Dieselgate: cronaca di un disastro inedito o annunciato?

Nel 2012, appena 3 anni fa, il Best Global Green Brands, la classifica globale sulla sostenibilità dei marchi internazionali, redatta dalla società di consulenza Interbrand, posizionava il gruppo Volkswagen al 4° posto grazie alla credibilità delle “misure verdi adottate”.

Un marchio tedesco, d’altronde, è simbolo di qualità, come sostiene Claudia Schiffer nella pubblicità della Opel.

Fonte: intermarketandmore.finanza.com

Fonte: intermarketandmore.finanza.com

Oggi, però, quel risultato sembra una barzelletta. Ma è un’ironia del destino davvero di cattivo gusto.

“Le misure verdi” erano un meccanismo di elusione dei controlli: in apparenza le auto dell’azienda di Wolfsburg erano ecologiche, nella sostanza erano e sono terribilmente inquinanti.

Anche se recente l’hanno già ribattezzato Dieselgate, in assonanza con il Watergate, lo scandalo di corruzione politica nell’America dei primi anni 70′, perché riguarda le auto a“diesel”, miscela che dovrebbe essere più sostenibile della classica benzina. E il paragone, anche se forzato, rende bene l’idea dei contorni drammatici della vicenda. Un caos che sta letteralmente piegando il marchio, costringendolo a subire perdite miliardarie in borsa e danneggiando l’immagine di integrità e rigore della Germania targata Merkel.

L’INDAGINE E IL SOFTWARE.

Tutto è cominciato 9 giorni fa, il 18 settembre, quando l’EPA, Environmental Protection Agency, agenzia federale degli Stati Uniti che ha il compito di proteggere l’ambiente e la salute umana (grazie alla collaborazione della CARB, California Air Resources Board), ha rivelato l’esistenza di un software istallato su alcune auto Volkswagen in grado di aggirare le normative ambientali americane sull’emissione di NOx (ossidi di azoto).

Il programma in questione è capace di rilevare quando la macchina è sottoposta ai test sulle emissioni inquinanti, così da trattenere le prestazioni e controllare i gas di scarico solo in quell’arco di tempo. Non appena arrivano in strada, però, le Volkswagen a diesel inquinano fino a 40 volte di più rispetto alle analisi in laboratorio.

L’EPA se ne è resa conto paragonando i test in laboratorio con le prestazioni reali. A quel punto è bastato fare due più due. Si è poi scoperto in questi giorni che ad aprile, perché a conoscenza delle indagini 12041669_10206324811351002_381498877_ndella CARB, il “Volkswagen of America Inc.” aveva inviato una lettera ad un serie di clienti proprietari di auto diesel parlando di una necessaria “azione di richiamo per problemi di emissioni”. Quest’ultimi si sarebbero dovuti recare dal proprio rivenditore dove sarebbe stato istallato un nuovo software per assicurare l’ottimizzazione delle emissioni. Un misero tentativo di aggirare la gabbia di ferro di CARB E EPA.

Lo scandalo ha così coinvolto inizialmente 482.000 auto diesel a quattro cilindri (Volkswagen Jetta, Beetle, Golf, Passat e Audi A3 prodotte tra il 2009 e il 2015), che il marchio tedesco è stato subito costretto a richiamare in azienda, ritirando i modelli incriminati dal mercato.

La spiegazione della portata della malefatta tedesca è stata fornita da una funzionaria dell’Epa, Cynthia Giles: “Usare un impianto di manipolazione nelle macchine per eludere gli standard ambientali – ha dichiarato – è una seria minaccia alla salute pubblica”. Semplici parole che rendono chiaro il problema. La bomba era lanciata.

CAMBI SOCIETARI E RISARCIMENTI.

L’oramai ex amministratore delegato della Volkswagen, Martin Winterkorn, aveva subito ammesso l’esistenza del problema, dichiarandosi, però, estraneo ai fatti.

“Mi scuso personalmente in tutti i modi, per aver perso la fiducia dei nostri clienti e del pubblico – aveva affermato circa 7 giorni fa – quanto accaduto ha per tutti noi del direttivo e per me personalmente la massima priorità”

12032384_10206324805750862_317255837_nEra poi stato annunciato l’avvio di un inchiesta interna per chiarire chi fosse quel “gruppo di malfattori” che avesse realizzato “autonomamente” la truffa ed era stata garantita la massima collaborazione con le autorità americane che avevano accusato il marchio.

I titoli in borsa, però, sono subito crollati del 18,6% (ma toccando anche il picco del -22%), bruciando nelle sedute del 21 e 22 settembre ben 25 miliardi di euro di capitalizzazione.

