflessione:

Il primo dimostra a Feltri che gli “ubriachi” non sono i giudici della Corte ma molto più verosimilmente gli avvocati del governo, che prima provano a dire che il crocifisso non è un simbolo religioso e lo riducono ad un banale simbolo della tradizione locale – quasi come fosse una pizza o un mandolino – e alla fine cambiano rotta tentando di limitare i danni e ammettendo che una violazione c’è stata.

Il secondo dimostra l’ignoranza del premier quando afferma che la sentenza “nega le radici cristiane del nostro Paese”. In realtà la sentenza non mette in dubbio le eventuali radici cristiane italiane, ma spiega che i simboli religiosi rappresentano una forma di maggiore vicinanza di uno Stato ad una religione rispetto ad un’altra. E questo viola la Convenzione.

In questo Paese è davvero così difficile informarsi prima di far prendere aria alla bocca?


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Torinese, laureato in Studi Internazionali alla Facolta’ di Scienze Politiche. Residente a Londra.


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