Don Cesare Boschin, un eroe dimenticato

Borgo Montello è una piccola frazione di tremila abitanti, quasi tutti discendenti dai pioneri arrivati dal Veneto negli anni della bonifica fascista, e che ancora vivono coltivando la fertile campagna strappata alle paludi. Ma dietro l’immagine bucolica, si nasconde una storia maledetta. Ai tempi dello Stato della Chiesa qui si nascondevano i criminali in fuga dalla polizia pontificia. Qui si consumò l’omicidio di Santa Maria Goretti, dopo che si ribellò ad un tentativo di stupro. Terra maledetta perché quando la palude fu sconfitta, furono scelti proprio i dintorni del Borgo per installarvi una delle discariche più grandi d’Italia.

Le terre che ospitano discariche sono sempre maledette. Oltre alle conseguenze ecologiche e sanitarie, intorno al ciclo dei rifiuti girano milioni di euro e i milioni di euro attirano la criminalità organizzata. A Borgo Montello la camorra casalese sarebbe arrivata –così dicono alcuni pentiti– nei primi anni ’90. Sempre secondo i pentiti è in quel periodo che in quella discarica iniziano a finire anche rifiuti tossici e chimici. Roba pericolosa. Parlano di disoccupati locali reclutati a 500.000 lire a volta per andare a scaricare di nascosto. Uno di loro, licenziato, si vendica denunciando i traffici.

Borgo Montello vive d’agricoltura e quelle notizie spargono il panico fra la gente. Temono che sulla loro pelle si stia giocando una partita sporca. Ma le persone da sole hanno paura e si limitano a maledire i grossi tir che sentono la sera, diretti alla discarica.

È l’anziano parroco di Borgo Montello, don Cesare Boschin, a dare fiato alle preoccupazioni della sua gente. Don Cesare ha ottant’anni e origini venete come i suoi parrocchiani. E dal 1950 che serve questa comunità, ne conosce tutti i segreti, i silenzi, i ricordi, le paure. Sente che il suo dovere di pastore lo chiama ad agire. Capisce che non è diventato prete per nascondersi e far finta di nulla.

Mette in piedi un comitato per la legalità e inizia a protestare, a far rumore. Convicono l’allora sindaco di Latina, Ajmone Finestra, a chiedere un’indagine su ciò che si nasconda nella discarica. È l’inchiesta accertò la presenza di “un’anomala massa metallica”. La notizia fa scalpore e inizia ad occuparsene anche la questura.

Ma tutto questo a qualcuno non piace. Sui muri di Borgo Montello compiaiono scritte minacciose, l’anziano parroco riceve intimidazioni. Ma don Cesare non si fa fermare, decide solo di muoversi con maggiore cautela. Prende il telefono e chiama un potente politico romano. Gli chiede la fine dei traffici dei rifiuti tossici.

La mattina del 30 marzo 1995, la signora Franca Rosato entra nella canonica e si trova davanti una scena agghiacciante: sul letto, incaprettato c’è il cadavere di don Cesare. Una corda gli lega mani, piedi e collo. Il volto scavato e il corpo magro sono ricoperti di lividi. La mascella è fratturata. Le percosse subite gli hanno fatto ingoiare la dentiera. “Morte per soffocamento” stabilirà l’autospia.

Quel terribile omicidio fa scendere in fretta e in furia il silenzio sulla discarica. Le indagini neanche provano a cercare in quella direzione. Si pensa ad un tentativo di furto andato a male e si scava ai margini della società: fra i Rom, gli extracomunitari, i tossicodipendenti. Ma nella canonica non è stato toccato niente: il portafoglio del sacerdote con le 700.000 lire della pensione è rimasto intatto. I presunti ladri non hanno toccato neppure i cinque milioni nascosti fra i libri raccolti per alcuni lavori in chiesa. Gli unici oggetti scomparsi sono le due agende del parroco, agende in cui don Cesare annotava qualunque cosa. Due agende come quelle di Paolo Borsellino, anche quelle mai più ritrovate.

