Dai diari di una mosca – Testaccio, 16 ottobre 1943. Ore 5.45

Era proprio una posizione di privilegio l’essere appollaiata in un ozio di tipo felino, sull’intelaiatura di una finestra di legno marrone che apriva  i suoi grandi occhi ogni mattina  su Testaccio.

Da qualche ora stavo osservando cosa accadeva intorno a me:  nel cortile del caseggiato  ed all’interno di questa casa dove ero ospite.

Gli abitanti della casa, una donna ed un bambino, erano presi da un’incontenibile frenesia: quella della partenza.

Sui loro volti non c’era gioia.  Erano come  animati da un forte senso di irrequietezza che li portava ad agire senza riflettere perché era la paura a dominare la scena.

Più che una mosca a riposo, intenta nell’osservazione di quel microcosmo,  sembravo una funambola appesa al filo della vita. Gli uomini, stavano concedendomi  una tregua. Che strano, vero! Per noi mosche non esistono  tregue!  Essendo  gli abitanti di quella casa  tutti intenti a sbrigare le loro faccende private non badavano a me! La partenza gli  imponeva di chiudere in fretta le valige ma  i bagagli erano talmente gonfi di storia che difficilmente si chiudevano al primo tentativo.

Si trattava solo  di una piccola tregua. Nessuno  stava rincorrendomi  da una stanza all’altra,  mostrandomi  il lato oscuro della scarpa o facendomi sobbalzare sui mobili.

All’inizio non l’avevo capito,  ma poi iniziai a capire che  ero anch’io imprigionata dentro quella casa, con loro,  la donna ed il bambino, vittime della mia stessa paura:  quella  di essere braccati.

Io dovevo ancora attendere poche ore, poi, forse,  sarei stata libera di fuggire da quel teatro. Da quella rappresentazione.   Sarei voltata via, in fretta, scivolando tra la confusione dei corpi nel momento dell’irruzione  ed avrei  lasciato  tutti al loro destino dimenticandomi  presto di loro.

La donna girava su se stessa proprio come avrei fatto io:  era nervosa, affannata, sbatteva convulsamente le ali. Tirò fuori dall’armadio le sue due uniche valige per poi riposarle quasi immediatamente. “Possibile che non si possa impacchettare tutta la casa e portarla via: lato su lato, parete su parete,  pavimento con soffitto, schiacciati, abbracciati, uno su l’altro. Insieme.”

In fin dei conti il fardello dei ricordi sarebbe stato più pesante! Girava la donna su se stessa, facendo mille piccoli anelli concentrici, come se tutta la sua vita occupasse quella piccola circonferenza e tutta la realtà si fosse già messa in moto.

I soffitti di quella casa erano  illuminati dalla bellezza dell’alba di un improbabile autunno a Testaccio, quartiere  fiero delle sue catapecchie “acchiattate” lungo il fiume. I  soffitti  erano altissimi. Io,  in quanto mosca,  avrei potuto girare, volare, rigirare, come faceva la donna, in una sorta di danza propiziatoria.  L’atmosfera della casa illuminata, quella prigionia di noi tutti,  la messa in scena falsa ed ipocrita della tregua,  impedirono di lasciarmi andare ai voli pindarici. Restai lì, bloccata sull’intelaiatura della finestra di legno ad osservare quel microcosmo.

I sogni di quella donna fecero  accrescere i soffitti fin lassù: io lo so perché sono già stata qui! Ai sogni sono necessari più metri per salire in cielo, per arrivare a toccare il Paradiso. Bisogna scoperchiare le case, arrampicarsi sul monte dei cocci, acchiappare una nuvola e forse ancor di più.

Ero già stata li! Si, in quella casa, quando la guerra era lontana, lontana.

David era  piccino piccino, tanto che entrava tutto in un marmittone 40×40. Mi guardava curioso e rideva perché mi vedeva come una cosa buffa e brutta  mentre la madre diceva “dobbiamo ucciderla. E’ solo  una mosca”.

David era cresciuto e  spingeva con il suo ditino indice il culetto di un trenino di legno a due soli vagoni. La spinta del bambino avanzava leggera e lenta affinché quel gioco durasse il più a lungo possibile.

Il trenino di legno era stato colorato con forza dalle matite di legno che il bambino teneva nell’astuccio di scuola. Non l’aveva solo colorato, l’aveva  graffiato. David  aveva messo tutta la sua forza nel colorarlo perché il suo grande desiderio era di vederlo presto finito. I colori dovevano essere  smaglianti e divertenti. Cosi David  sognava che fossero  tutti i treni del mondo! Non certamente come quei treni che vedeva alla stazione Trastevere di tanto in tanto passare! Neri, piombati, senza finestrini, vecchie e rumorosi. Sognava di fare il capostazione.

