Dall’appartamento all’arredamento

Killeraggio mediatico”. Ci sono un sacco di perifrasi nella politica italiana. Io stesso mi ritrovo talvolta ad esprimermi con parole colme di trattini, parentesi e circonlocuzioni. E’ l’arte del governo. “Giustizia ad orologeria”, “lassismo democratico”, “involuzione reazionaria”, tutte belle frasi, spaventose al minimo, fatte apposta per non esprimere ed al contempo per dichiarare. Il menzionato killeraggio altro non è che “sputtanamento ad onda lunga”. Per destabilizzare un personaggio di rilievo si comincia a diffondere voci, a far parlare la gente portandola a schierarsi. Si cerca di approdare ad un bipolarismo concettuale diffuso, cioè due coscienze distinte che ora come ora si collocano in due grandi schemi: Giustizialismo e Garantismo.

Parole e concetti di per sé puri e scevri da determinazioni rigide, né positivi né negativi. Giustizialismo vuole che si sacrifichi in un certo qual modo la nozione di privacy in vista di un ideale di Giustizia quasi assoluto e totalizzante. Per opposto, il garantismo si può tradurre come un’esasperazione del principio della presunzione d’innocenza dell’imputato. Apparentemente antitetici, questi termini raggiungono un equilibrio in tutte le culture giuridiche, democratiche, mondiali. Non in Italia. Da noi giustizialismo e garantismo sono talvolta insulti, tal altra vanti. Capita che, secondo l’imputato del caso, i prima giustizialisti si trasformino in pasdaràn garantisti, e viceversa. Citare Berlusconi sarebbe ovvio. E’ molto più facile occuparsi dell’inquisito che dell’inquisitore. Come anche è meno faticoso occuparsi dell’inquisitore piuttosto che dell’accusa rivolta.

Il primo caso può essere quello di Bertolaso, con un Denis Verdini che dallo studio di Porta a Porta difende l’amico “Guido non avrebbe mai potuto prendere tangenti, non ha tempo”. Come a dire: E’ uno che lavora, è sempre impegnato, è un dritto. L’accusa decade perché l’imputato “non è il tipo”. Il secondo caso tratta di un’analisi più sofisticata, si sposta l’attenzione dall’oggetto al soggetto della vicenda. Il Caso Boffo. L’ex direttore di Avvenire, quotidiano dei vescovi, accusato di stalking e presunta omosessualità, costretto alle dimissioni in seguito ad una campagna giornalistica di caccia grossa. In questo caso la vittima era un illustre signor nessuno, almeno per il grande pubblico. La rilevanza della vicenda era attribuibile all’inquisitore, il quotidiano Il Giornale, per penna del suo neo direttore Vittorio Feltri. In un logoramento quotidiano della moralità e della vita privata di una persona, l’autorevolezza dell’accusatore portò a convalidare le presunte prove. Nonostante qualche tempo e qualche vita distrutta dopo si scoprì essere tutta una balla.

Il terzo e ultimo caso di “prospettiva” differente nella visione di un caso, è quella che vuole preminente il ruolo della materia in accusa. Si dice: che importa di chi accusa e di chi è accusato? Vediamo se le accuse sono fondate e procediamo di conseguenza.  Probabilmente sarebbe la strada migliore, in un paese straniero. In Italia, quando scoppia un “caso”, comincia un’accozzaglia d’interpretazioni, bande partigiane, repliche e contro accuse. Oltre le solite giustificazioni, si sente dire che l’imputato è innocente e che le accuse sono fondate. Oppure che l’imputato è colpevole ma le accuse non sono fondate perché l’accusatore è a sua volta accusato dall’imputato. Lo chiamano teatrino della politica, ma di teatrale c’è ben poco.

Questa cultura della confusione si è diffusa nell’opinione pubblica. L’unicità e indipendenza del proprio giudizio sono diventate lo scopo dell’azione intellettuale. Ciascuno crea una propria coscienza sociale cercando di differenziarsi e distinguersi da ciascun altro. La deriva di questa impostazione ha portato allo “scollamento” del tessuto collettivo,naturalmente in favore della classe dirigente, che si scopre scevra da vincoli di opposizione sociale. Le ultime manifestazioni di piazza (NoBDay e sit in vari), nascono da ambienti incontrollabili d’individualità come la rete. La contestazione non nasce dal comizio di un capo popolo, ma dal click individuale di ciascun manifestante. Insomma, politici e dirigenti fanno un po’ quello che vogliono, tanto non c’è nessuno che li striglia.

Perché questa divagazione? Forse si spiega con questa estrema libertà della casta, il fatto che oramai, in piena e totale indipendenza, le lotte e le contestazioni se le muovano da soli. Le proteste di piazza sono oramai su temi fissi: Libertà d’informazione, Berlusconi, mafia. Le battaglie viscerali che occupano paginate di giornali, però, sono tutte interne alla classe direttiva.

Fini ne è l’esempio; la casa a Montecarlo il pretesto. Si parla di appropriazione indebita, con una Procura che indaga. Favoritismi a cognati e parenti vari. Reportage sul lavaggio della Ferrari di Giancarlo Tulliani, (fratello di Elisabetta Tulliani in Fini)con tanto di precisazione: La polo é Ralph Lauren. Ionesco ride nella tomba, smozzicando i moncherini per non aver pensato in vita ad una commedia di tale assurdo. L’ultimo scoop del caso, una vera “bomba”, è l’acquisto di una cucina componibile da parte di Gianfranco Fini e signora. Probabilmente i sondaggi non la davano come “la più amata dagli italiani”, fatto sta che alle milizie azzurre, arruolate o mercenarie, pare un ordigno al fosforo bianco in una guerra con arco e frecce. Si chiedono le dimissioni del Terzo più importante cittadino, per una cucina componibile. Passando dal tradimento all’appartamento, si è rapidamente arrivati a parlare di arredamento.

MARCELLO FADDA



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