Doppio turno in salsa Renzi

Innanzitutto una nota di merito sugli attacchi rivolti a Renzi per il suo atteggiamento deciso e fermo tenuto durante la presentazione del pacchetto ‘legge elettorale + riforma Senato + modifica titolo V’. Un atteggiamento che nasce da quel 67.55% di preferenze ottenuto alle primarie di dicembre – o come mi ha fatto giustamente notare qualcuno in altra sede, il 46.7% tra gli iscritti al partito.

matteo-renzi (1)Sono numeri che legittimano Renzi come segretario e anzi lo obbligano a fare le cose per cui è stato votato. Ma ancora di più lo legittimano quei 111 voti a favore e gli zero contrari al termine della direzione di ieri sera (vera ragione per cui Cuperlo si è dimesso mentre scrivo queste righe). Una legittimità così ampia credo non l’abbia mai avuta nessuno da quando è nato il Pd e dunque non ci vedo nulla di così inconcepibile nel suo modo di affrontare la discussione; penso invece rientri nel concetto di democrazia, dove chi ha più voti prende le decisioni.

Poi certo l’atteggiamento un po’ a muso duro di Renzi non deve far passare in secondo piano la centralità della discussione e del confronto all’interno di un partito, ma su questo il Pd può vantare rispetto agli altri due grandi (FI e M5S) di essere l’unico nel quale un dibattito vero esiste e talvolta porta anche i suoi frutti. Credo però sia importante ricordare che sulla materia specifica della legge elettorale il Pd ha discusso e si è confrontato al suo interno per 7 lunghi anni senza riuscire a creare una sintesi e dire «il Porcellum non va bene, va cambiato, questa è la nostra proposta: ».

Non l’ha fatto Veltroni, non l’ha fatto Franceschini, non l’ha fatto Bersani.

Renzi è il primo segretario che si è rimboccato le maniche, ha capito che il tempo di “seminari e convegni” è finito e ha avanzato – forte proprio della maggioranza all’interno del partito – una proposta con cui ha dato la possibilità al Pd di tornare protagonista e dettare i tempi dell’agenda politica. Comportamento impeccabile di fronte alla più grande ondata di anti-politica mai vista in Italia e a 20 anni di giochini sottobanco tra le parti (le stesse che ora lo criticano, tra l’altro).PD: PRIMARIE, SCONTRO RENZI-BERSANI; SEGRETARIO, ALTRI PROBLEMI

Su questo punto è anche importante non sottovalutare il fatto che in 40 giorni Renzi abbia trovato un accordo (ancora da limare e votare in Parlamento, certo) tra tutte le parti politiche che hanno voluto prendervi parte.
40 giorni.
Il Porcellum che nessuno ha mai pensato di modificare è rimasto in vigore dal 2005 al 2013.

Passando invece al merito delle proposte il problema principale è, e rimane, a mio avviso quello della rappresentanza.  Una rappresentanza non adeguata è purtroppo il frutto di questo accordo. La proposta iniziale prevedeva infatti le preferenze, ma – per ovvi motivi – Berlusconi non era disponibile ad accettarla. Essendo la politica fatta di mediazioni e compromessi, Renzi ha proposto la riduzione dei collegi (120 in tutto) e l’introduzione delle liste corte (con vincolo assoluto di rappresentanza di genere, ovvero stesso numero di donne e uomini nelle liste) in cambio del sì di Forza Italia. Un compromesso, appunto.

Sulla scelta del proprio rappresentante la soluzione per il Pd e qualche altro partito sarà quella di fare le primarie nei vari collegi. Un metodo democratico che riduce i costi delle campagne elettorali, evita il vecchio discorso del clientelismo e produce – attraverso il voto degli iscritti – le liste corte che finiranno poi alle elezioni. (Sul punto specifico delle preferenze all’italiana consiglio di leggere Iacoboni sulla Stampa di oggi).

cameraL’elemento di criticità più grande su questo punto è ovviamente il fatto che gli altri partiti non prevedano le primarie e che dunque le loro liste saranno presumibilmente composte ancora una volta da “nominati”; questo però è un problema che riguarda gli elettori di quei partiti, che rischiano di non sentirsi rappresentati, non tanto Renzi o il Pd in sé.

