Roma

Le elezioni a Roma e le difficoltà del Pd renziano

di Alberico Giostra *

Molti commentatori credono che il voto di giugno a Roma sia un banco di prova decisivo per Matteo Renzi. E questo è senz’altro vero ma non è meno vero che lo sia anche per la minoranza del Pd e per quelle che Eugenio Scalfari chiama sprezzantemente, le “frattaglie” a sinistra del Pd, ovvero S.I.

Renzi è palesemente in difficoltà nella gestione del Pd: il caso De Luca, la fronda di Emiliano in Puglia, i vari scandali tipo Bisceglie, adesso anche lo scandalo delle primarie di Napoli, il calo degli iscritti, sono episodi e fenomeni che stanno a dimostrarlo. Ma lo è anche per la strategia scelta, un’idea veltronianamente maggioritaria del ruolo dei dem. Che cosa fosse il maggioritarismo veltroniano non l’aveva capito nessuno e neanche Veltroni, ma che cosa sia il maggioritarismo di Renzi è invece chiaro a tutti: un’ordalia a sinistra, alleanze spregiudicate a destra e soprattutto un vitalismo leaderistico.

Renzi era convinto di pacificare il Pd ma la sua era una pax di tacitiana memoria che ha finito per desertificare il popolo del centrosinistra:  militanti e simpatizzanti dopo aver mandato un segnale eclatante con le regionali in Emilia Romagna, ne hanno inviato un altro con le primarie romane e napoletane. Le difficoltà dell’iperdecisionista premier e segretario sono quelle di chi ha creduto allo sconcertante pregiudizio, condiviso con molti commentatori, della necessità di concepire un Pd “pacificato”, ovvero eviscerato da ogni resistenza e discussione interna, il che vuol dire privato della sua ricchezza e unicità, il pluralismo. Un pregiudizio del tutto ideologico che rappresenta ormai la democrazia e il pluralismo come delle inutili perdite di tempo e delle noiose seccature.

Con questo viatico Renzi è arrivato al progetto del partito della Nazione, un nome che evoca qualcosa di plebiscitariamente blindato, un monumento bronzeo al carisma e alla popolarità di un conducator che si rivolge ad un paese immaginato come una festosa e osannante platea inteclassista. Se Renzi vuole salvare il Pd deve deporre questo progetto (ma probabilmente lo ha già fatto) e tornare al dialogo con la minoranza interna e con la sinistra che lo ha abbandonato. Altre vie non ha.

Se il premier però deve essere preoccupato, Sinistra Italiana si trova alle prese con un passaggio ancora più stretto. Renzi finora può vantare soprattutto due risultati: aver disintegrato la destra berlusconiana e aver tenuto a bada le destre leghista e grillina. Si tratta indubbiamente di un successo, precario ma comunque un successo. In un’Europa e in un’Italia alle prese con una parossistica propaganda securitaria delle destre e con il terrorismo psicologico di testate come Libero, Il Giornale e Il Fatto quotidiano, questo aspetto la sinistra non può ignorarlo, soprattutto in previsione del voto romano più ancora di quello napoletano. A Napoli il rischio di una vittoria di Forza Italia o del M5S è infatti remoto, a Roma no.

Nella Capitale vale ancora un arcaico schema che vuole l’aristocrazia e la borghesia parassitaria alleate con la vandea nera delle periferie, i Parioli e Vigna Clara con Centocelle e Tor Bella Monaca, alleate ovviamente contro la sinistra. Su questa bruttura politica conta Virginia Raggi e questo ripugnante spettro Stefano Fassina non può favorire. Finora la sinistra del M5s non ha capito molto. Ha sopravvalutato la protesta che esprime e sottovalutato la forte componente di destra, orwelliana e antidemocratica, che sorregge i grillini. Bersani deve al fascistoide comico genovese se non è al governo. Fassina e i vendoliani, presentando un loro candidato, corrono il rischio di mandare al Campidoglio quella Virginia Raggi che persino al Fatto quotidiano (almeno a Marco Lillo), appare impresentabile per la sua frequentazione degli studi Previti/Sammarco. Una ragazza priva di esperienza politica e amministrativa e dietro la quale si muove la zarina del M5S romano, quella Roberta Lombardi che disse che in fondo il fascismo aveva fatto anche delle cose buone. E’ vero, il super-renziano Giachetti a sinistra appare indigeribile, ma ancora più lo deve apparire lo studio Previti.  Ecco perché il voto romano appare come l’ennesimo letto di Procuste della sinistra italiana.                

*giornalista


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