da 5 bloods come fratelli recensione del film netflix di Spike Lee

Da 5 Bloods – Come fratelli, il Vietnam secondo Spike Lee

Da 5 Bloods – Come fratelli, Spike Lee e il #BlackLivesMatter nel film Netflix con Delroy Lindo e Clarke Peters

una scena di Da 5 Bloods il film Netflix Spike Lee

I 5 fratelli non moriranno. Si moltiplicheranno.” In una frase il senso di un racconto. Perché con Da 5 BloodsCome fratelli (2020) Spike Lee raggiunge, probabilmente, il punto di non-ritorno del suo rabbioso “urlo di protesta”, per un cinema che, oggi più che mai sa rileggere (e contestualizzare) il passato, per migliorare il presente e, forse, il futuro.

Il primo lungometraggio cinematografico targato Netflix, dopo lo special Rodney King (2017) e la serie tv She’s gotta have it (2017-2019) – remake seriale del lungometraggio d’esordio Lola Darling (1986), vede tra i protagonisti Delroy Lindo, Clarke Peters, Isiah Whitlock Jr, Mélanie Thierry, Paul Walter Hauser, Norm Lewis, Chadwick Boseman e Jean Reno.

Laddove con BlackKklansman (2018), Lee è riuscito a calibrare il suo messaggio politico in un contesto narrativo che giocava, ora con i ruoli sociali e le etnie, ora destrutturando (e ridicolizzando) il Ku Klux Klan e le sue origini; con Da 5 Bloods – Come fratelli il cineasta newyorchese spinge sull’acceleratore, per un racconto che sa essere cinema bellico (su tutta la linea) e d’impegno sociale.

Sinossi 

Vietnam, 1971. Un plotone di cinque soldati afroamericani è incaricato di ritrovare un aereo della CIA precipitato in territorio Viet Cong contenente al suo interno un tesoro inestimabile. Il plotone decide di appropriarsene sotterrandolo in un sito per poi recuperarlo alla fine del conflitto, come risarcimento per il trattamento della comunità afroamericana da parte del Governo. Durante le operazioni però, qualcosa non va per il verso giusto e in un conflitto a fuoco con i Viet Cong, il caposquadra, Norman (Chadwick Boseman) viene ucciso e il sito viene raso al suolo dai bombardamenti al napalm.

Quarant’anni dopo, i quattro superstiti del plotone, Paul (Delroy Lindo), Otis (Clarke Peters), Melvin (Isiah Whitlock Jr) ed Eddie (Norm Lewis), decidono di tornare in Vietnam per ritrovare il tesoro e dare degna sepoltura al valoroso caposquadra. Sarà l’inizio di una missione da incubo.

Il contesto narrativo, gli infiammati anni Settanta e il Vietnam

una scena di Da 5 Bloods il film Netflix Spike Lee

Nel 1968 Bobby Seale affermava come “con la dannata Guerra del Vietnam non stiamo ottenendo nulla se non la violenza di stampo razzista della Polizia“, parole in calce che Spike Lee fa sue nel prologo di Da 5 Bloods – Come fratelli, riuscendo così a cogliere l’essenza di un periodo storico-culturale turbolento e pieno di correnti rivoluzionarie al suo interno –  un po’ come accaduto con l’epilogo del sopracitato (e precedente) BlackKklansman in chiave contemporanea.

Nel giro di pochi minuti infatti, Lee racconta ciò che ha rappresentato il Vietnam per la comunità afroamericana. Un evento storico di portata mondiale, che si inserisce tra le vibranti proteste del popolo americano verso l’allunaggio – ritenuto da molti un pretesto per spostare l’attenzione sull’assenza di un Welfare State all’altezza –  l’obiezione di coscienza di Muhammad Ali, l’assassinio di Malcolm X, le dimissioni di Nixon e i disordini civili legati ai soprusi della razza bianca (e di un effettivo Stato di polizia).

Era Angela Davis ad affermare “se non si fa un collegamento tra ciò che sta accadendo in Vietnam e ciò che sta accadendo qui, potremo affrontare un periodo di fascismo conclamato, molto presto.” È nel prologo infatti, che Lee pone all’attenzione l’evidente legame di violenza tra l’utilizzo del defoliante denominato Agente Arancio nell’Operazione Ranch Hand tra Vietnam, Cambogia e Laos, e i disordini civili alla Kent State University e Jackson State University. In questo contesto storico-narrativo ben radicato, prende vita il racconto di Da 5 Bloods – Come fratelli.

Signori, bentornati in Vietnam

Nell’ultima opera di Spike Lee ci troviamo dinanzi a un racconto bellico che è anche racconto di formazione. Il ritorno in Vietnam – da turisti – dei 5 Fratelli, diventa espediente per raccontare il lascito americano, ora nei traumi mai elaborati sui reduci, ora nelle conseguenze della loro vita.

Il racconto prende vita, così, in una struttura narrativa dall’andamento lineare, inframezzata dalla presenza di digressioni temporali che conferisce a Da 5 Bloods – Come fratelli – in un’apparente binario narrativo parallelo – ora una natura più riflessiva e (apparentemente) leggera nella contemporaneità, ora marcatamente action e adrenalinica nel passato bellico – ben supportate da una regia misurata che sa gestire i differenti tempi e ritmi narrativi.