Si era chiesto se dentro c’erano i conigli, o i cavalli, oppure le povere piccole pecorelle. Aveva avuto anche un sospetto stravagante un giorno:  che dentro uno di  quei convogli ci fossero delle persone  che facevano la fine di certi animali.  Un giorno infatti  si sentì chiamare da qualcuno: “David, David, sono qui! Guardami”. Era il treno a chiamarlo o qualcuno che lo conosceva?

Un “ciao” gridato dal treno. Joshua. Nove anni. Il migliore alunno nella sua classe. Secco secco e lungo lungo. Il giorno in cui lo presero stava progettando il viaggio dell’uomo sulla luna.

Soffiava David su quel treno. Voleva imitare la velocità del vento . Il suo gioco era silenzioso. Misterioso. Da fuori  arrivavano i ritmi delle marcette dei soldati. Sembravano quasi allegre. Piene di ritmo. Forse erano soldatini di legno che sgambettavano nel cortile portati chissà da quale  fata vagante. Forse quella del fiume. I passi erano scanditi da un ritmo cosi perfetto che era difficile credere che fosse reale.

L’atmosfera era come un filo elastico del funambolo esteso con tutta la forza possibile per  colpire il bersaglio. Ma quale bersaglio?  Questa volta non ero io stupida mosca, brutta anche a vedersi. Forse anche  inutile come volatile. Forse addirittura  più brutta di un ebreo, ad essere cacciata.

L’uomo non rinuncia mai alla caccia,  non dà tregue. La caccia era aperta all’ebreo. Un essere umano, non una mosca.

Le urla dei soldati si confondevano alle grida della gente. La marcetta con la sua perfezione irritante continuava a risuonare creando echi nel cortile  ed era come un disco su un grammofono suonato sprezzantemente a tutto volume.

David non sentiva le urla. Non sentiva gli spari. Il bambino  era avvolto nel suo viaggio immaginario  da tutte quelle cose bellissime che solo un viaggio ti può dare. David non era neppure qui tra noi. Era sereno ed era già sul treno.

Le urla si potevano toccare con mano: “ancora c’è tempo. ”; “dobbiamo sbrigarci. Stanno arrivando”. Ma David non c’era, il suo ditino sospingeva il vagone del treno lungo un tracciato immaginario. Aveva così disposto tutte le matite che aveva  sul pavimento affinché si formasse un lungo binario dove far passare il treno. Le matite, una a seguire l’altra, disposte su due file,  diametralmente opposte, intervallate  da altre matite disposte  invece in senso orizzontale  davano a David l’idea immaginaria di un binario e di una stazione. “Sbrigati David dobbiamo uscire sbrigati. Basta giocare”

Vedevo la donna dalla mia posizione privilegiata. Vedevo anche la gente correre  nel cortile. Qualcuno cadeva sotto i colpi dei soldati che sembravano divertirsi a prendere a calci la gente con i loro stivali di cuoio  lucido.

L’angolo chiuso, serrato, quasi pietrificato della finestra di legno marrone non voleva più aprire gli occhi e le sue braccia a quell’improbabile autunno del testaccio. Era l’alba del 16 ottobre del 1943. L’inferno.

Dalla mia posizione privilegiata vedevo addirittura i castelli dove sognavo di volare. Per arrivarci la fuga era facile. Bastava far scorrere lo sguardo su di un andirivieni di terrazzi che si rincorrevano l’uno con l’altro,  in un altro straordinario gioco di costruzioni.

Nonostante il dolore che ormai  era diffuso ovunque,  i panni sui terrazzi ancora veleggiavano al vento contenti ed ignari della sorte dei loro padroni.  “Sappa donna. Vattene via. Conosco la via. Ti indico io la strada. Da questa posizione privilegiata vedo cose che i tuoi occhi non possono vedere. Scappa, prendi  David e scappa”. Ma lei era una donna gentile. Non molto alta e con la vita piccola piccola. Mi ricordava l’amica vespa. I capelli le scendevano ordinati sulle spalle formando piccole onde decrescenti e fermate nella parte più alta da una molletta lunga e sottile.

Non avrebbe mai avuto il coraggio di scappare. Sembrava quasi che li stesse aspettando  per eseguire ordinatamente ogni  loro ordine di sgombero.  Senza fare alcuna opposizione, nella quiete e nel silenzio, come del resto aveva fatto per tutta la sua vita.

