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Il Decreto Salva Banche e la poca “cultura finanziaria”

di Guido Traficante *

Nelle scorse settimane il Governo ha varato il cosiddetto Decreto Salva Banche con l’obiettivo di salvare 4 banche italiane in dissesto (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e la Cassa di Risparmio di Chieti). Nel dettaglio, il salvataggio degli istituti di credito ha visto la creazione di una “good bank” in cui sono stati conferiti gli attivi tranne i crediti in sofferenza finiti nella “bad bank”. Le “banche buone” assumono la stessa denominazione delle banche originarie e continuano la loro attività bancaria, mentre le “banche cattive” avranno come unico obiettivo quello di recuperare i crediti in sofferenza.

Attualmente l’Unione Europea ha limitato i salvataggi pubblici delle banche solo dopo che il patrimonio netto e le passività subordinate sono stati azzerati. Il Governo aveva perciò pochi strumenti a disposizione per intervenire. Inoltre, dal primo gennaio 2016, la disciplina europea sarà ancora più rigida e lo Stato potrà intervenire in aiuto di una banca solo dopo che una quota delle perdite sarà presa in carico dagli azionisti e dai creditori della banca stessa, inclusi i detentori di obbligazioni ordinarie e i depositanti per un importo di almeno centomila euro. È il cosiddetto bail-in, approvato dal Parlamento europeo.

A mio avviso la vicenda evidenzia due aspetti molto interessanti. Il primo riguarda l’opportunità di un intervento statale a sostegno delle banche, il secondo il livello di educazione finanziaria.

Nel caso in esame, non è chiaro perché il Governo abbia varato un decreto salva banche per tenerle in vita invece di liquidarle. Il tema è molto delicato e ci sono esempi illustri a tal proposito (uno su tutti negli USA all’indomani dello scoppio della grande crisi: il mancato salvataggio di Lehman Brothers contro il salvataggio di altri gruppi, quali AIG e Bear Stearns). La liquidazione di una banca può portare delle conseguenze negative per l’attività produttiva e può generare una crisi di fiducia dei depositanti, con conseguente aumento del rischio sistemico. D’altra parte, perché intervenire a sostegno delle banche e non di altre imprese a rischio di fallimento?

Quanto successo, inoltre, mette in luce una mancanza di “cultura finanziaria”. Uno degli insegnamenti basilari della teoria delle scelte di portafoglio è che se si vuole ottenere un rendimento maggiore si deve essere pronti ad accettare un rischio maggiore. Un altro semplice principio suggeritoci dalla teoria delle scelte di portafoglio è quello della diversificazione, ovvero non investire tutta la ricchezza in un’unica classe di strumenti finanziari. Le obbligazioni subordinate sono un investimento meno rischioso rispetto alle azioni, ma sono pur sempre un investimento rischioso. Il fatto che l’investimento nelle obbligazioni emesse dalle quattro banche sia andato male non deve sorprendere più di tanto: chi ha investito in maniera consapevole in tali attività lo ha fatto nella speranza di avere un rendimento maggiore rispetto a investimenti alternativi più sicuri ma anche meno remunerativi.

In quanto scritto sopra la parola chiave è “consapevole”. Qualora l’informazione rilasciata da chi ha venduto questi strumenti non sia stata completa e accurata, allora ci sarebbero evidenti responsabilità degli operatori finanziari. Ciò dimostra che gli investitori – in particolare i piccoli risparmiatori – devono avvicinarsi in maniera più consapevole a certi strumenti finanziari e valutare in maniera più attenta a chi affidano i propri risparmi, soprattutto in vista dell’entrata in vigore del bail in nel 2016.

Ricercatore di Politica Economica presso l’Università Europea di Roma e Docente di Teoria e Politica Monetaria presso la Luiss Guido Carli


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