Erri De Luca e le storture della democrazia italiana

Se ci si attiene al codice penale e alla lingua italiana, la condanna di Erri De Luca doveva essere immediata: affermare che «la Tav va sabotata» in più interviste configura obiettivamente il reato di istigazione a delinquere, per il quale è sufficiente che l’invito a infrangere la legge sia pubblico (art. 414 del c.p.). L’assoluzione di ieri in primo grado indica però che la questione è decisamente più complessa e che meriterebbe approfondimenti molto più dettagliati. Ne va infatti del concetto stesso di «democrazia».

LA LIBERTÀ DI PENSIERO E I SUOI LIMITI.

Il dispositivo della sentenza ha dichiarato non colpevole lo scrittore «perché il fatto non sussiste». In attesa di leggere dettagliatamente le motivazioni, dunque, si può ipotizzare che il giudice non abbia ritenuto le parole di De Luca un vero erri-de-lucae proprio invito a delinquere. Forse, sottilmente, si ricorrerà alla figura retorica dell’iperbole usata dall’intellettuale che voleva semplicemente esprimere la propria contrarietà alla grande opera; forse, più direttamente, si tirerà in ballo la libertà di pensiero di cui ognuno di noi deve disporre. In ogni caso, resta il dato di fatto: la lingua italiana ci dice che, difendendo le azioni anche violente dei No Tav, De Luca ha invitato a ostacolare la costruzione della tratta Torino-Lione, come del resto ha fatto anche ieri in aula con le sue dichiarazioni spontanee.

Al di là della questione Tav, il cortocircuito legislativo è evidente. Sì, l’art. 21 della Costituzione tutela la libertà di espressione. Ma esiste anche il reato di istigazione a delinquere, lo stesso che si era evocato quando, nel 2008, Berlusconi disse che «in tutti noi c’è una norma del diritto naturale per la quale, se ci si chiede di pagare il doppio delle imposte, questo è qualcosa che può essere ritenuto ingiusto e che può indurre qualcuno a sentirsi autorizzato a non pagare le tasse»: andando oltre tutti i doverosi distinguo, le affermazioni dello scrittore e dell’ex premier invitano entrambe a sovvertire l’ordine dello Stato. Chi allora auspicava un altro processo e una condanna per Berlusconi non dovrebbe oggi lamentarsi per quello a De Luca; dovrebbe invece riscontrare la difficoltà nell’affrontare il tema e chiedersi quanto possa aver influito la fama dell’intellettuale nella scelta di assolverlo: sarebbe stato così anche per un comune mortale?

L’ILLEGITTIMITÀ DELL’USO DELLA FORZA IN DEMOCRAZIA.

Qui non si vuole criticare De Luca che, a differenza di altri (Berlusconi in primis), ha affrontato il suo processo ben conscio del rischio della condanna. Anzi, gli si vuole riconoscere il mantenimento di una certa coerenza, in particolare per la rivendicazione della legittimità dell’uso della forza per modificare lo status quo, centrale nelle frasi che lo hanno portato in tribunale, ma anche nella sua adesione a Lotta Continua e, più recentemente, nella sua definizione degli anni di piombo come una «piccola guerra civile». L’argomento è molto delicato, ma è proprio per questo che dovrebbe essere posto al centro del dibattito: il caso De Luca non riguarda solo la libertà di pensiero, ma più in generale il rapporto tra l’idea di Stato e quella di ribellione. Val-di-SusaRiducendo il discorso ai minimi termini, si dovrebbe imporre una domanda più generale: fino a che punto in una democrazia si è vincolati al rispetto delle regole dello Stato quando questo dimostra di non voler ascoltare le istanze di chi è contrario?

Formalmente il progetto del Tav è dovuto alla volontà popolare: l’accordo tra Italia e Francia è stato sottoscritto dal governo di centrosinistra di Amato nel 2001, approvato dal Parlamento dalla maggioranza berlusconiana nel 2002 e portato avanti fino a oggi da tutti i singoli esecutivi che si sono succeduti. Tuttavia, nonostante le contestazioni risalgano addirittura al 1995 e si siano caratterizzate per diversi picchi di violenza, nessuno ha mai pensato di organizzare un bel referendum (si vedano, per stare nella zona di Lotta Continua, le riflessioni di tre anni fa di Sofri). Qui risiedono gli interrogativi che il processo a De Luca dovrebbe porre: lo scrittore avrà pure infranto la legge italiana, ma non lo ha fatto anche per palesare le inadempienze della politica, sorda alle rimostranze decennali di almeno parte della Val di Susa? Si tratta, lo ricordiamo, della stessa politica condannata dal massimo organo della giustizia italiana, la Consulta, per la legge elettorale che ha dominato dal 2006 al 2015 facendo venire meno il legame tra l’elezione e la rappresentazione dei cittadini. In questa prospettiva, fino a che punto è illegittimo contrastare i desiderata di chi, illegalmente (ovvero con leggi incostituzionali) è venuto meno ai suoi doveri? Di fronte a queste considerazioni, si può ancora parlare di democrazia? Questi sono i temi che il processo a Erri De Luca dovrebbe permettere di approfondire, come in passato aveva fatto, ad esempio, il movimento No Dal Molin: tutto il resto è accessorio.

 

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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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