I gradoni alti e possenti del palazzo terminavano sui piani simili a ballatoi  dove  torreggiavano altre porte di legno massiccio. Dietro alle porte i non braccati, quelli che forse credevano nella superiorità della razza,  stavano ad ascoltare ogni minimo rumore.

Un urlo. Spari. Altri spari. Così vicini. Cosi intensi.  Si univano al suono degli stivali. L’inferno. I passi più accelerati. Quelli che scendevano erano gli ebrei in punta di piedi.  Volevano diventare trasparenti. Evanescenti. Perdere ogni forma umana. Quelli che invece salivano erano tedeschi. Volevano impadronirsi di tutto. Ogni passo per affermare il potere.

Eravamo bloccati in casa. Io, una stupida mosca nera,la donna e David: “sbrigati David dobbiamo uscire” “voglio finire il gioco.  Io resto a casa” “ti prego David. Non possiamo” “voglio giocare. Voglio finire il mio gioco.” David non sarebbe mai uscito da quella casa. Non prima di aver concluso il suo viaggio.

Spari. Una raffica lunga qualche secondo proveniva proprio dalla loro scala. Stavano intimando di uscire ai vicini.  La donna capì che non le restava tanto tempo. Doveva costringere David ad abbandonare il suo gioco.

Un soldato urlò dietro la porta. Parlava tedesco. Non attese che la porta si aprisse. Urlò e sfondò la porta.  La donna rimase impietrita mentre l’uomo seguito da altri uomini in divisa invase la casa e si senti fiero di quell’irruzione.

La donna  mostrò subito di essere intenzionata ad uscire. Andò verso David che restò seduto sulla sua mattonella 40×40 a guardare la scena.  Lo prese per un braccio e lo trascinò via come fosse quella valigia che non era riuscita a riempire. David piangeva, gridava, voleva tornare al suo gioco. Ma non era possibile. Il tedesco allora stufo del pianto di quel bambino gli urlo qualcosa di incomprensibile e David si spaventò tanto che non ebbe più il coraggio di piangere o parlare. Era finito il mio tempo.  Dovevo andare via.

Da questa posizione privilegiata  avevo notato un granello di polvere cadere dal soffitto in direzione del cappotto della donna che in quel momento  stava ferma, pietrificata, aspettando il momento di uscire. Il granello stava scendendo  e nessuno  badava a lui. Pensai  che era l’unico  dei protagonisti di questa strana storia  che poteva accompagnarli fino al punto di arrivo.

In fretta scappavo via dalla scena ma  non volevo lasciarli soli. Non potevo farlo. Io stupida mosca ero già stata li quando la guerra era lontana, lontana. Quando David mi guardava ridendo e diceva che ero  proprio una brutta mosca.

Non mi uccisero quella volta anche se ne avevano avuto la possibilità.  Chissà perche? Il granello era sceso su questo palcoscenico.  Chissà da quale mondo e chissà perché era lì!.

Era partito da un certo punto della sala, spostato dai nostri affanni,  trasformati  in piccoli mulinelli ventosi,  ed era scivolato  inconsapevole  proprio sul cappotto della donna.

Lasciai così queste due righe all’amico granello  affinché fosse al corrente dei fatti e dei probabili futuri: “Affido a te l’osservazione privilegiata del micro o macro cosmo umano. Caro granello di polvere argentata. Ti incendi. Ti illumini. Ti annulli.  A seconda della tua posizione. Abbi cura di loro. Portali dove devono andare. Ma falli sognare. Trasformati in una stella cadente quando sarete la prima notte in treno! Proiettati in una scia margine di irrealtà quando varcherai  la porta  all’arrivo il campo. Trasforma il viaggio in un sogno ad occhi aperti. In una grande fiaba impossibile. E quella polvere che si innalzerà da quella torre una volta che sarete arrivati, fa che siano scintille di magia, tutti  figli tuoi che hanno preso vita e moltiplicandosi si  posano tutti sui campi d’intorno per  riproporsi alla vita e rientrare nel ciclo cosmico dell’esistenza.”

“Mi hai sentito minuscolo ed impercettibile pezzo di polvere?

Lei non ti scaccerà dal suo cappotto. Anzi sapendo che sei polvere ti tratterrà nella sua mano perché tu fai parte della sua casa, della sua storia, del tempo passato.

Mi raccomando a David ed ai suoi giochi. Non farlo smettere di sognare. Neppure per un minuto. Anche quando si trasformerà in polvere fai che sia  scintillante”.

LAURA MASIELLI

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