Nel declinare la transizione tra le due nature del racconto, Lee sceglie non tanto l’ausilio di giustificazioni narrative o di un attento lavoro di montaggio, quanto piuttosto la rappresentazione visiva, e la codifica di un differente formato immagine (2:35:1 nella contemporaneità, 4:3 nei flashback), oltre che di una fotografia più adombrata e cupa nelle digressioni temporali.

Apocalypse… Now!

Delroy Lindo in una scena di Da 5 Bloods il film Netflix Spike Lee

La profonda anima sociale di Da 5 Bloods – Come fratelli, viene valorizzata dalla presenza di un’ancor più forte natura citazionista, qualcosa d’insolitamente sperimentale per Spike Lee, da sempre contraddistintosi per racconti fortemente originali.

A livello meta-testuale il tema del viaggio, la scelta dell’attraversamento del fiume su di un battello, l’uso de La cavalcata delle valchirie di Richard Wagner, sono semplici (ed evidenti) rimandi ad Apocalypse Now! (1979) di Francis Ford Coppola; di cui Da 5 Bloods – Come fratelli rappresenta, per certi versi, una sorta di rilettura in chiave black e con riferimenti socio-culturali attualizzanti.

E non solo, con l’incedere del racconto e avvicinandosi sempre più al tesoro – evidente simulacro della rivincita degli afroamericani verso i soprusi della comunità bianca – crescono paranoia e ansia nell’ex-plotone. Sentimenti dettati dalla cupidigia che rievocano, in parte, quelli di Bogart e i suoi compagni di viaggio ne Il tesoro della Sierra Madre (1948) di John Huston.

Fra questi emerge il Mike di Delroy Lindo, portavoce dell’urlo sociale di Lee – non a caso l’unico a rompere la quarta parete – in un istrionismo recitativo degno del Jack Nicholson di Shining (1980) di Stanley Kubrick, ora in una fisicità dirompente, ora in un’intensità scenica fatta di urla, di sguardi torvi, di un totale dissociarsi dalla famiglia e dal gruppo, e un disordine comportamentale da stress post-traumatico bellico volto a crescere esponenzialmente nel corso del racconto.

La connotazione del viaggio e il ruolo della digressione temporale

Il personaggio di Lindo assume sempre maggior importanza all’interno del racconto di Da 5 Bloods – Come fratelli, in particolar modo in relazione alla connotazione narrativa del viaggio e al contesto scenico. Il viaggio infatti, viene vissuto in modi differenti e dicotomici rispetto ai personaggi in scena, valorizzando così, di riflesso, la caratterizzazione degli stessi.

Nel corso del primo atto infatti, il viaggio dell’ex-plotone assume toni leggeri e scanzonati, tra nostalgia, brindisi in ricordo dell’amico scomparso, e un’acuta riflessione sul disgregamento della comunità nera oggigiorno. Con lo sviluppo del racconto, il dispiegamento del conflitto scenico e la crescente (e spiazzante) evoluzione del Mike di Lindo, il viaggio in Vietnam assume i connotati di un viaggio all’inferno in cui anche gli Otis di Peters e Melvin di Whitlock Jr vi si trovano catapultati, loro malgrado – per un terzo atto che sembra rileggere, nelle intenzioni, quello de Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah.

La precisa scelta di utilizzare gli stessi attori non ringiovaniti, anche nelle sequenze belliche con protagonista assoluto il Norman di Boseman – in netta opposizione con la tecnica ringiovanente di The Irishman (2019) di Martin Scorsese – diventa così, una metaforica manifestazione scenica degli orrori del Vietnam nei reduci: la guerra non è mai finita nella loro testa.

#BlackLivesMatter

una scena di Da 5 Bloods il film Netflix Spike Lee

Da 5 Bloods – Come fratelli rappresenta, al pari di BlackKklansman, una nuova codifica dell’urlo sociale di Spike Lee, nonché un ritorno – ancora più forte – di quel moto rabbioso che stava alla base de Fa’ la cosa giusta (1989).

Laddove negli anni Novanta e Duemila il suo cinema sceglieva la via della valorizzazione della cultura afroamericana e nella celebrazione insita di grandi uomini come in Mo’Better Blues (1990) e Malcolm X (1992), la crescente ondata di violenza ha spinto il cineasta newyorchese verso un ritorno alle origini, seppur in forma più grezza e meno edulcorata.

Lee non usa più mezzi termini, e sceglie la via del didascalismo e dei riferimenti netti e precisi, come il “Make America Great Again” sul cappellino del villain di turno o il riferimento al #BlackLivesMatter, che potrà pure far storcere il naso ai più, ma risulta essenziale di questi tempi.

Pur nella sua forma grezza, che potrebbe risultare quasi parodistica se rapportata ad altri lavori del cineasta newyorchese, Da 5 Bloods – Come fratelli è un’opera dal valore inestimabile perché capace di veicolare un forte e attualissimo sottotesto socio-culturale declinato in un linguaggio filmico immediato e citazionista.

L’opera di Lee s’inserisce in un momento unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dei cultural studies, fatto di disclaimer, di introduzioni per giustificare il contesto storico-culturale di un’opera cinematografica, di violenza e di riqualifica di simboli conclamati nell’immaginario collettivo  – facendosene, scientemente, portavoce.

 

Da 5 Bloods – Come fratelli è disponibile su Netflix dal 12 giugno 2020. 

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Fonte immagini: imdb.com.


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: vivere di cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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