Diaz, quello che gli altri non spiegano: l’intervento della Corte europea

Esprimendosi sui fatti avvenuti nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, la Corte europea per i diritti dell’uomo martedì scorso ha bocciato senza appello l’Italia. In una qualsiasi democrazia le conclusioni di un organo così importante, in particolare la definizione di «tortura» per quanto avvenuto, dovrebbero imporre una riflessione di ampio respiro.

In Italia tale necessità emerge in maniera ancor più evidente se, tramite i commenti che continuano ad accompagnare la notizia nelle pagine web delle principali testate online, si considera anche l’indignazione con cui il verdetto continua a corte europeaessere accolto da buona parte della popolazione. Nell’evidenziare la confusione che continua a regnare incontrastata su questa pagina buia della nostra storia recente, il dato palesa la necessità di un passo indietro: rinviando l’analisi della sentenza alla prossima puntata dell’approfondimento (vi chiediamo solo il tempo di completare la traduzione del testo originale, in francese), ci si concentrerà dunque innanzitutto sulle modalità dell’intervento dei giudici europei.

«DI CHE S’IMPICCIA L’EUROPA?».

Molti italiani si sono chiesti soprattutto a che titolo si è espressa la Corte di Strasburgo. Rispetto all’approssimazione di buona parte dei media, sul punto occorre quindi ricordare che i giudici europei possono intervenire solo in seguito alla presentazione e all’accoglimento di un ricorso specifico, che può chiedere di valutare esclusivamente il rispetto da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma nel 1950 (si veda in particolare l’articolo 32). In quest’ottica, la sentenza di questa settimana è tutto, fuorché un’«invasione di campo»: adempiendo i propri doveri, i giudici si sono limitati a mettere il sigillo sul contenzioso tra l’Italia e Arnaldo Cestaro, una delle vittime della «macelleria messicana» avvenuta a Genova, ritenuta dallo stesso incompatibile col «divieto di tortura» sancito dall’articolo 3 del trattato internazionale.

«14 ANNI PER UNA SENTENZA?».

Un altro aspetto del pronunciamento europeo che è risultato poco chiaro è rappresentato dalla tempistica: molti italiani si sono detti indignati dai 14 anni passati tra i fatti della Diaz e il verdetto, addirittura superiori a quelli impiegati dalla giustizia italiana – notoriamente molto lenta – per chiudere la vicenda (la Cassazione depositò le sue motivazioni il 2 ottobre 2012). Evidenziando da un altro punto di vista l’assenza di ingerenze, le norme che regolano l’attività dell’organo europeo chiariscono anche questo aspetto: nel rispetto dell’indipendenza dei singoli Stati, esso può esprimersi solo dopo la conclusione dell’iter processuale nazione (articolo 35 della diaz 2Convenzione). In questa prospettiva, l’unica ammessa dalle norme che regolamentano l’attività della Corte, anche i tempi necessari al raggiungimento di un verdetto non possono sorprendere in alcun modo.

«L’EUROPA ASSOLVE I BLACK BLOC E SANTIFICA GIULIANI!».

Queste due premesse permettono di respingere anche la critica principale mossa contro i giudici, quella che vorrebbe contrapporre la condanna per le modalità che hanno caratterizzato l’irruzione nella Diaz al silenzio degli stessi sulla devastazione di Genova messa in atto dagli anarchici nei giorni precedenti: richiamando quanto appena detto è sufficiente rilevare che, non essendosi mai appellata all’Europa, l’Italia non le ha mai dato modo di esprimersi.

Per fortuna, possiamo aggiungere: un eventuale ricorso infatti sarebbe risultato solamente ridicolo. Al di là delle questioni formali che avrebbero impedito a priori una sua formulazione (l’articolo 33 della Convenzione stabilisce che uno Stato membro del Consiglio d’Europa possa rivolgersi alla Corte solo per denunciarne un altro, non singoli cittadini), l’Italia con esso avrebbe solamente certificato la propria impotenza rispetto alla persecuzione dei reati, impotenza peraltro inesistente: per quanto con risultati sicuramente insoddisfacenti rispetto alla gravità deifatti, l’Italia ha già portato a termine i procedimenti giudiziari contro alcuni dei responsabili degli scontri che hanno preceduto la mattanza della Diaz. Nessuna assoluzione da parte dell’Europa dunque, né tantomeno nessuna beatificazione di Carlo Giuliani, ucciso durante la guerriglia di piazza Alimonda e citato solo una volta dalla sentenza, peraltro nella ricostruzione dei fatti che hanno anticipato l’irruzione nella scuola.

«LO SAPEVANO TUTTI, TRANNE NOI».

Nel palesare la totale impreparazione di buona parte dell’opinione pubblica italiana, la necessità di queste precisazioni preliminari segna nel contempo il fallimento dei media. Basandosi sui presupposti fin qui richiamati, infatti, il pronunciamento della Corte non ha fatto altro che ribadire quanto, almeno in teoria, doveva già essere noto agli italiani: proprio per rispettare l’autonomia dei singoli Stati, nella loro ricostruzione i giudici hanno potuto utilizzare esclusivamente le sentenze dei tre gradi del processo italiano. A 1355832-g8_diazlivello teorico, in definitiva, avremmo dovuto avere a che fare con la classica «scoperta dell’acqua calda». Per qualcuno, fortunatamente, come testimoniato da diversi commenti, è stato così; per molti altri però ha prevalso, in negativo, la novità.

In questo senso, la diffidenza di così tanti italiani rispetto al verdetto rappresenta dunque solo la conseguenza dell’ignoranza, oltre che dei meccanismi che disciplinano i ricorsi europei, dei fatti stessi: nonostante i pronunciamenti definitivi della nostra magistratura, evidentemente, il messaggio – l’incredibile violenza perpetrata dalla polizia durante l’irruzione alla Diaz – non è passato. Come avremo modo di vedere considerando da vicino la gravità dei contenuti della sentenza, il dato non può non preoccupare. Pensando ad esempio alla trattativa tra Stato e mafia, si dirà che il caso non è in alcun modo isolato: è vero, ma non si tratta di un’attenuante, bensì di un’aggravante.

 

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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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