Per quanto riguarda il sistema proposto, ritengo che il maggioritario con secondo turno garantirebbe finalmente una governabilità senza costringere i partiti a legarsi tra loro con alleanze pericolose per la tenuta e spesso controproducenti in termini di risultati. Chi vince al primo turno – ovvero chi supera il 35% dei voti – ha il premio di maggioranza (53-55) e può governare da subito. Se nessuno ci arriva si va al ballottaggio e chi arriva primo ha sufficienti seggi in Parlamento per governare dall’inizio alla fine della legislatura. Piuttosto lineare come ragionamento.

Alle critiche sulla dimensione del premio la risposta è molto semplice: nel dichiarare incostituzionale il Porcellum la Consulta ha specificato che quello presente nella vecchia legge elettorale era spropositato, la riduzione al 18% (massimo) risolve il problema.

Così come viene risolto il problema di avere due premi differenti per ciascun ramo del Parlamento. Parte del ‘pacchetto’ preparato da Renzi include infatti anche la riforma del Senato che cessa di essere camera elettiva (roba non da poco in termini di riduzione dei costi, tra l’altro). Nel documento allegato presentato in Assemblea ieri sera è spiegato che per ovviare al rischio dei due premi verrà creata una legge di garanzia sul Senato che risolve quindi la questione.

E’ indubbio che il sistema annunciato ieri da Renzi presenti una sfida per nulla semplice per i piccoli partiti; quella soglia all’8% è obiettivamente irraggiungibile per soggetti come Sel o la Lega. E’ anche vero che esiste sempre la possibilità di creare delle coalizioni – più facile nel primo esempio, meno nel secondo – e di abbassare notevolmente il limite di sbarramento per entrare in Parlamento.

Ma soprattutto credo che ci sia del buono in questa nuova prospettiva per almeno due ragioni che derivano entrambe dall’esperienza personale: La prima è l’aver quasi sempre votato (quanto l’ho fatto) per partiti medio-piccoli rivelatisi poi quasi sempre ininfluenti al momento delle scelte vere tra i banchi del Parlamento; in parte per mere questioni numeriche, in parte per quel pensiero di voler stare «all’opposizione anche per sempre», frase celebre di un fu segretario.primarie-pd-renzi-cuperlo-civati_980x571

La seconda nasce dal fatto di aver vissuto gli ultimi quattro anni in un Paese dove il sistema politico ruota sostanzialmente attorno a tre grandi partiti: Labour, Conservative, Liberal. Salvo la rara eccezione di un hung parliament, questo sistema è in grado di garantire una solida stabilità di governo per l’intera durata del mandato elettorale, che potrà sembrare una cosa di poco conto ma la possibilità di guidare il Paese per 5 anni consecutivi senza  lo spauracchio di cadere un giorno sì e l’altro pure è un lusso che in Italia in pochi si sono potuti permettere negli ultimi decenni.

Aggiungo che anche se suonerà un po’ cinico e pragmatico non temo di dire che la creazione di una condizione simile gioverebbe all’Italia e agli italiani, che poi è l’unica cosa che mi interessa davvero.

Infine, per chi insiste nel dire che Renzi ha resuscitato il Caimano, non facciamo finta di ignorare che Berlusconi e Alfano avrebbero corso assieme in ogni caso, questo era ovvio dal primo momento in cui è cominciata la farsa del parricidio. La tattica di stare contemporaneamente al governo e all’opposizione funziona bene in termini elettorali; da una parte tieni le redini del gioco, dall’altra te ne lavi le mani quando qualcosa non rientra nel tuo programma. Da questo punto di vista Berlusconi è un genio e gli va riconosciuto. Questa proposta di legge elettorale dunque non rimette in gioco nessuno, perché nessuno se ne era mai andato.


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Torinese, laureato in Studi Internazionali alla Facolta’ di Scienze Politiche. Residente a Londra.


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