Qualcosa non quadra. La polizia allora inizia a dare credito ad alcune voci che girano nel Borgo dalla morte di don Cesare. Anche buona parte della stampa, dopo aver descritto l’anziano prete come un vecchio rimbambito, riporta quelle chiacchere: pare infatti che quel sacerdote conducesse una doppia vita, che il suo nome fosse abbastanza noto fra gli ambienti gay della zona, che pagasse qualche ragazzo per una notte insieme. Si arriva a dire che avesse mostrato bizzarre attenzioni verso i cherichetti.

Si fa strada una nuova teoria: la notte dell’omicidio don Cesare avrebbe ospitato in casa giovani sbandati in cambio di un rapporto sessuale ma poi la situazione sarebbe degenerata. Arrivano anche le televisioni nazionali a scavare nel fango e nel torbido. A nessuno viene il dubbio che é difficile che un uomo di 81 anni, anziano e per di più con una cronica malattia ai polmoni che gli rendeva difficile anche dormire, possa avere una vita sessuale così intensa. Nessuno sembra ascoltare le smentite sdegnate (“Sono solo calunnie”) di tutti i collaboratori della parrocchia, compresi quelli più giovani. Ma anche le indagini volgono con decisione in questa direzione: la polizia arriva ad interrogare più di trecento persone senza trovare la minima prova.

Alla fine si opta per l’archiviazione del caso. Come accaduto sulla discarica, anche sulla storia di don Cesare cala il silenzio. Il silenzio inghiottisce tutto e fa sparire ogni cosa, come un buco nero. La straordinaria operazione di pulizia della memoria collettiva riesce con successo: nella nostra provincia la gente ricorda ogni minimo dettaglio dell’omicidio dei fidanzatini di Cori ma cade dalle nuvole quando sente parlare di questa storia. Il ricordo di don Boschin rimane per anni confinato nella rassegnazione della piccola comunità di Borgo Montello dove gli dedicano l’oratorio. Tuttavia grazie alla solitaria battaglia di alcune persone, la vicenda lentamente esce dal dimenticatoio. Nuove indagini commissionate a partie dal 2003 hanno dimostrato l’esistenza di fusti tossici sotto la discarica.

I casi di Fondi, Sabaudia, Ponza, Nettuno certificano che non si può più fingere che la criminalità organizzata non abbia messo le radici nel nostro territorio. Il grido di chi chiede giustizia per questo prete-profeta è arrivato fino alle orecchie sensibili dell’associazione Libera e del suo fondatore, don Luigi Ciotti, che il 29 luglio del 2009 si è appellato direttamente al Presidente della Repubblica. 

Secondo Libera la sua morte è tipico esempio di omicidio camorristico: le minacce, l’incaprettamento, le calunnie post mortem. Ma la lotta per uscire dal buco nero è ancora molto dura e difficile: ancora nel 2009 un quotidiano locale ricordava quest’omicidio senza il minimo accenno alla camorra. Fra tutte le associazioni locali, solo l’Azione Cattolica diocesana e l’Agesci si sono unite alla battaglia di Libera. Ma buona parte della società civile e della politica ancora tace.

Ancora più assordante è il silenzio dei vertici della Curia pontina, come se anche alla Chiesa vada bene che un suo sacerdote sia ricordato come un presunto pedofilo piuttosto che come un martire della giustizia. Ma rompere questo silenzio è fondamentale: capire chi ha ucciso don Cesare Boschin potrebbe far scardinare il sistema di potere che domina l’Agro pontino. Ma sopratutto abbiamo il dovere di ricordarlo e far conoscere la sua figura perché a ottant’anni poteva tranquillamente girarsi dall’altra parte e fingere di non sapere, non vedere e non capire. A morire per i veleni della discarica sarebbero stati altri, non lui che alla vita aveva poco da chiedere ancora. E invece ha scelto di mettersi in gioco, fino al sacrificio più estremo.

FABIO BRINCHI GIUSTI



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  1. 22 febbraio 2016 @ 4:46 pm Territorio è Legalità: incontro con LIBERA Colleferro | Arringo

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