Dollaro e petrolio

In un futuro non troppo lontano sembra delinearsi una guerra economica tra gli Stati Uniti e la Cina. Alla base di questa ipotesi c’è – come accade ormai in tutto il mondo da più di quarant’anni – il petrolio.

La disputa tra i due colossi economici e politici nasce dagli incontri sempre più frequenti che stanno tenendo gli Stati arabi [tra cui Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar] con la Russia, la Francia, il Giappone e – appunto – la Cina. L’obiettivo di questi incontri sembra essere l’avvio di trattative segrete per mettere in atto la più radicale trasformazione economico-finanziaria della storia del Medio Oriente: abbandonare il dollaro americano per le transazioni petrolifere. Al posto della valuta americana si starebbe pensando di adottare un paniere che comprende l’euro, lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’oro [il cui valore ha registrato negli ultimi mesi un netto rincaro] e una moneta unica non ancora realizzata, ma pensata dai paesi che aderiscono al Consiglio per la cooperazione del Golfo.

Il pericolo di trasformare i conflitti della regione in una lotta di supremazia tra grandi potenze è più che mai plausibile in uno scenario che vede da una parte gli Stati Uniti che si sentono traditi da leali alleati come il Giappone e i paesi del Golfo e dall’altra la Cina che è il maggior consumatore di petrolio del pianeta. Ad un aumento esponenziale della domanda cinese di oro nero si aggiungono una netta diversità a livello di efficienza energetica tra le due potenze e una crescita economica che l’attuale crisi globale ha bruscamente interrotto ad occidente e solo rallentato ad oriente.

Secondo fonti bancarie cinesi le transazioni petrolifere potrebbero essere effettute in via transitoria in oro, per poi passare al paniere di cui sopra. Per avere un’idea della quantità di denaro di cui si parla è sufficiente pensare che i quattro paesi del Golfo citati prima possiedono riserve in dollari per un valore di 2.100 miliardi. Il declino della potenza economica americana è stato riconosciuto dal presidente della Banca Mondiale la scorsa settimana, quando ha affermato che una delle conseguenze dell’attuale crisi è il cambio dei rapporti di forza economici a livello internazionale.

A stimolare i recenti incontri c’è sicuramente lo straordinario potere finanziario acquisito dalla Cina che – non va dimenticato – ha un gigantesco interscambio commerciale con i paesi mediorientali [basti pensare che il 60% del petrolio che consuma viene importato quasi totalmente da quell’aerea e in parte dalla Russia]. La Cina ha inoltre importanti concessioni petrolifere in Iraq che gli USA hanno sbloccato solo quest’anno, un accordo per lo sviluppo delle capacità di raffinazione del gas stipulato con l’Iran sulla base di 8 miliardi di dollari e numerosi contratti petroliferi in Sudan e Libia.

E’ importante inoltre ricordare la rabbia crescente tra paesi produttori e consumatori di petrolio nei confronti degli Stati Uniti e del loro potere di interferenza nelle questioni interne sia a livello economico che politico.

Se da una parte l’abbandono del dollaro americano come sistema di pagamento ridimensionerebbe notevolmente la posizione di controllo di Washington nelle aree più calde del pianeta, dall’altra aumenterebbe attriti e tensioni con le nuove potenze mondiali [Cina, Brasile e India] mettendo a dura prova il tentativo della nuova amministrazione americana di instaurare una politica di distensione e cooperazione tra gli Stati, che è stata riconosciuta a Barack Obama due giorni fa con l’assegnazione del Nobel per la Pace.

Un ultimo aspetto che vale la pena considerare è la situazione attuale della valuta americana che preoccupa tanto gli USA quanto i paesi che detengono gran parte della loro richezza nazionale in dollari. Recentemente l’Iran ha annunciato che le sue riserve in valuta estera saranno in futuro convertite in euro, e tutti ricordano cosa accadde nel 2003 quanfo Saddam Hussein annunciò la medesima decisione in merito alla vendita del petrolio iracheno.



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Torinese, laureato in Studi Internazionali alla Facolta’ di Scienze Politiche. Residente a Londra.


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