L’America, dal canto suo, ha messo sotto inchiesta il marchio senza pensarci due volte. La possibile sanzione futura per i danni ambientali e sanitari procurati, potrebbe essere di circa 37.500 dollari per veicolo: in pratica 18 miliardi di dollari. Sono poi state avviate 25 class action, cause richiedenti il risarcimento, da parte di molti clienti americani infuriati.

Sommerso dagli effetti disastrosi dello scandalo, Martin Winterkorn si è dimesso (con una liquidazione di 33 milioni di euro e una pensione di 28 milioni annui), lasciando il posto all’ex numero uno di Porsche (brand che fa parte di Volkswagen), Matthias Mueller, il cui arrivo ha significato anche un cospicuo cambio di poltrone al vertice dell’azienda di Wofsburg.

“Riconquisteremo la fiducia” ha dichiarato 2 giorni fa il nuovo ad, aggiungendo poi: “E’ una sfida senza precedenti, ma che possiamo superare e supereremo. Volkswagen sarà all’altezza delle proprie responsabilità“.

Matthias Müller, nuovo ad di Volkswagen. Fonte: press.porsche.com

Matthias Müller, nuovo ad di Volkswagen. Fonte: press.porsche.com

LO SCANDALO IN EUROPA E NEL MONDO.

Nel frattempo il governo tedesco, ferito nell’orgoglio dalla truffa, si era mosso per scoprire se ci fossero modelli truccati in Germania ed Europa. La Commissione europea, inoltre, pur sostenendo che ad essere responsabili dei controlli sulle emissioni dei motori automobilistici sono le autorità nazionali, aveva chiesto controlli più stringenti e rigorosi.

Da noi si erano attivati il ministro dei trasporti Delrio, dello sviluppo economico (Federica Guidi) e dell’ambiente (Galletti) entrando subito in contatto con i colleghi tedeschi. Il ministro francese dell’Ecologia,  Ségolène Royal, aveva invece annunciato: “Bisogna difendere gli interessi delle vittime  che sono i dipendenti, i consumatori e anche lo Stato che versa incentivi per l’acquisto di veicoli meno inquinanti. Sono stati rubati fondi pubblici e saremo estremamente severi”.

Quattro giorni fa, però, la bomba è definitivamente esplosa. “Siamo stati informati che anche in Europa i veicoli con motori diesel 1.6 e 2.0 sono stati manipolati“. Le parole del ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt sono pesate come un macigno. Le borse europee sono crollate quasi istantaneamente.

In Italia la procura di Torino, guidata dal pm Raffaele Guariniello, in collaborazione con i carabinieri del Nas (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità), ha aperto un fascicolo contro ignoti (nel dubbio che anche altre case automobilistiche possano aver truccato i test) per frode e disastro ambientale. Il ministro Delrio ha invece annunciato controlli a campione su 1000 auto di più marchi (il costo è di 8.000 euro a controllo, per 8 milioni di spesa totale).

Il ministro dei trasporti tedesco

Il ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt

Le nuove previsioni hanno stimato 2,8 milioni di auto manipolate in Germania e 1 milione in Italia, su un totale di 11 milioni di auto a diesel, vendute in tutto il mondo, potenzialmente coinvolte nella bufera.

Secondo l’agenzia di stampa DPA, questo sarebbe l’elenco dei modelli truccati (trovando conferme nel gruppo Volkswagen):

  • Volkswagen: Golf, Beetle, Tiguan, Passat e Jetta.
  • Audi: A1, A3, A4 e A6.
  • Skoda: Fabia, Roomster, Octavia e Superb.
  • Veicoli commerciali: Caravelle e Multivan, Caddy, Kombi, il pick up Amarok e il van Crafter.

I veicoli incriminati sono fino all’Euro 5. Le auto Euro 6, invece, sono state verificate essere in linea con le norme ambientali.

IL FUTURO DI VOLKSWAGEN E LE RIPERCUSSIONI DELLA TRUFFA.

Volkswagen ha ribadito che i vertici non erano a conoscenza della frode, tuttavia, l’agenzia di stampa Bloomberg ha citato alcune fonti secondo cui i risultati dei test antismog erano supervisionati dalle alte sfere nella sede centrale di Wolfsburg.

L’Unione Europea, intanto, ha già preso precauzioni. Da gennaio 2016, infatti, i test sulle emissioni dannose nel nostro continente saranno condotti su strada e non più in laboratorio, sperando di evitare così nuove manomissioni.

