Hopper

Edward Hopper: il maestro del realismo americano arriva al Complesso del Vittoriano

Si è aperta il primo ottobre e rimarrà al Complesso del Vittoriano di Roma, Ala Brasini, fino al 12 febbraio 2017, la mostra su Edward Hopper, allestita in un percorso articolato in sezioni che toccano tutta la sua produzione e le sue tecniche, con sessanta opere realizzate fra il 1902 e il 1960, provenienti dal Whitney of American Art di New York.hopper-mostra

La pittura di Hopper sono brevi attimi isolati di descrizione, di sensibilità quasi scenografica. I suoi caffè anonimi, le stazioni di servizio, le ferrovie deserte, le case isolate immerse in paesaggi dove a riecheggiare è solo il silenzio, trasmettono inquietudine, sofferenza, solitudine, una realtà in cui tutto improvvisamente può essere sconvolto.

Per Hopper il silenzio dell’arte è la massima espressione della sua interiorità. Immergendosi nella sua opera, la sensazione è quella di ritrovarsi in una dimensione altra, con una composizione apparentemente semplice ma evocativa di atmosfere surreali. Nella realizzazione dei suoi soggetti, Hopper procedeva per gradi, dal generale al particolare, partendo dalla composizione, dall’ambientazione e procedendo con lo studio dei dettagli, il tutto accompagnato dall’abitudine di osservare dapprima la realtà per poi trasferire le proprie suggestioni su piccoli taccuini, attraverso il disegno. I suoi bozzetti sono stati, nel corso di tutta la sua attività artistica, una sorta di diario di bordo: i disegni, fatti di effetti di luce, ombreggiature, sfumature, venivano accompagnati poi da annotazioni dello stesso pittore e di sua moglie.

Segno inconfondibile di Hopper diviene sicuramente la luce: la tavolozza è uno strumento per lo studio di essa e la prospettiva obliqua spesso adottata dall’artista, serve a dividere l’inquadratura in piani luminosi e zone d’ombra. Questa caratteristica è rintracciabile nelle opere dedicate ai paesaggi.

La mostra

L’esposizione si articola in sezioni: ritratti e paesaggi, disegni preparatori, incisioni e olii, acquerelli e le immagini di donne.

Delle prime sezioni fanno parte le opere del periodo accademico e parigino: Night Shadows  (1921) ed Evening Wind (1921) mettono in evidenza la sua tecnica elegante e quel “senso di incredibile potenzialità dell’esperienza quotidiana che riscuote grande successo e che segna l’inizio di una felice carriera”.

Nella sezione che celebra l’Hopper disegnatore e il suo metodo di lavoro sono presentati disegni quali Study for Gas (1940), Study for Girlie Show (1941), Study for Summertime (1943), Study for Pennsylvania Coal Town (1947).

Per i ritratti di donne, per cui Hopper si ispirò a Josephine Nivison, divenuta sua moglie nel 1924, le opere esposte presentano tutto il realismo dell’artista nel rappresentare i soggetti più comuni, donne da sole e in interni, affaccendate o contemplative.

hopper-south-carolinaNon solo nei dipinti ma anche nelle incisioni, di cui era maestro, nei disegni, negli acquerelli, dall’inizio del secolo agli anni Sessanta del Novecento, la sua carriera inscena uno straordinario repertorio di motivi e generi della pittura figurativa: ritratto, paesaggio, scena d’interno sono i protagonisti dei suoi capolavori come Self-Portrait (1903 – 06), Second Story Sunlight (1960), Summer Interior (1909), New York Interior (1921 ca.).

Una sezione inedita, degna di nota dell’esposizione, riguarda l’influenza di Hopper sui grandi nomi del cinema. Personaggi del calibro di Hitchcock, Michelangelo Antonioni, Dario Argento, i fratelli Coen si sono ispirati a lui per opere cinematografiche come Psycho e Finestra sul cortile, Profondo rosso, L’uomo che non c’era

Una frase più delle altre esprime la poetica di Hopper, “Se potessimo esprimerlo a parole, non ci sarebbe motivo per dipingere.”

La mostra nel suo allestimento, in questo senso appare assolutamente riuscita. Con un gioco di luci ed ombre, di chiaroscuri, di angoli raccolti e pareti completamente vuote, il visitatore è preda dell’alternarsi emotivo-sensoriale tipico del opera hopperiana. Un percorso espositivo a tutto tondo dunque, che permette di addentrarsi nel tessuto artistico del genio americano che ha attraversato un secolo di avanguardie, guerre, rivoluzioni, ma che in fondo continuava a voler dipingere soltanto “la luce del sole sulla parete di una casa”, con semplicità profonda e rivelatrice.

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Nata a Roma nel 1994, studia Economia e Management presso l'Università di Roma Tor Vergata. Contemporaneamente sta muovendo i suoi primi passi in uno studio commercialista. Appassionata di arte, musica e teatro e con il sogno di collaborare con un giornale. Wild Italy è la sua prima esperienza nel mondo del giornalismo. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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