Ora il marchio tedesco ha dichiarato che richiamerà tutti i modelli manipolati e li sistemerà senza che il cliente metta mano al portafoglio. Sugli 11 milioni di veicoli possibilmente coinvolti, 5 sono stati confermati proprio dall’azienda di Mueller. Resta da capire, però, che tipo di intervento sarà messo in campo. Per la sostituzione del software il costo sarebbe esiguo, con un cambio di centralina si arriverebbe a 100 euro per automobile, mentre se servisse una rettifica del dieselgate-ecco-cosa-deve-fare-chi-ha-una-volkswagen-sospetta_01abf3c0-6507-11e5-9dbf-dbce35075818_998_397_big_story_detail (1)pacchetto combustione-scarico non si potrebbe spendere meno di 5000 euro per ciascuna. La cifra totale va dai 500.000 milioni ai 25 miliardi di euro.

A questi bisogna aggiungere la probabile multa americana. Ma non solo: con l’allargamento della frode a tutto il pianeta le class action si moltiplicheranno (la Germania le vuole introdurre e sostenere dal 2016), chiedendo un risarcimento che potrebbe essere di decine di miliardi di dollari.

Insomma: il marchio è in crisi nera e dovrà faticare per evitare la propria distruzione.

Nel frattempo la Suzuki, che aveva comprato delle azioni della Volkswagen per avviare una collaborazione su auto ibride ed elettriche, le ha vendute a Porsche. La Svizzera e il Belgio, inoltre, hanno bloccato la vendita dei veicoli coinvolti nei test (circa 180mila veicoli), mentre è notizia di oggi la lettera ai concessionari italiani che invita il blocco della vendita di migliaia di modelli Euro 5 provenienti da Wolfsburg.

Le ripercussioni per gli altri marchi automobilistici sono ancora un’incognita. I concorrenti potrebbero avvantaggiarsi di un calo delle vendite di Volkswagen, ma per ora prevale negli investitori la paura che anch’essi possano aver usufruito di tecniche di manipolazione. Sicuramente a rimetterci sarà l’industria manifatturiera tedesca, la cui componente auto contribuisce al 3% del Pil del Paese. Ma ci potrebbe essere un effetto boomerang (già constatato in Borsa), anche sull’economia e l’industria italiana, perché come ha dichiarato il nostro ministro Padoan,il problema non è solo tedesco, ma europeo e se la fiducia viene intaccata, sono a rischio gli investimenti”.

LA POSSIBILE PREVISIONE.

A questo punto la domanda sorge spontanea: era possibile prevedere la truffa?

Il Financial Times ha fatto notare che una relazione del Joint Research Centre, il centro di ricerca della Commissione Europea, nel 2013 denunciava già l’esistenza di “dispositivi di manipolazione che possono attivare, modulare, ritardare o disattivare i sistemi di controllo delle emissioni”. I ricercatori, quindi, auspicavano un rapida introduzione dei test su strada (che arriveranno, quindi, con ben 3 anni di ritardo).

Nel 2011, inoltre, GreenPeace denunciava lo scarso impegno per la riduzione dell’inquinamento da parte di Volkswagen in una pubblicità con i personaggi di Star Wars (parodia di un precedente spot della casa automobilistica tedesca).

Se proprio non era prevedibile la vicenda, poteva essere almeno considerata da parte delle autorità competenti la possibilità di frode futura o passata legata in generale al settore-auto.

Secondo Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club, poi i trucchi legali delle case automobilistiche sui dati delle emissioni sono noti da tempo e molte Ong qui in Europa (prima fra tutte Transport&Enviroment) le denunciano da anni”.

Con trucchi “legali” intende abitudini come “sigillare con nastro tutte le fessure, usare lubrificanti speciali, pneumatici più gonfi del normale, non usare l’aria condizionata, staccare l’alternatore, modificare i freni in modo che facciano meno resistenza”.

Ferrante chiede poi di “affidare i controlli a enti davvero terzi anche in Europa (sul modello Usa)  e non a organismi che seppur certificati sono pagati direttamente dai costruttori“.

Insomma l’Europa doveva e deve fare di più. E la responsabilità è anche di chi non ha controllato.

Ma come giustamente sottolinea Paolo Boggi, imprenditore del tessile, dalle colonne del Fatto Quotidiano, ciò che più rimane di questa assurda vicenda è la sensazione dell’ “incredibile banalità del male: la sproporzione inspiegabile tra la potenza e il prestigio del truffatore e la piccolezza dell’imbroglio“.

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About

Nato a Roma nel 1995, dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi Roma 3. Articolista di cronaca e politica per il litorale romano, si interessa particolarmente di Ostia e Anzio. Gestisce un blog: https://ilblogdelleidee.wordpress.com/. INTERNI ED ESTERI


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